Baricco, e la morte prematura della profondità, soffocata dalla cultura di massa

Ven, 27/08/2010 - 23:42 — luca

Di Baricco ho apprezzato lo sdoganamento dei "barbari" contemporanei, irrispettosi di valori e tradizioni ma ricchi di senso "superficiale". Quel saggio lo consiglio a molti e talvolta lo regalo. Esplorando pezzi di realtà contemporeanea, consentiva di intravvedere nuovi significati, che poi si potevano valutare autonomamente, evitando l'autore una loro sistematizzazione.

Con il suo paradosso, dando vita "all'epoca dell'ossimoro" (come la definisce De Biase) Baricco, consentiva, a chi voleva dargli fiducia, un corto circuito di valori per riallacciarsi a qualcosa di piu' fondamentale come l'esperienza.

Purtroppo i sequel talvolta commettono gli errori miracolosamente risparmiati al pubblico dalle prime opere, di cui ogni tanto bisognerebbe saper accettare l'incompletezza. Così accade nel pur acuto articolo pubblicato su Wired di settembre "I nuovi barbari".

Per spiegare la mia critica è utile ragionare sul fatto che sia ne "I Barbari" che in questo nuovo articolo Baricco esplora sul piano del senso e della cultura un dibattito che ha molte più note versioni in altri settori. Uguale paura ha sempre suscitato (e sta ancora suscitando) la superficialità della democrazia (che dire addirittura dell'anarchia) in termini di possibilità di organizzazione sociale. O la superficialità di Internet (come nota anche Mantellini).

Avendo in mente questo parallelismo è facile vedere che quello a cui Baricco va incontro è lo stesso errore degli entusiasti della Rete (o della democrazia), che illuminati dalla comprensione delle sue dinamiche, cercano di darle un senso assoluto, e miracolistico, sotterrandole alla complessità della realtà.

In questo articolo per assurdo Baricco sbaglia, dimostrando che ha ragione. Sbaglia a cercare di scavare e perfezionare ulteriormente il ragionamento, che era efficace nel momento in cui si fermava alla veloce esperienza, alla superficialità.

Un abbaglio che lo porta a credere che non ci saranno più i sacerdoti. Che invece continueranno ad esserci, come continuerà ad esistere il potere, semplicemente adattandosi ad una maggiore competizione, movimento, velocità. Ad un confronto con la cultura di massa, compresa la sua spazzatura.

Baricco nel suo articolo arriva addirittura a commettere l'errore di tutte le grande utopie, e cioè la proiezione in un futuro della perfezione della teoria. Nel suo caso un futuro di perfetta superficialità. Che ovviamente non esisterà mai e con la profondità dovrà coesistere.

Seppellire la profondità e la ricerca prematuramente significherebbe semplicemente una cosa: ci dovremmo inventare dei nuovi termini per rimpiazzarle. Chissà magari cominceremo ad usare "altezza", o "densità" per caratterizzare le elites che sapranno comprendere il senso derivante dalla "collettiva abilità nel registrare e collegare tessere del reale".

 



Non è poi così difficile essere Fini. O Veltroni. O Bersani ...

Mer, 25/08/2010 - 15:22 — luca

Tra le tante cose ti possono succedere, raro che ti si presenti l'occasione di dover causare o gestire una crisi di governo. Eppure credo che un cittadino italiano, se necessario, potrebbe immaginare come muoversi. Cominciando a telefonare agli scontenti di maggiornaza ed opposizione. Usando le amicizie per avere degli spazi nei giornali, inventando un nome, qualche obiettivo (facoltativo) e informandosi su qualcuno della cerchia degli amici in grado di mettere in piedi qualche verosimile dossier sugli avversari. Insomma, non vi capiterà mai, ma se succedesse sapreste come muovervi.

Forse a qualcuno in più è capitato di scrivere un pezzo di un programma elettorale. A me è successo, e se a guardarlo da fuori sembra un'alchimia impossibile, il più delle volte è sufficiente trovarsi nel momento giusto al punto giusto. Avere qualche capacità di sintesi. E con una settiamana di lavoro potrebbe venir fuori un programma niente male, quantomeno sulle tematiche che più vi interessano.

Che dire di una lettera ad un giornale? Ancora più semplice. Per quelli che hanno la penna facile, basta un attimo di entusiasmo di troppo, e si raggiungono facilmente le 10.000 battute (raramente si superano). Essere pubblicati non è poi così difficile. Magari non in prima pagina sul Corriere, ma per lo spazio delle lettere basta un bel sabato senza altri impegni.

Potrei andare avanti a pensare cosa faremmo per organizzare dei porta a porta in tutta italia, delle feste in cui si mangia e si dibatte, o a immaginare nuove ed improbabili coalizioni. Sempre più difficile, sempre più su larga scala, ma alla fine si tratta solo di essere più organizzati, più lucidi ed avere la giusta dose di esperienza. Insomma ce la puoi fare.

È ormai palese che i vari Fini e Veltroni, Bersani e Franceschini, si muovono secondo un modello di determinismo classico, abbastanza semplice da attuare e da prevedere, anche negli esiti. Senza che si riesca ad intravvedere qualcuno con la determinazione e la capacità di farsi carico dell'incertezza e della complessità di una lotta politica. Chiara. Da perseguire probabilmente saltando le vancanze e diversi fine settimana, e mettendo in conto la sconfitta. Con l'incertezza di non sapere cosa inventarsi giorno per giorno, ma con la forza che possono dare convinzione e consapevolezza.

Non è affatto semplice? Sono d'accordo, mentre è sempre più facile essere Fini. O Veltroni. O Bersani ...



Priorità alla tutela dei lavoratori o a quella dei potenti? Cercando di dribblare le strumentalizzazioni sulla privacy

Mar, 24/08/2010 - 19:08 — luca

Purtroppo sarà ancora più difficile discutere laicamente di privacy e trattamento dei dati personali online e offline in Italia, dopo che con il decreto intercettazioni la percezione di gran parte del paese è che si tratti di qualcosa che serve solo a nascondere le malefatte dei potenti. Ancora rimbombano quell'"intercettateci tutti" che altro non è che l'estremizzazione dell'"io non ho niente da nascondere" con cui per anni, da sinistra a destra, si è liquidato il tema, senza riuscire a comprendere l'incubo per le libertà personali costituito da una società controllata e "profilata".

Potrebbe essere la tutela dei lavoratori, il contesto in cui ripartire alla carica, per scavalcare il muro di diffidenza verso il tema della privacy. Perchè è proprio sul luogo di lavoro, o nella sala dei colloqui che ogni cittadino percepisce di essere in una posizione critica, di "dipendenza", in cui la possibilità di gestire quali informazioni rendere pubbliche diventa fondamentale per non essere vittima di pregiudizi o discriminazioni.

C'è da dire che il Garante della privacy italiano già più volte si è espresso contro la profilazione e la sorveglianza non necessaria dei dipendenti, ma dobbiamo tentare di andre oltre. In Germania ci stanno provando, con un disegno di legge che, tra le varie cose, proibisce l'uso di Facebook o altre reti sociali per il controllo dei dipendenti e limita ulteriormente la videosorveglianza.

Che dire, non sarebbe una cattiva idea procurarsi al piu' presto il testo, e se c'e' qualcuno che conosce il tedesco (il mio è alquanto arrugginito), tentare una sua traduzione, da riproporre con le necessarie modifiche anche in Italia.



La delegazione dei lettori e dei pensatori disobbedienti

Lun, 23/08/2010 - 17:24 — luca

Non si può avere tutto, e quindi andrebbe bene che, anche a posteriori, quanti in questi mesi hanno parlato ed evocato disobbedienze civili, leggessero fino a sciuparne le pagine il saggio di Thoreau del 1849, "Teoria e pratica della nonviolenza" di Gandhi o ancora "Disobbedienza e democrazia" di Howard Zinn.  Che quanti hanno scoperto o rispolverato l'immaginario evocato dalla parola "disobbedire", interiorizzassero la stessa passione politica, la stessa profondità di analisi, la stessa introspezione critica nell'animo umano presente in quelle pagine.

Basterebbe che una discreta delegazione di questi lettori disobbedienti, di pensatori, volesse esplorare i luoghi dove la legge come costruzione umana incontra i diritti umani e civili come principi fondativi. Che sollecitandosi a vicenda, riuscissero a coltivare una nuova fiducia nella possibilità di affidare all'uomo del 2010, con tutte le sue narcosi civiche e propaggini tecnologiche la possibilità di scegliere e comprendere tra giusto e sbagliato.

Ecco, anche fossero pochi intellettuali, blogger, politici, imprenditori, uomini di legge in loro la fiducia nella, e cittadini di qualche tipo, da qui io partirei per discutere ed immaginare il da farsi. Non dalle strategie, non dalle coalizioni a prescindere, non dai macchiavellismi. Da qui.



Radicali Italiani e Agorà Digitale avviano Class action sull’uso della PEC nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, delle Regioni Basilicata e Campania, del Comune di Roma

Gio, 05/08/2010 - 12:37 — luca

http://www.vostrisoldi.it/img/posta_pec.jpg

Insomma una seria prima campagna in Italia per i diritti digitali dei cittadini. Questo blog è chiaramente in vacanza (fino al 24 Agosto), ma non potevo non pubblicare questa importante iniziativa che Radicali Italiani e Agorà Digitali hanno intrapreso, avviando la procedura per una Class Action nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, della Regione Campania, della Regione Basilicata e del Comune di Roma per violazione delle norme in materia di Posta Elettronica Certificata (PEC).

Per chi non lo sapesse il diritto di utilizzare la PEC è garantito dal “Codice dell'Amministrazione Digitale” che prevede infatti l’obbligo per le pubbliche amministrazioni di rendere pubblico nella pagina principale dei propri siti un indirizzo di Posta Elettronica Certificata cui tutti i cittadini possono rivolgersi.
Nonostante il termine per mettersi in regola scadesse il 30 giugno 2009, questi enti  non hanno adempiuto ai loro obblighi  e non hanno pubblicato l'indirizzo PEC sui rispettivi siti; per questo, hanno ricevuto la notifica di diffida preliminare all'avvio di una Class Action (ai sensi del D. Lgs. n. 198/2009) da parte di Radicali Italiani e dell’associazione Agora Digitale, difesi dall’avvocato Ernesto Belisario. Se entro 90 giorni non si metteranno in regola, scatterà l'azione giudiziaria vera e propria alla quale tutti i cittadini interessati potranno aderire.
Si tratta della prima campagna in Italia per rendere effettivi i diritti digitali previsti dalle leggi.
L'obiettivo è quello di semplificare i rapporti tra cittadini e amministrazioni, renderne più efficienti i servizi, migliorare la qualità delle vita degli utenti e consentire ingenti risparmi rispetto alla posta tradizionale.

I diritti digitali dei cittadini non possono rimanere solo sulla carta: abbiamo iniziato con queste Amministrazioni, ma proseguiremo con le altre migliaia che ancora oggi sono fuorilegge.
Forse Tremonti non lo sa, ma c’è una tassa aggiuntiva che il suo Ministero impone agli italiani: è la “tassa” delle raccomandate che paga chiunque voglia rivolgersi ai suoi uffici.

 

E questo avviene a pochi giorni dall'avvio della campagna di Civil Hacking di Agorà Digitale (www.agoradigitale.org/civilhacking) che proprio con posta elettronica certificata e firma digitale che mette nelle mani dei cittadini la possibilità di imporre trasparenza e partecipazione alle amministrazioni pubbliche.



Il magro destino dell'innovazione centralizzata ed autorizzata. Che fine hanno fatto i progetti di fare dell'Aquila un polo tecnologico?

Ven, 02/07/2010 - 14:45 — luca

Da oggi fino a domenica si terrà a L'Aquila il Comitato Nazionale di Radicali Italiani, in parte proprio nel Tendone della Rete di Coordinamento de L'Aquila che in questi mesi è stato il cuore pulsante e "grassroots" degli aquilani. Quelli del movimento delle carriole. Non ne sapete nulla? Normale, perchè in Italia, bavaglio o no, l'informazione qualche problemino ce l'ha, lo sapete. Al centro del dibattito ci sarà il tema l'emergenzialismo, degli appalti, della Protezione Civile, della new town, e altre che trovate nel dossier elaborato da Diego Galli su Radio Radicale.

Si parlerà anche di come andare oltre all'emergenza abitativa e pensare a ricostruire un tessuto sociale ed economico della città. Proprio con questo obiettivo già a poche settimane dal territorio emerse l'idea di fare proprio dell'Aquila un polo di innovazione tecnologica.

Beh, a distanza di un anno, come sta andando? All'interno del progetto C.A.S.E. è stato attivato un servizio una banda ultra fornita da Telecom e la presentazione è stata un bello spot, con tanto di Ministri al seguito. Ma riguarda 17.000 persone. Sempre Telecom, in collaborazione con Vodafone è stata al centro della realizzazione del wireless per l'Università nel progetto "Università Digitale". E gli altri? Beh a quanto pare l'Aquila è il fanalino di coda di tutta Italia sulla banda larga.

Di altri progetti sulla stampa e sul web non c'è notizia. E non mi meraviglio. In Italia l'innovazione è quella che si decide dall'alto e non quella che emerge spontaneamente. E se possibile, invece di qualche esenzione o incentivo si mette qualche tassa in piu', come quella da decine di migliaia di euro che devono pagare anche piccoli e piccolissimi imprenditori che vogliano mettere anche solo un metro di fibra ottica. In modo da scoraggiarli il giusto.

Questo per quanto riguarda le innovazioni che richiedono grossi investimenti. E per quanto riguarda quelle a costo zero? Ovviamente, della trasparenza degli appalti e della gestione della Protezione Civile nemmeno l'ombra, mentre bisogna segnalare che i comitati hanno fatto approvare dal comune un importante regolamento per l'Informazione e la Trasparenza, molto avanzato sul tema della trasparenza, sugli open data e sull'accesso libero alla Rete.



Kung fu Obama - Esiste la mossa speciale contro il collasso del web?

Gio, 01/07/2010 - 16:19 — luca

Pur non conoscendo in dettaglio le cifre e i trend, non faccio fatica ad immaginare che dopo aver speculato su traffico di armi, droghe e persone, le mafie e le organizzazioni terroristiche si stiano buttando sul cybercrimine. E che quindi, dopo esserci scagliati contro il controllo di privati e governi, dovremmo cominciare ad occuparci anche di quello delle organizzazioni criminali. Perchè non si tratta più di rubare la carta di credito di sprovveduti su un sito internet o tramite la posta elettronica e neppure di diffondere i progetti di bombe fatte in casa. La criminalità è forse la sola forza economica in grado di competere con le grandi corporation, e avere grandi aspirazioni in termini di massiccia profilazione e di capacità di tenere sotto pressione le infrastrutture di intere economie.

Per questo, leggendo il "Protecting Cyberspace as a National Asset Act (PCNAA)" in prima battuta penso che stiamo davvero sottovalutando la pressione sociale che questo fenomeno potrebbe portare nel tempo. E che rischiamo di farci trovare impreparati per quando verranno proposti nuovi lucchetti per la sicurezza generale. Sappiamo bene che la posizione che la libertà si tutela nonostante le sue imperfezioni è tutt'altro che naturale.

A parte l'interruttore per spegnere la Rete di cui tutti parlano, questa legge non è una boutade alla Carlucci o alla D'Alia, ma un progetto di lungo periodo che rischia di avere un impatto molto forte (e negativo) sullo sviluppo di Internet. Ricollegandosi idealmente al progetto targato anni '50 con cui la difesa cominciò a valutare le vulnerabilità della rete telefonica nel caso di un attacco nucleare. E in cui i risultati furono proprio che la rete era insicura perchè eccessivamente centralizzata.

Illuminante è anche documento del US. Government Accountability Office del 2006 che, su richiesta del Congresso, approfondiva il problema della tutela del cyberspazio come assett strategico. In quel documento emerge una visione di paura e diffidenza in cui tecnici dell'ente ripetutamente lamentano e mettono in guardia sulla difficoltà di avere un progetto centralizzato e sicuro di recovery nel caso di attacchi informatici.

Invece di accorgersi, mi viene da dire, che la difficoltà di avere un progetto centralizzato di recovery, è la stessa che hanno organizzazioni criminali nell'organizzare attacchi generalizzati al sistema.

Mitch Kapor, cofondatore della Electronic Frontier Foundation (EFF) diceva "l'artchitettura [della rete] è politica". Non posso essere più d'accordo. Facciamo in modo di tutelare assieme alla sicurezza anche lo sviluppo disintermediato della rete e anche il cybercrimine avrà i suoi problemi.



La finanziaria liberalizzi l'economia della conoscenza. A partire dal software.

Mar, 29/06/2010 - 16:32 — luca

Con una semplificazione grossolana, possiamo dire che ci sono due motivi principali per cui e' più difficile aprire un'industria automobilistica che un panificio. Il primo e' che l'industria automobilistica necessita di un'economia di scala maggiore di quella di un panificio per poter essere sostenibile. Più impiegati, più produzione, più infrastrutture, e quindi maggiori capitali da investire. Il secondo motivo è che l'industria automobilistica necessita di un know-how complesso e di difficile acquisizione. Se per produrre pane si puo' pensare ad un periodo di apprendimento, per una industria automobilistica e' praticamente impossibile cominciare da zero.

La Rete e l'avvento dell'era digitale hanno consentito all'economia della conoscenza di diventare uno dei fattori trainanti dei paesi sviluppati, innanzitutto grazie all'abbattimento di molti fattori di scala. Nel digitale, le spese di distribuzione e di immagazzinamento si riducono. L'automazione è alta. È possibile rivolgersi alla totalità degli utenti Internet senza dover fare enormi investimenti per la distribuzione, e senza la necessità di richiedere burocratiche licenze. Si mette in rete il proprio server ed è fatta. Un'idea innovativa ha la possibilità di tentare in poco tempo la via del mercato. La rete è quindi un bene comune, un commons per usare l'espressione del visionario Lawrence Lessig, che consente innovazione ed impresa con dei vincoli d'entrata minori e senza il bisogno di autorizzazioni.

E il know-how? Il ruolo di primo piano assunto dall'economia della conoscenza, ha consentito a paesi come gli Stati Uniti che avevano un grosso bagaglio di conoscenza tecnica e scientifica di conquistare un vantaggio competitivo enorme nello sviluppo economico di questi decenni. Allo stesso tempo, sono diversi gli economisti che sostengono che è stata proprio una tutela eccessiva di questo know-how una delle concause della crisi economica e finanziaria di questi anni, nel momento in cui l'indisponibilità della conoscenza e i grossi costi per la sua acquisizione per nuovi soggetti hanno reso sempre più difficile fare innovazione.

Dal costo di acquisizione delle licenze per intraprendere un business fondato sulla distribuzione di prodotti culturali, agli sbarramenti dei brevetti, alla difficoltà di rendere accessibili gli studi svolti dai centri di ricerca nel mondo, siamo quotidianamente immersi in un dibattito epocale alla ricerca di un bilanciamento tra libera condivisione e controllo.

Fortunatamente comincia a far parte del senso comune il fatto che la diffusione e un ampio accesso ai beni culturali come la musica o la letteratura dia notevoli benefici alla società e alla stessa economia. Allo stesso tempo le piattaforme per rendere liberamente fruibili i risultati della ricerca sono sempre di più e sempre più autorevoli. Ma raramente si considera che l'innovazione digitale si fonda su una infrastruttura imprescindibile, il software, la cui complessità tende a creare posizioni di monopolio se unita alla chiusura, cioè all'impossibilità di visionarne il codice, di apportare modifiche e poi di riutilizzare lo stesso software per altri scopi o iniziative.

Ma esistono codici, quelli appartenenti alla categoria del software libero, che consentono di effettuare tutte queste attività, diventando così allo stesso tempo una infrastruttura libera e un libero know-how.

Per capire quando sia fondamentale il software libero per l'ecosistema tecnologico, basti pensare che la stessa Internet ha preso forma ed è tenuta in piedi proprio dal software libero. Dai sistemi per far funzionare i siti web, a quelli per indirizzare la posta, dal linguaggio per elaborare il testo in modo efficiente all'infrastruttura che fa funzionare i server, il software libero è stato il seme ed ora è il cuore di Internet.

E non è un caso. Le più grandi innovazioni spesso provengono da nuove imprese meno afflitte dal "dilemma dell'innovatore" che quindi tendono ad sfruttare il software libero perchè si tratta know-how e infrastruttura disponibile a basso costo e liberamente adattabile.

E costituisce una opportunità anche per i grandi. Ad esempio da Linux nasce Android, il sistema operativo per cellulari, tablet e altri sistemi embedded che ha permesso di sviluppare un proprio sistema anche ad aziende che certo non avevano il know-how di Apple o di Microsoft nel comparto sistemi operativi.

Tutto questo dimostra che l'esistenza di un vivo ecosistema di software libero, liberalizza il mercato dell'IT, rendendo difficili posizioni di monopolio. Questa da sola è una ragione più che sufficiente affinchè istituzioni e pubbliche amministrazioni ne incentivino l'utilizzo.

Ed è per questo motivo che i radicali con la collaborazione di Agorà Digitale e di alcuni soci dell'Associazione Software Libero, hanno presentato nei giorni scorsi un emendamento alla finanziaria affinchè la pubblica amministrazione investa preferenzialmente in software libero. Infatti, nonostante gli enormi tagli degli ultimi anni che hanno portato il nostro paese nelle ultime posizioni per investimenti in Information Technology (IT), la spesa pubblica in questo comparto è di quasi 3 miliardi di euro sui 18 miliardi del valore complessivo del mercato. Una fetta considerevole che proprio in questo momento di crisi, è necessario investire nello sviluppo di questo commons, il software libero, di cui tutta l'economia del paese potrebbe beneficiare.

Questo è il momento di investire in software libero, perchè la proliferazione di sistemi software chiusi, rischia continuamente di trasformare il panorama digitale che conosciamo in qualcosa di più simile ad una TV.

Questo è il momento di investire in software libero perchè man mano che la società e la macchina amministrativa si digitalizzano, poter accedere a come si comportano i sistemi informatici sarà fondamentale come storicamente lo è stato il diritto di poter assistere allo spoglio elettorale in un seggio, di partecipare alle sedute del consiglio comunale o di accedere agli atti interni delle istituzioni.

Questo è il momento di investire perchè si tratta dell'ecosistema ideale su cui far prosperare una economia degli Open Data, cioè delle informazioni della pubblica amministrazione (dall'attività e i redditi degli eletti fino alle informazioni sulla qualità delle scuole) finalmente rese disponibili creando trasparenza e opportunità di fare impresa su quei dati.

Ma siccome sappiamo quanto è difficile essere lungimiranti e quanto sia necessario poter avere da subito dei risultati, il software libero consente per alcuni software maturi enormi risparmi immediati. Purtroppo la possibilità di una visione d'insieme sui risparmi possibili è limitata dalla difficoltà di avere dati aggiornati, con una situazione che probabilmente si aggraverà  per il ridimensionamento dell'Osservatorio Open Source del DigitPA (ex CNIPA) che ormai consta di un solo impiegato, e che quantomeno in questi anni si era preso l'onere di raccogliere le informazioni disponibili.

Esistono però casi in cui non sono necessarie considerazioni complesse, come l'aggiornamento del personale o la realizzazione di una strategia di medio o lungo termine. Un esempio? Le sole amministrazioni locali spendono ogni anno circa 30 milioni di euro per pagare le licenze di Microsoft Office. Se avete mai provato ad utilizzare Open Office, sapete che si tratta di un prodotto pressocchè identico nelle funzionalità e nell'utilizzo ma del tutto gratuito e libero. Perchè non effettuare la transizione immediatamente? Sciatteria? Con il nostro emendamento cerchiamo anche di evitare queste situazioni.

Ma le esperienze di questi ultimi anni ci consentono di essere ancora più ottimisti. Sono numerosi i casi in Italia e in Europa in cui il passaggio al software libero e all'open source ha consentito enormi risparmi. Dai 7 milioni di euro risparmiati dalla polizia francese, al milione di euro l'anno della provincia di Bolzano. Dai 200 mila euro in un triennio risparmiati a Firenze, all'abbattimento del 45% delle spese da parte dello stato di Rio Grande do Sul in Brasie, dai 26 milioni stimati dal Ministero delle Finanze finlandese, non si contano più le istituzioni, le provincie, i comuni e che mostrano bilanci in attivo grazie ad una adozione sistematica e preferenziale di software libero.



Quel Move On che riesce a resistere all'antipolitica (e sembra un po' radicale)

Ven, 25/06/2010 - 17:13 — luca

Move On, uno degli esempi di web attivismo più citati in assoluto, dal 1998 ad oggi ha lottato per l'impeachment di Clinton e contro la guerra in Iraq del 2003, per John Kerry nel 2004 e poi ancora a sostegno di Obama nel 2008. Una resistenza di circa 12 anni ormai, sempre pronto a schierarsi nel dibattito politico. Un organizzazione dal basso strutturata attorno a strumenti online che a qualcuno ricorda quella dei grillini cinque stelle. Ma mentre questi ultimi  sono di fronte alle difficoltà della crescita, Move On pare in gran forma, tanto da lanciarsi in quella che definisce la più ambiziosa campagna di sempre: "la lotta contro la corruzione a Washington".

E come vorranno fare questa battaglia? Facendo tabula rasa di tutta la classe politica? Impedendo la candidatura dei condannati per reati penali?

 

Non proprio. Gli obiettivi dell'iniziativa sono tre:

  1. Ribaltare la sentenza della corte suprema che consente donazioni illimitate da parte delle corporazioni per le elezioni

  2. Dare finanziamenti pubblici ai candidati outsider in modo che possano competere

  3. Mettere fine agli accordi sottobanco con i lobbisti delle corporazioni rendendo tutta l'attività di lobbying pubblica.

Insomma trasparenza e riforma del finanziameto ai partiti. Mi ricorda qualcosa. I soliti radicali certo (che anche per la finanziaria ripropongono il loro cavallo di battaglia della riforma del finanziamento pubblico), ma in parte anche i sopra citati grillini. Certo che rispetto a questi ultimi quello di Move On pare avere una cifra ben diversa. Che identifica proprio l'azione sulla classe politica come centrale per perseguire i suoi obiettivi: l'essere presenti con i volontari in ogni distretto del Congresso, seguire tutti i candidati e supportare fortemente nel momento elettorale quanti aderiranno alla loro agenda.

Che oltre al web, e ai temi progressisti, sia proprio la resistenza all'antipolitica il segreto dell'evergreen Move On?



È la voglia di scegliere e non il file sharing illegale la causa della crisi dell'industria musicale?

Ven, 18/06/2010 - 12:58 — luca

Se non il file sharing illegale, qual'è la causa della crisi dell'industria musicale? Per cercare la non semplice risposta il blog "Music Business Research" da qualche mese sta analizzando diversi studi e dataset di governi e della letteratura scientifica. Con l'implicita avvertenza che come in tutti i fenomeni complessi non è possibile trovare una risposta semplicistica.

Interessante un post di fine marzo intitolato "The recession in the music industry – a cause analysis" (segnalato da Juan Carlos de Martin sulla lista di Nexa), in cui, come nel resoconto di una guerra, si snocciolano i dati dei cali delle vendite dell'industria musicale a partire dal 2000. Anno dell'esplosione del fenomeno Napster, contro il quale sembrano esserci quindi delle prove schiaccianti.

Ma il teorema non è perfetto e diversi indizi sembrano suggerire che il fenomeno del file sharing potrebbe essere correlato ma non legato in modo causale al declino delle vendite. Il primo sospetto che ci sia dell'altro viene dal Giappone, dove il declino comincia prima dell'emergere di Napster. Il secondo indizio viene della Francia, che nel 2001 raggiunge una vendita record di CD, e comincia la recessione nel 2002 quando il culmine del fenomeno Napster è già superato. Il terzo indizio viene dalla Gran Bretagna dove, dopo un calo tra 2000 e 2001, le vendite rimangono stabili negli anni seguenti, nonostante la crescita del fenomeno del file sharing. Dal 2003 al 2004 addirittura si può osservare un aumento del 4.4%, mentre il primo calo netto si ha solo nel 2007.

Che dire, quantomeno delle anomalie, considerato che in quei paesi le dinamiche del file sharing erano molto simili a quelle degli altri paesi.

Ma per arrivare ad una spiegazione alternativa, bisogna allargare l'intervallo di tempo analizzato. La storia è piena di indizi per comprendere i fenomeni, che spesso si ripresentano in forme diverse.

Dunque, cosa c'e' di cosi' interessante nella storia? Ad esempio il calo drastico di vendite dal 1978 al 1980. Al tempo i resoconti denunciarono la crisi globale e la copia privata di audiocassette come le maggiori cause, ma a posteriori gli economisti dissero altro: si era raggiunto un punto di saturazione.

Saturazione nella vendita di album, e contemporaneamente una esplosione della richiesta di singoli, che nel 1983 raggiungono il record storico di 800 milioni (nel 1979 prima dell'inizio della crisi erano solo 526 milioni).

Come risposero le major? Cambiarono strategia. Ridussero notevolmente il numero di artisti, e si dedicarono al principio superstar. Gli anno 80 furono dominati dalle popstar come Michael Jackson, Prince, Madonna, Elton John, George Michael, Lionel Ritchie, Bruce Springsteen, etc, e successivamente, grazie all'esplosione del CD che nel 1993 diventa il supporto più venduto, i singoli perdono la loro importanza e cominciano a rivestire l'unico ruolo di sonde di mercato.

Una strategia che continua ad avere successo fino alla fine degli anni 90 quando all'emergere dei formati digitali e della banda larga. Ed è di nuovo crisi: ancora una volta, crollo degli album e impennata dei singoli, ma questa volta in modo più marcato.

È chiaro, si sottolinea nell'articolo, che se ora si vendono tanti singoli quanti prima erano gli album, non è possibile ottenere gli stessi ricavi. Quindi il calo di vendite è dovuto principalmente alla conversione da un mercato di album ad un mercato di singoli.

Ritentare l'operazion superstar degli anni 80 pare difficilmente percorribile perchè il file sharing, con il suo "sampling effect" favorisce soprattutto gli artisti minori, danneggiando molto le star da "Top of the Pops". Eppure, conclude il pezzo "il compito delle etichette musicali è di trovare nuovamente un modello in cui una forma "a pacchetto" aumenti non solo le entrate e i profitti ma anche i benefici per i consumatori di musica".

Se volete leggere l'articolo originale, lo trovate qui.



Se telefonando, io potessi dirti ...

Mer, 16/06/2010 - 11:18 — luca

Così come tenere un blog aiuta a rimanere aggiornati ed esercitarsi nella critica, fare qualche telefonata a parlamentari e ai loro assistenti può essere un ottimo esercizio per non rimanere completamente scollegati dal mondo della politica. Per confrontarsi con l'esistenza di persone vere, che, per quanto possano essere ignoranti, ottuse o servili, hanno pur sempre due braccia due mani ed una bocca che consentono di alzare una cornetta e stabilire un rapporto.

Negli USA la chiamata all'eletto del proprio collegio è una prassi da sempre, ed esistono delle applicazioni per smartphone (io su Android ho "Congress", ma simili ne esistono per iPhone) che permettono di avere tutte le informazioni aggiornate sulle loro attività e di entrare in contatto telefonico in pochissimi click.

Non sono in molti che in Italia si cimentano in questa attività in modo organizzato, ma a livello europeo, nella difesa dei diritti digitali, Quadrature du Net è uno degli attori più vivaci, supportati sul fronte italiano da Paolo Brini e Scambio Etico.

In queste ore anche dall'ufficio di Agorà Digitale ci stiamo mobilitando per raccogliere nuove adesioni sulla cosiddetta Dichiarazione 12 sull'ACTA, la quale, se approvata porterebbe il Parlamento Europeo a difendere le libertà digitali, dichiarando che:

  • è del parere che l’accordo proposto non debba imporre indirettamente l’armonizzazione UE in materia di diritti d’autore, brevetti o marchi commerciali e che vada rispettato il principio di sussidiarietà;
  • dichiara che la Commissione dovrebbe rendere immediatamente disponibili al pubblico tutti i documenti relativi ai negoziati in corso;
  • ritiene che l’accordo proposto non debba imporre limitazioni al procedimento giudiziario dovuto né attenuare diritti fondamentali quali la libertà di espressione e il diritto alla privacy;
  • sottolinea che rischi economici e per l'innovazione vanno valutati prima dell’introduzione di sanzioni penali ove siano già in vigore sanzioni civili;
  • ritiene che i fornitori di servizi Internet non debbano essere ritenuti responsabili per i dati ospitati o trasmessi tramite i loro servizi nella misura in cui si renderebbe necessaria una sorveglianza o un filtraggio preventivi di tali dati;
  • evidenzia che qualsiasi misura tesa a rafforzare i poteri di indagini transfrontaliere e di sequestro di merci non debba compromettere l’accesso globale a medicinali legali, economici e sicuri;
  • incarica il suo Presidente di trasmettere la presente dichiarazione, con l'indicazione dei nomi dei firmatari, alla Commissione, al Consiglio e ai parlamenti degli Stati membri.

Alla pagina http://quadpad.lqdn.fr:9000/wd12-june-en trovate la "Calling Room" messa in piedi da Quadrature du Net, affinchè tutti coloro che si impegnano in questo obiettivo si tengano costantemente aggiornati. In fondo basta poco per diventare attivisti. Fatemi sapere nel caso proviate a chiamare qualcuno.



Il dovere alla rettifica che ai media mainstream tanto non importa perchè non lo rispettano

Mar, 15/06/2010 - 20:47 — luca

Voglio raccogliere la disponibilità dichiarata dall'On. Roberto Cassinelli (PDL) alla modifica del ddl intercettazioni soprattutto per un motivo: offre finalmente la possibilità di affrontare il testo nella parte in cui incide sulle libertà in Rete, corsa quasi impossibile nei giorni della discussione finale in Senato. Non che fosse vietato ad alcuno scrivere un post sull'argomento. Ma per i pochi che ci hanno provato era una sorta di parlarsi addosso essendo altrove l'attenzione del dibattito, anche online.

Insuperabile la preponderanza del "bavaglio" offline, per i suoi caratteri di forte incostituzionalità, per gli evidenti effetti a brevissimo termine su giornali, radio e tv e per la guerra di potere scatenata dai  media tradizionali  che cercano innanzitutto di tutelare se stessi. Un fenomeno evidentissimo su Repubblica, che se inizialmente ha rilanciato un appello sottoscritto da personalità del mondo delle "libertà digitali" con un testo con una impostazione 50-50 tra new media e old media e ma man mano ha fatto scivolare il problema della Rete ad un'appendice: "lo sapevate che pure i blog rischiano ...".

Quindi merito a Roberto Cassinelli e ai blogger Claudio Messora di Byoblu.com e Fabio Chiusi de ilNichilista che ne hanno sollecitato l'intervento. C'è il rischio che qualcuno si accorga del comma incriminato.

Ma per rendere produttivo questo possibile risveglio di interesse è necessario entrare nel merito dell'emendamento Cassinelli che in sostanza propone di allungare il tempo a disposizione di un blogger per pubblicare sul proprio sito la rettifica, per sanare la evidente impossibilità per una pubblicazione non professionale di rispondere in tempi brevissimi.

A questo intervento migliorativo si possono fare subito delle semplici obiezioni:  come la necessità di sanare la disparità anche sotto l'aspetto pecuniario. 12500 euro sono niente per Repubblica.it e moltissimo per un blog amatoriale. O il fatto che anche sette giorni possono essere irragionevoli per molte persone che vivono la rete in modo saltuario.

Ma i rilievi più interessanti emergono considerando il quadro generale in cui si inserisce il comma. Se guistamente i detrattori del provvedimento si appellano alla libertà di espressione e se Cassinelli richiama altrettanto giustamente il diritto alla reputazione personale, evidentemente non possiamo ridurci ad uno scontro tra censori e libertari: è chiaro che, prescindendo dalle motivazioni del provvedimento, è necessario cercare un equilibrio tra due libertà, entrambe fondamentali. Cosi' come la libertà di espressione è fondamentale per qualsiasi stato di diritto, cosi' la calunnia e il gossip, possono sicuramente annientarne l'identità degli individui.  Ed è altrettanto chiaro che Internet ha delle dinamiche complesse a questo riguardo.

Per una ecologia sana dell'informazione in Rete è necessario mirare ad un modello in cui se sai di avere torto sei spinto a rettificare rapidamente, ma se hai il legittimo dubbio che la richiesta di rettifica ti giunga per tentare di nascondere fatti reali devi essere incentivato a difenderti. E questo può avvenire solamente se non ci sono pene cosi' elevate da spingere verso l'autocensura.

Un ulteriore aspetto da considerare è che per i giornali cartacei la rettifica appare l'unico modo di rimediare al torto di una notizia falsa, con l'aggravante che spesso questa non viene neppure pubblicata e sicuramente non con lo stesso risalto della notizia originale, tanto i gruppi editoriali piu' potenti hanno il modo di difendersi. Per il mondo dei blogger invece gli approcci per rimediare ad un contenuto falso possono essere molto diversi. Innanzitutto potrebbe essere piu' efficacie la semplice rimozione, piuttosto che una rettifica, nel caso la notizia non abbia ancora una grossa diffusione.

Per tutte queste ragioni credo che il dirtto applicato alle "conversazioni" in Rete dovrebbe incentivare al massimo le alternative alle dispute giudiziarie. Innanzitutto spingendo verso una risoluzione informale, e poi verso quelle eventualmente basate su qualche forma di mediazione (non vincolante) o arbitrato (vincolante). Solo nel caso di fallimento di tutti questi percorsi alternativi si potrebbe ricorrere ad un processo ed alla sanzione.

Troppo complesso da discutere in un comma di una legge? Ne sono convinto anch'io. Ed è per questo che credo che questa riflessione abbia bisogno di essere discussa in una misura apposita. Ci sarebbe la strada di articolare maggiormente un provvedimento già nel decreto intercettazioni, ma per la concitazione legata agli agli altri aspetti controversi del ddl, sopprimere completamente il comma e rimandare la discussione ad un nuovo testo sarebbe certamente la decisione più saggia.

Chiedo troppo? Certamente sì, finchè Cassinelli rimarrà l'unico nella maggiornaza a farsi avanti per la difesa del web. A partire da Fare Futuro e Libertiamo mi auguro, come ho già fatto, che cresca anche nella maggioranza lo schieramento per la rete libera a partire da un impegno per la soppressione del comma.

Perchè l'ho già detto più volte: i difensori della rete libera non possono pensare di restare in trincea fino alla fine della legislatura. È una scelta perdente. È chiaro che i danni possibili nei prossimi anni anni sono enormi ed necessario, laicamente, anche nel centro destra intercettare chi è disposto a ribaltare una matrice, che, in tutti i provvedimenti è stata finora miope rispetto all'innovazione e nettamente orientata dall'oscurantismo.



L'intercettazione a Pannella in onda su Radio Radicale. Inizia la disobbedienza civile radicale alla legge bavaglio?

Lun, 14/06/2010 - 09:38 — luca

Ieri, durante l'assemblea delle Associazioni radicali presso la sede di Torre Argentina a Roma, è andata in onda una intercettazione a Marco Pannella, che virtualmente inaugura una lunga fase di disobbedienza civile in Italia.

Chiunque di voi la può riascoltare, andando sul sito di Radio Radicale e cliccando sull'intervento di Luca Bardi (un nome fittizio, potete controllare, non esiste nessun Luca Bardi) che in realtà dava l'occasione per mandare in onda l'intercettazione di Pannella.

L'inizio è purtroppo abbastanza confuso, si sente la voce di Mario Staderini, segretario di Radicali Italiani, che cerca di realizzare un collegamento in videoconferenza che in realtà è solo la scusa per mandare in onda l'intercettazione di cui si intuiscono prima solo alcuni frammenti, "... lavorare alla Camera ...", "... Michele de Lucia ... ". Poi improvvisamente la conversazione diventa più chiara:

Pannella: "Vuoi caffe'? No perche' l'ho appena fatto ora lo riscaldo, è caldo ma ..."

Anonimo: "Caffe' ... sanno che non ... quelli di Bolzano ..."

P: "Dovrebbe essere caldo, forse è tiepido, vuoi lo zucchero?"

P: "L'avevo fatto aspettando che venissi."

P: "Zolletta?"

A: "No per me niente."

A: "[...] Cappato. [...]"

P: Luca Nicotra sta li' no? Ieri sera ha fatto la partita di pallone con Matteo e amici.

[...]

Pochi, pochissimi frammenti, da cui è difficile trarre delle conclusioni chiare. Si intuisce la minuziosa cura della temperatura del caffè da parte leader radicale. Sembra di intuire anche che il discorso verta su un possibile impiego dell'ospite di Pannella alla Camera. In ogni caso viene fatto il mio nome, e Pannella sembra alludere al fatto che l'impegno sportivo possa in qualche modo indebolire la mia attività politica. Da questo mi devo difendere. Non solo ero presente all'assemblea. Ma a dirla tutta, io alla partita di cui parla Pannella proprio non c'ero. Ho partecipato alla prima (contribuendo non poco alla sconfitta del team Radicali Online che pur contava tra le sue file la rivelazione Virginia "Palestina" Fiume, autrice del primo gol), e sarò in seguito presente al torneo di calcio radicale. Ma sabato ero a cena con degli amici in trasferta e ho dato buca alla mia squadra.

È chiaro che questa intercettazione rischia di essere un boomerang per il leader radicale. Riascoltandola potete rendervene conto da soli.



Potere a tecnici e agli scienziati e stato minimo. Il segreto della nascita e del futuro della Rete

Ven, 11/06/2010 - 22:40 — luca

 

Fin dall'inizio, Internet ha prosperato in un ambiente con una regolamentazione minima. Diversi soggetti in tutto lo spazio di Internet – provider o utenti di servizi di rete, applicazioni, contenuti, apparecchi o combinazioni di questi – hanno lavorato in modo cooperativo per rendere Internet quello che è, per affrontare le sfide man mano che sorgevano, e per incontrare i bisogni e le aspettative in evoluzione degli utenti. Internet è fiorito largamente come risultato di questi sforzi cooperativi, supportati piu' di recente da sigificativi livelli di investimenti e innovazione private.

Negli USA nasce in questi giorni il gruppo BITAG (Broadband Internet Technical Advisory Group), formato da compagnie di banda larga, aziende hi-tech e accademici. Lo scopo? Ridare in mano ai tecnici e agli ingegneri il futuro della rete. E delle sue policy. Come all'inizio.

Una iniziativa che nasce stimolata dai giganti Google e Verizon (uno dei maggiori player della banda larga negli USA) che a metà gennaio hanno sottoscritto un documento interessante sia nel metodo che nel merito.

Iniziamo dal metodo: due soggetti, con rilevanti disaccordi sul futuro della Rete, decidono di sottoscrivere una posizione condivisa che contiene soltanto i punti di contatto nonostante

 

 

we continue to disagree on some of these matters. We each stand by our individual positions in our separate filings, and nothing in this filing waives those positions.

Un passo importantissimo dovuto al fatto che che, nonostante le differenze

“our business rely on each other”.

Se solo anche gli attori che in Italia si confrontano sulla rete fossero sufficientemente egositi da capirlo, invece di farsi la guerra reciprocamente, e chiedere ai governi di intervenire a proprio favore e a scapito degli altri (vedi ad es. legge Bondi). Sogno un giorno in cui si riesca a far sottoscrivere una posizione comune non solo a provider di banda larga e di servizi software ma anche all'industria dei contenuti e alle associazioni consumatori, il passo sarebbe epocale.

Tornando al documento, i temi affrontati sono ugualmente importanti: innanzitutto i due colossi della Rete chiedono il minimo intervento possibile di governi e regolatori (FCC inclusa). Lo slogan, che riguarda pero' anche gli attori privati in posizioni dominati è,  “innovazione senza permesso”. Si parla anche di neutralità della rete che viene trattata in modo molto pragmatico, sostendendo che le diverse pratiche debbano essere analizzate caso per caso.

Prevedibilmente in merito allo sviluppo della rete di nuova generazione, sostengono la necessità incoraggiare investimenti privati. Insistono inoltre sulla necessità di agli utenti il potere di gestire tutti gli aspetti della loro esperienza su Internet. Né il governo, né i privati dovrebbero cercare di controllarla.

Ma si spingono anche fino al tema del copiright, relativamente al quale ritengono non si debba andare oltre alle norme vigenti (DCMA) frutto di faticose mediazioni, e si debba puntare semplicemente allo

“sviluppo di futuri sforzi coperativi volontari per scoraggiare la violazione del copyright”.

Insomma non proprio la posizione italiana.



A very very big walled garden, per i buoi che sono scappati

Mer, 09/06/2010 - 18:18 — luca

Se le cose stessero come sostiene Paolo Attivissimo su un suo applauditissimo post intitolato "Copyright, è ora di rendersi conto che i buoi sono scappati. E hanno vinto", altro che buoi, staremmo a cavallo. Le major incapaci di cambiamento sarebbero in declino, la Rete e il libero accesso vincenti grazie alle enormi possibilità di scelta, e imprenditori non in grado di rinnovarsi pian piano sostituiti da giovani in grado di stare al passo con i tempi.

Troppo bello per essere vero?

Forse perchè in realtà è falso. O meglio, non mostra tutta la figura.

È vero che i buoi sono scappati. Ma i gestori dei contenuti hanno abbandonato da tempo l'obiettivo di farli rientrare nel recinto.

Si sono dati piuttosto al progetto di costruire un recinto enorme, che contenga tutto quello che ora chiamiamo Internet.

E hanno un sacco di aiutanti: i governi delle leggi bavaglio, i tribunali delle censure preventive ai siti web che hanno dei link a materiale coperto da diritto d'autore, i geni dell'innovazione e della tecnologia che si fissano sul modello di business sbagliato, presentando nuovi gingilli ogni settimana, sempre più controllati e "sicuri".

Poi il bue esperto, lo sappiamo, c'è sempre la possibilità di scappare fuori con qualche accorgimento.

Ma con queste amicizie, i gestori, che periscano o meno, al resto della mandria sono in grado di lasciare un bel regalino:

a very very big walled garden.



Piratiamo la trasparenza

Mar, 08/06/2010 - 18:22 — luca

 

Se l'obiettivo è quello di passare dal supplicare trasparenza all'imporre trasparenza, la “pirateria della conoscenza” è possibile con tre strumenti: posta elettronica certifica, firma digitale, e richieste di accesso agli atti.

Questa la proposta che ho appena proposto per una futura iniziativa comune tra Agorà Digitale e Radicali Italiani su radicali.ideascale.com, il forum digitale dove dirigenti e attivisti stanno iniziando a discutendo strategie e prospettive.

La potete anche votare all'indirizzo http://radicali.ideascale.com/a/dtd/43777-9024

Il mio ragionamento parte dagli scogli su cui si è incagliata l'iniziativa radicale sull'anagrafe pubblica degli eletti che hanno reso ancora più evidente la difficoltà radicale di coinvolgere i cittadini senza accesso prolungato all'informazione e poi di fronte agli attriti e all'impenetrabilità stupida del potere.

 

 

Sono segretario di Agorà Digitale, associazione che lotta per affermare libertà individuali attraverso le nuove tecnologie. Ma sono anche un radicale. Quindi so bene che anche la trasformazione tecnologica è soggetta ai meccanismi del potere. Inutile girarci attorno: l'era digitale ci ha promesso una rivoluzione di trasparenza e di partecipazione che non sta arrivando. La Rete ha rivoluzionato i nostri rapporti sociali, il nostro modo di lavorare, il nostro modo di cercare notizie e informazioni. Ma appena si passa dagli individui ai sistemi di potere, la trasparenza, la disintermediazione, la semplicità dei rapporti tipici del mondo digitale, scompaiono, o, se ci sono, sono estremamente selettivi, disinnescati nel loro potere dirompente.

Il nuovo non passera quindi da un potere salvifico di Internet. Passerà forse dall'intelligenza di usare gli strumenti giusti, facendo lotte possibili, con le energie e il tempo che ciascuno di noi ha. Ed è con queste forze reali che possiamo cominciare a strappare documenti e informazioni importantissime dai cassetti degli amministratori e dalle mani dei nominati. Riversandoli nella Rete. Questa sarà la nostra pirateria.

È la ragionevolezza ad imporcelo. È con un atto di pirateria che Rita Bernardini, attraverso uno sciopero della fame faticosissimo, ha permesso di rendere pubbliche le spese segrete del parlamento, svelando a giornali e una parte di opinione pubblica dati sconosciuti e in molti casi “criminali” come li definì Pannella (vedi su: http://servizi.radicalparty.org/freshinstall/cameraspese/tutte )

In concreto gli strumenti che propongo sono tre.

  1. Posta elettronica certificata. Dietro questo nome terribile e tecnicista, c'è la possibilità di trasformare ogni email in una visita agli sportelli delle amministrazioni locali. Di comprimere in pochi istanti, click, le ore passate in fila o rimbalzato da un ufficio all'altro e a inseguire orari impossibili. Uno strumento pensato dall'amministrazione soprattutto per rendere la macchina burocratica più leggera (speriamo), ma che, quasi involontariamente, diventa il luogo dove ci possiamo infilare per esigere trasparenza e legalità.

  2. Sono numerosi i fogli da firmare quando ci si reca allo sportello. Perciò il secondo strumento di cui ci dobbiamo dotare è quello della firma digitale. Un apparecchio che collegato ad un computer permette di sottoscrivere documenti con pochi passi, alla velocità di un “Mi piace”, per quanti conoscono Facebook. Ma con un valore del tutto equivalente a quello di una firma autografa. La posta elettronica certificata, e ancora di più la firma digitale sono poco diffusi e di difficile reperimento. Ma con poche decine di euro, a meno della metà del costo di mercato, Radicali Italiani e Agorà Digitale hanno la possibilità di fornire ad ogni attivista questo piccolo ma sostanziale equipaggiamento tecnologico.

  3. L'“accesso agli atti”, lo strumento legale tramite il quale è possibile per un cittadino richiedere all'amministrazione pubblica documenti che legittimamente ritiene di essere interessato a conoscere. Strumento quasi inutilizzato per la burocrazia e la non conoscenza che lo circonda.

Per una email certificata con in allegato una richiesta firmata digitalmente di accesso agli atti ci vogliono pochi minuti. La nostra pirateria sarà quella di prenderci i documenti e i dati con cui ci sarà risposto e di renderli pubblici. E di denunciare per inadempienza la pubblica amministrazione in tutti i casi in cui questa non risponda. Anche con azioni collettive.

A quali informazioni possiamo accedere?

Solo per fare qualche esempio.

  1. A tutte le informazioni ambientali e con quelle documentare gli scempi sul territorio.

  2. Alle spese patrimoniali, ai redditi e alle spese elettorali dei consiglieri comunali, provinciali e regionali.

  3. A tutti gli iscritti alle liste elettorali, cioè dei cittadini che hanno diritto al voto.

Ma sta ai cittadini, agli attivisti ed ai dirigenti radicali, comprendere le priorità e la forma per poterci accedere.

Sembra complesso, come si può fare?

La gestione dei riferimenti di legge è ostica anche per i radicali di maggiore esperienza. Per questo è necessario che Radicali Italiani e Agorà Digitale forniscano delle procedure facilitate che permettano a chiunque di procurarsi con poche decine di euro posta elettronica certificata e firma digitale, e di realizzare in pochi click i documenti per le nostre visite “virtuali” agli uffici comunali.

Come valorizzare questa lotta?

Le strade possibili sono limitate solo dalla fantasia. Si chiama civil hacking la capacità di utilizzare le tecnologie per rendere i dati intuitivi e fruibili. Starà ai cittadini, agli attivisti, ad Agorà Digitale e Radicali Italiani saperli utilizzare in modo efficace.



Quelli che fanno i convegni sulla cultura digitale e non mettono gli eventi in streaming

Lun, 07/06/2010 - 18:39 — luca

Potenzialmente di grande rilevanza nel dibattito digitale la conferenza "Financing Culture in the Digital Era" che si terrà domani a Bruxelles, organizzata dal gruppo dei verdi, quello che con più forza cerca di tenere dritta la barra a difesa delle libertà digitali. Ambizioso il tentativo di mettere assieme molte delle facce di un nuovo approccio al finanziamento dei prodotti culturali. Partendo dalla flat rate culturale, ai micropagamenti sociali, fino al Digital Rights Fair Trade (un framework mooolto alternativo a quello dei DRM) si affronta quindi un punto centrale dell'attuale dibattito sul futuro della produzione culturale. Dal sito dei verdi:

"Mentre l'era digitale ha reso la conoscenza e la cultura accessibili al grande pubblico e contribuisce a diffondere una società della conoscenza mondiale, la sostenibilità della classe creativa è in dubbio. L'obiettivo di questa conferenza è di esplorare i diversi approcci per uscire da questo paradosso e trovare una soluzione mutualmente benefica"

L'unico problema è che alcuni (tra cui me stesso) di coloro i quali sarebbero interessati a seguire la conferenza non staranno a Bruxelles, e magari, nel 2010, si aspetterebbero di poter seguire l'evento in streaming, e invece ... nulla, nessun link, nessun sito web di riferimento.

Come dire, "una società della conoscenza mondiale" .... tranne questa conferenza, peccato. Eppure in un mondo in cui uno streaming è praticamente one-click-away, sarà che radioradicale.it mi ha abituato troppo bene, ma bisognerebbe trovare al più presto un (nonviolent ci mancherebbe) social punishment, per disincentivare questa "dimenticanza digitale". Perchè sempre più spesso il dibattito e la diffusione che si sviluppano (anche a posteriori) online sono un grande valore aggiunto di un evento.

UPDATE: Paolo mi segnala che invece lo streaming, pur non segnalato, fortunatamente ci sarà all'indirizzo http://www.greenmediabox.eu/live/culture/ . Bene così, social punishment evitato :-). Ora faccio un post uguale sui convegni della LUISS, perchè non riesco a trovare neppure quelli, ma magari sono io ...

 



I Nuovi Radicali

Ven, 04/06/2010 - 15:02 — luca

Open data per il Lazio, referendum rivoluzionari per trasporti, energia e abitazioni a Milano, consultazioni onlineinterventi in videoconferenza aperti a tutti per la prossima assemblea di Radicali Italiani. Dopo la sconfitta di Emma Bonino nel Lazio, il rinnovamento del movimento radicale passa per innovazione e nuove tecnologie. E per una classe dirigente under 40.

Ieri, Rocco Berardo, 34 anni, consigliere regionale, nel discorso programmatico per il gruppo radicale nel Consiglio Regionale del Lazio, ha posto come prioritaria la riforma degli Open Data, per una nuova trasparenza e una nuova economia dell'immateriale.

Nelle stesse ore a Milano, i radicali guidati da Marco Cappato, 39 anni, assieme al mondo ambientalista e al docente dell'Università Bocconi Edoardo Croci hanno presentato 5 referendum che, se approvati, saranno una vera rivoluzione per la città. I temi sono (1) l'estensione di Ecopass, Metrò, piste ciclabili e aree pedonali, (2) contro la cementificazione dell'area Expo, (3) la riapertura dei Navigli, (4) il raddoppiamento del verde pubblico e la riduzione del consumo del suolo, (5) l'energia pulita, la rottamazione edilizia, il teleriscaldamento, e l'efficienza energetica. Ne parlano tra gli altri the Frontpage e Le Ragioni.

Nel frattempo Radicali Italiani, dopo molti anni di scarsa presenza in Rete fuori dai momenti elettorali si preparano ad una svolta di 180 gradi. Sotto la spinta del nuovo segretario, Mario Staderini, 37 anni, e del tesoriere Michele De Lucia, 37 anni, durante la prossima assemblea radicale del 12 e 13 giugno, verrà inaugurato il nuovo sito radicali.it. Ma alcuni strumenti innovativi di e-partecipation sono già online proprio in vista dell'assemblea.

Sul sito radicali.ideascale.com un nuovo spazio di partecipazione e consultazione digitale per iscritti, attivisti e simpatizzanti che vogliano inserire le proprie proposte per il movimento e votare quelle degli altri (ce ne sono già 13), a partire da quelle del segretario e del tesoriere.

Inoltre all'assemblea sarà possibile partecipare non solo fisicamente a Roma, ma, anche online, con pari possibilità di intervento, tramite una sede virtuale in cui chi vorrà potrà prendere la parola in videoconferenza.

Insomma, molte le aperture digitali a cui nuovi e vecchi simpatizzanti si possono affacciare.



Brunetta, Obama de noialtri. Luci ed ombre di una strategia all'italiana per l'innovazione a costo zero

Gio, 03/06/2010 - 10:36 — luca

Interessante l'intervista a Brunetta in apertura di Frontiers of Interactions in cui di Riccardo Luna (Wired) riesce ad incalzare il ministro sulle prospettive dell'innovazione nel nostro paese.

Nonostante le critiche che io stesso spesso gli ho fatto, il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione si conferma uno degli attori più attenti e aperti del governo alle tematiche delle libertà digitali, e proprio per questo sarà importante incalzarlo e stimolarlo nei punti deboli della strategia che oggi sembra aver delineato. Il ministro parla di

"meno regole su Internet e trasparenza"

e addirittura, rispondendo sul Decreto Pisanu annuncia

"voglio fate tutto quello che serve per aumentare la libertà di comunicazione"

che dire, anche noi faremo di tutto affinchè per una volta si passi dalle parole ai fatti, e sicuramente nei prossimi mesi sull'abolizione della Pisanu dovremo cercare nel Ministro una sponda.

Brunetta inoltre annuncia a sopresa un primo data.gov italiano entro l'anno aggiungendo

"Ci stiamo lavorando con una legge, qualcosa è già disponibile ma i database non sono comunicanti e sempre on-line".

Ma qui si nasconde anche la parte più preoccupante del discorso del ministro. Perchè dietro il suo slogan

"Le riforme a costo zero sono le più fruttuose".

si nasconde una grossa difficoltà a rendere l'innovazione non tanto una delle priorità, ma quantomeno una delle tematiche di interesse di questo governo per uscire dall crisi.

Non giriamoci attorno. Non solo l'innovazione, dalla trasparenza degli Open Data, all'accesso della banda larga ha bisogno di risorse. Ma anche le leggi a costo zero, devono partire da lontano, per non finire emarginate nei momenti cruciali. Lo abbiamo visto chiaramente quando l'anno scorso abbiamo tentato di non far rinnovare la Pisanu nel mille proroghe.

Il fatto più preoccupante e che lo stesso Ministro si metta in una posizione di difesa dell'operato di Governo, e non cerchi invece di rappresentare fino in fondo le istanze dell'innovazione, cominciando a criticare i suoi colleghi seriamente e puntualmente.  Anche alzando i toni, quando necessario.

Ottenenere l'innovazione, in un paese schiacciato dalle lobby della conservazione, è una lotta, che non può avere successo nelle stanze dei bottoni ma solo coinvolgendo l'opinione pubblica.



Sconfitti, ed evidentemente incapaci di raccontare al Paese (e a noi stessi) cosa sta succedendo al web che si chiude

Mer, 02/06/2010 - 16:56 — luca

Potrei, a testa bassa, commentare la cronaca dell'ennesima battaglia persa. Rischiando di apparire poco più di un reporter, fare il punto su quanto si rafforza il progetto di imbrigliare la rivoluzione di Internet con l'approvazione del Rapporto Gallo  (lo so, non hai idea di cosa sia, è normale, se ti interessa leggi qui). Oppure potrei cercare di indossare i panni del critico ricalcando i titoli di chi scrive di una "vittoria degli integralisti", come l'instancabile Paolo Brini di Scambio Etico, o chi si pone l'interrogativo "Good bye, free Internet?".

Ma oggi non riesco neppure a cominciare. Bloccato dal pensiero che in fondo con chi comunico, se stiamo parlando di un documento di cui sono a conoscenza alcune decine o forse centinaia di persone in tutta Italia?

Seriamente, siamo sicuri che l'approvazione di questo rapporto sia importante per la società? E, se è così, perchè non riusciamo a far percepire l'urgenza ad altri fuori dalla solita cerchia?

È nota la difficoltà di far parlare l'informazione mainstream non solo di gadget, e se cercate "Rapporto Gallo" su Google News, troverete due articoli di Paolo su Scambio Etico, un pezzo Punto Informatico e un comunicato dell'AGI. Nient'altro.

Ma l'estrema difficoltà si assapora soltanto constatando come nulla di più si trovi nella blogosfera cercando su Blogbabel o Google blog search, O ancora, facendo una rapida ricerca nella mia casella di posta elettronica, che pure sono iscritto a molte mailing list che discutono proprio di libertà digitali: nell'ultimo mese trovo solo 7 messaggi, inviati sempre da Paolo o comunque che si riferiscono a quanto da lui scritto.

Più di ogni altra riflessione mi inquieta quindi questo deserto civile.

È possibile che si riesca a mettere in piedi una battaglia per i diritti digitali solo inserirendosi nelle lotte dei grossi gruppi di potere, come successo quando Repubblica si è presa sulle spalle anche la battaglia contro bavaglio ai blog? O che sia necessario semplificare e spettacolarizzare il messaggio come ricordo sosteneva Luca Neri che commentava alla scorsa festa dei Pirati  "il problema di questa comunità è che parla di cose complicate come il trattato ACTA"?

Forse, anche se io sempre più mi convinco che dietro a tutto questo c'è la mancanza di un racconto condiviso di come la rivoluzione digitale si intrecci con le libertà e con una società aperta. Questo ci manca prima ancora della possibilità di discuterne con il paese.

Se ne parla spesso incontrando amici blogger, o compagni in Agorà Digitale, che semplicemente vorrebbero sentirsi meno alieni. E certo, cominciare ad essere circondati da un numero cospicuo da compagni di lotta.



L'inutile risposta del Ministro Bondi all'interrogazione radicale di 6 mesi fa sulla tassa denominata "equo compenso"

Mar, 01/06/2010 - 13:02 — luca

Della serie, davvero, ma il Parlamento a che serve? Ad una interrogazione presentata il 15 dicembre rispondono dopo quasi 6 mesi, e siamo già fortunati perchè gran parte delle interrogazioni semplicemente non hanno risposta. Una consuetudine a cui purtroppo ci hanno abituato anche governi passati. Ulteriore curiosità, molto indicativa della stranezza dei processi di digitalizzazione nostrani, ovviamente arriva prima il cartaceo del digitale, e sul sito della Camera la risposta ancora non c'è, mentre è già arrivata nella casella del primo firmatario, Marco Beltrandi, che me l'ha gentilmente prestata.

Ma passiamo al merito. Nella interrogazione radicale si chiedono informazioni in merito alle voci che cominciavano a circolare sulla nuova tassa a dicembre. Con una sottile ironia la risposta conferma le voci, ammettendo che in effetti il 30 dicembre è stato approvato un decreto di legge in merito!!! Da ridere.
Non entro nei dettagli della risposta in burocratese del Ministro che ripercorre l'articolo 71-sexies della legge 22 aprile 1941. Nel mesi intercorsi da dicembre sono nate numerose iniziative, non ultime la richiesta di moratoria presentata dell'Istituto per le politiche dell'innovazione e la diffida all'introduzione della nuova tassa da parte di 9 associazioni di consumatori.

Mi preme sottolineare come le domande poste nell'interrogazione siano rimaste tutte inevase tranne una. Alla domanda sul motivo per cui non siano state coinvolte le associazioni consumatori nella formulazione del decreto si risponde che è già in programma un futuro tavolo di lavoro presso la Presidenza del Consiglio dei MInistri che comprenderà anche le associazioni consumatori.

Della serie prima il decreto e poi le consultazioni. Senza parole.

In ogni caso, se vi interessa leggere interrogazione e risposta non vi resta che aspettare qualche giorno, quando anche il lento documento digitale arriverà sul sito della Camera.



Altro che iPad. Sarà il porno il crocevia del futuro dell'informazione. Dove i giornali non arrivano.

Lun, 31/05/2010 - 17:08 — luca

 

Un bel pezzo di futuro passa per il porno. Il dibattito attorno ad immagini scandalose di corpi nudi e atti sessuali, anticipa uno dei temi centrali del mondo dell'informazione. Nessun reato, niente violenza, il porno è semplicemente qualcosa che a molti può risultare spiacevole e volgare. Per alcuni una corruzione dell'animo umano. Ma di sicuro non è di per sè illegale.

Ecco che con il porno, il tema della censura sbarca fuori dai tribunali, nel mondo di tutti i giorni, come strumento di governo della moralità e dei fenomeni di costume e non solo (non ci si accontenta più) di repressione dei reati. È il porno il cavallo di troia per i sistemi di censura e filtraggio cinesi nel cominciare, anche nei paesi cosiddetti democratici, a forgiare più o meno consapevolmente una moralità diffusa.

Nel vecchio mondo dell'informazione, eravamo abituati a poter relegare la pornografia in un'area riservata delle edicole. A nasconderlo sotto i libri di scuola durante il liceo. Nel frattempo gli editori mainstream si vedevano bene da scadere in oscenità che potevano valere il pubblico discredito.

Ma nelle strade disintermediate del web la pornografia può prendersi tutti gli ampi spazi che l'indole umana gli affida. E questo diventa un aspetto importante da considerare per una società  che in prospettiva sarà sempre più online.

Nel nuovo mondo dell'informazione, quello disintermediato, come gestiremo i contenuti che non si adattano al pubblico (e quindi tendenzialmente moralistico) senso del pudore e di ciò che si può ritenere non offensivo? Come risponderemo ai sempre più diffusi attacchi contro lo scadimento della società?

Sul campo già si possono vedere in azione diverse tendenze a cui dovremmo prestare maggiore attenzione.

Notizia di questi giorni è che Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, è stato contestato dal direttivo della Wikimedia Foundation, per aver impropriamente cancellato dalla enciclopedia libera delle foto ritenute pornografiche. Ma come spesso accade, la cesoia della censura colpisce molti innocenti, e tra i file cancellati sono finite molte foto, che, sostengono i critici, avevano su Wikipedia un puro valore informativo.

L'errore di Wales in tutto questo è di non aver capito la portata del problema a cui si trova di fronte, e di aver regito con fretta ad una pressione della società a cui non era preparato. Una pressione reale, non mi importa se di clericali o di padri di famiglia, se di bigotti o di persone coscienziose. Non mi importa quale sia la motivazione. Quello che so è che è necessario avere una risposta. So che presto la Wikimedia Foundation dovrà prendere una sua posizione ed essa dovrà essere soddisfacente.

Bisogna trovare una posizione comune da opporre non solo a Wales, ma anche a Steve Jobs, a cui gli utenti di iPad, iPhone e iPod dovranno dire, che sì il porno è qualcosa di invasivo e talvolta spiacevole, ma che vogliono essere loro a poterlo decidere. Loro a poterlo filtrare. Sono i genitori  a decidere cos'è gi propri figli. Non Steve Jobs. Non Jimmy Wales. 

Dibattito fondamentale dicevo. Peccato che sia in mano ai giornali cartacei. Su Repubblica di oggi, nell'inserto Multimedia di Affari e Finanza, un articolo parla proprio della vicenda Wales Vs. Wikimedia Foundation. Ma invece di porre il problema nei termini di uno scontro tra un padre padrone e una comunità che non accetta metodi draconiani, titola "Troppi errori, esplode il caso di Wikipedia" - "Dietro la lotta di potere al vertice c'è la necessità di cambiare sistema" infarcendo l'articolo, che parla proprio della questione pornografia, di box su "noti" casi di errori presenti sulla nota enciclopedia collaborativa (scomodando addirittura Umberto Eco) che poco hanno a che fare con il caso in sè e molto c'entrano con una linea portata avanti dal giornale indipendentemente dalle notizie del giorno. Come dire, finchè il filo lo tirano le grosse testate cartacee, il dibattito sul futuro del web difficilmente darà frutti non avvelenati.

 



L'assedio di chi vuole mettere in ginocchio la rete con recinti digitali. Circondati da Unione Europea, Governo Italiano, Provincia di Bolzano e Corte Suprema Tedesca

Sab, 29/05/2010 - 12:34 — luca

Altro che innovazione e apertura. In questi giorni l'Unione Europea ha avuto il coraggio di eliminare meticolosamente ogni riferimento agli strandard aperti dalla sua Agenda Digitale. Scontato che questo sia avvenuto sotto la pressione di grossi produttori di software proprietario. Davvero un segnale pessimo, che va nella direzione contraria a quella che più volte ho auspicato anche in questo blog.

Purtroppo le brutte notizie non si fermano qui, perchè in Italia il governo, dopo aver ignorato a più riprese le esortazioni a riattivare una politica per il software libero e gli standard aperti, decide invece di ridurre l'Osservatorio Open Source ad una sola dipendenteNon che l'osservatorio stesse fuzionando e navigando sul sito, si vede come  il progetto sia stato abbandonato da un po' (l'ultimo aggiornamento è di più di un anno fa), e anche l'ambiente di sviluppo coperativo (ASC) pare abbia sempre funzionato con difficoltà. Ma se dove servirebbe un rilancio si decide di chiudere, le prospettive sembrano oscure.

Arrivando persino all'illegalità, tanto che la provincia di Bolzano, ignorando una legge del 2005, ha disposto l'acquisto di oltre 2 milioni di euro in licenze di software proprietario. Una decisione così incredibile che l'Associazione Software Libero si sta preparando ad intervenire presso garanti della concorrenza, regione e TAR. Meno male che qualcuno riesce ad essere agguerrito.

Perchè il tracollo potrebbe essere completo, visto una settimana fa è arrivata dalla Germania, la notizia che la Corte Suprema per la prima volta sembra introdurre anche nel vecchio continente la possibilità di brevettare software.

La rete e la rivoluzione digitale si possono mettere in ginocchio anche passando per vie secondarie, e apparentemente molto più tecniche. Perchè purtroppo non tutti sanno che la Rete che usano quotidianamente, proprio grazie a quegli standar aperti, proprio grazie all'enorme innovazione presente nel software libero, è nata ed è prosperata fino ad oggi.



Se vi chiedono cosa sono gli Open Data, e come si possono fare in Italia, fategli vedere questo.

Ven, 28/05/2010 - 14:02 — luca

Obama, nella sua direttiva sugli Open Data, chiese di mettere almeno 3 dataset online entro 45 giorni. La regione Piemonte ha già fatto meglio e nel sito www.dati.piemonte.it di dataset ne ha pubblicati 9 (tutti in formato csv) riguardanti principalmente il settore della scuola e della diffusione dell'ICT nella pubblica amministrazioe e nelle imprese.

Davvero complimenti. Non solo dati utili per i cittadini, ma anche per le imprese o i professionisti, come le codifiche dei comuni o quella degli stati esteri. Magari vi sembrerà strano questo ultimo dato, in fondo che c'entrano gli stati esteri con il Piemonte? E invece è proprio questo a testimoniare che l'iniziativa è guidata dalla giusta filosofia: qualunque dato in possesso della PA deve essere liberato!!!

Raw data now!!!

Sul sito è possibile anche guardare una bella presentazione, anche se un po' tecnica, che trovate a questo link, e che spiega ad esempio la normativa che consente la pubblicazione dei dati relativi alle scuole.

Che dire, speriamo numerosi consiglieri (regionali, provinciali, comunali) si facciano contagiare. A partire da quelli radicali ... (ehm, Rocco?)



I blog riciclano notizie? Sì, ma almeno leggono le fonti

Gio, 27/05/2010 - 12:27 — luca

 

A leggere la notizia sul Corriere della Sera  o su Punto Informatico sembra che la nuova ricerca di Pew Research mostri sostanzialmente una certa inconsistenza dei blog, che, citando Punto Informatico "riciclano" notizie per il 99%" e a cui "spetta una nicchia per il commento". Se in qualche modo dal Corriere te lo puoi aspettare, stupisce che neppure dall'articolo di Punto Informatico si capisca che in realtà lo studio citato riguardi le diverse agende di social media e media tradizionali, mettendo l'accento sul fatto che più della notizia in sè conta lo spazio che a questa viene dato.

E meno male che nonostante le testate mainstream qualche blogger ha il tempo di andarsi a leggere le fonti. :-) Ma non abbastanza a quanto pare, perchè facendo una rapida ricerca, sembra essersene accorto solo De Biase che allo studio mette poco più di un puntatore.

Il dato fondamentale messo in evidenza dall'indagine è una composizione molto diversa delle agende di blog e media mainstream.

Giusto per fare un esempio citato dal rapporto Pew

“Un commento di un giudice nell'Arabia Saudita, che sosteneva la possibilità per i mariti di picchiare le mogli che spendono troppo, per esempio, è stata la seconda notizia più importante in una delle settimane di Maggio, raccogliendo molte critiche nella blogosfera. Non ha ricevuto quasi alcuna attenzione dalla stampa mainstream."

Insomma, pur citando fonti mainstream, sembra che un ruolo più nobile del riciclo i blog lo abbiano.

In generale solo in un terzo delle settimane i centri di attenzione dei blog sono gli stessi dei media mainstream. I blog parlano di scienza, tecnologia e ambiente fino ad otto volte rispetto ai media tradizionali dando anche maggiore risalto a notizie internazionali.

Il capitolo ambiente (di cui i blog discutono il doppio di quanto facciano i media tradizionali) include il caso più eclatante in cui la blogosfera è riuscita ad imporre un tema alla stampa mainstream, quello del noto Climate Gate.

E non solo ai media mainstream si rivolgono gli utenti se è vero che  il 44% delle persone afferma di accedere alle notizie

“almeno alcune volte alla settimana attraverso email, aggiornamenti automatici e post da siti di social networking”

 

Per chiudere torno su quel dato che parla del 99% dei blog che citano fonti mainstream. Questo indica certo un principio di autorità fortissimo, in cui sono i media tradizionali gli unici ad essere considerati affidabili in ultima analisi. Si tratta di un punto che il mondo dei social media, dei blog e dell'editoria digitale dovrà affrontare al più presto. Altrimenti non saranno sufficienti i segni che per alcuni sembrano prefigurare il formarsi di una ecologia dell'informazione online in qualche modo autosufficiente.



I dati si chiamano cosi' perchè vanno dati. Altrimenti si chiamerebbero "tenuti"

Mer, 26/05/2010 - 18:43 — luca

Il copyright del titolo di questo post è di un contatto di Ernesto Belisario, l'avvocato ed esperto in diritto delle nuove tecnologie che qualche giorno fa ha tenuto al Partito Radicale, assistito da Gigi Cogo, un seminario su Open Data e Trasparenza. Ovviamente liberamente riascoltabile su radioradicale.it .

Sono grato ad Ernesto e Gigi (autori anche di un interessante approfondimento su Nova di due settimane fa), perchè hanno permesso di fare il punto sulle iniziative passate e presenti che, in ambito radicale, vanno in questa direzione, allo stesso tempo prefigurando ulteriori fronti di iniziativa.

Perchè il problema, come ha ammesso lo stesso Ernesto durante la sua presentazione, è che gli Open Data sono ormai un argomento "alla moda". Molti ne parlano, insomma, ma ora bisogna farli.

Due i punti che mi pare interessante comprendere (per il resto vi rimando a questo ricchissimo post di Ernesto, che contiene molti degli spunti discussi nella sua relazione) prima di darci all'azione:

1) Non facciamoci illusioni: nel mondo anglosassone l'innovazione nella pubblica amministrazione è possibile anche perchè l'organizzazione della PA non ha la necessità di essere regolamentata per legge. È bastata una direttiva a Barack Obama per far partire il suo progetto di trasparenza. In Italia purtroppo i tempi sono altri.

2) Nel seminario si è parlato anche di Civil Hacking, cioè della nascita di iniziative, in cui programmatori ed esperti di pubblica amministrazione si incontrano per realizzare applicazioni che forniscano servizi ai cittadini con i (talvolta pochi e difficili da trovare) dati messi a disposizione dalle Pubbliche Amministrazioni, in modo da rendere autoevidente l'utilità delle iniziative di Open data. Ebbene  anche qui il distinguo è d'obbligo, perchè abbiamo già sperimentato in passato come le pulsioni alla partecipazioni che funzionano nei paesi anglosassoni raramente hanno analoghi successi nel vecchio continente, e più in particolare in Italia.

Insomma, niente sudditanza psicologica rispetto agli Stati Uniti, ma se si pensa di poter introdurre gli Open Data in Italia, con un approccio tecnico, senza affrontare il problema del potere, ci stiamo illudendo.



Una destra per la libertà della rete e dell'informazione?

Mar, 25/05/2010 - 13:49 — luca

Contestare è un dovere. Governo e partiti di maggioranza vanno attaccati con determinazione per le loro scandalose politiche sulla libertà di informazione e per i ripetuti tentativi di imbrigliare il web. Per questo, con l'associazione Agorà Digitale abbiamo convintamente aderito all'iniziativa nobavaglio.it portata avanti, tra gli altri, da Arturo di Corinto e Stefano Rodotà.

Ciò non elimina la necessità di alcune riflessioni urgenti per chi si vuole porre con una qualche progettualità nel dibattito sul futuro della Rete. E tra queste vi è il bisogno di comprendere come si possa formare, anche in Italia, un ampio schieramento a difesa dei diritti civili di nuova generazione, anche sul web.

Può questo avvenire nell'alveo di uno schieramento anti-berlusconiano?

Un dato su cui riflettere è che storicamente le leggi contro la libertà in rete sono state approvate e portate avanti sia a destra che a sinistra. Quindi mi verrebbe da dire che la risposta è no e che bisogna percorrere altre strade.

L'ulteriore elemento che si aggiunge in questi giorni è lo schierarsi contro il provvedimento anti-intercettazioni di quella che limitativamente viene definita l'area "finiana" del centro destra. Generazione Italia, Fare Futuro e Libertiamo sono intervenute in varie sedi, in alcuni casi anche partecipando alla manifestazione di piazza Montecitorio di venerdì contro il decreto bavaglio, accanto ad antiberlusconisti convinti Popolo Viola e Italia dei Valori. E vorrà pur dire qualcosa.

C'e' il rischio che alcuni di queste prese di posizioni siano esclusivamente strumentali? Sicuramente sì.

Ma il formarsi di un fronte a difesa della rete anche fuori dal centro sinistra appare molto interessante. Interessante è la posizione del presidente della Camera Gianfranco Fini, protagonista di un'incontro allca camera con Lessig, il maggior sostenitore della rete come bene comune. Come appassionato è stato l'intervento alla Camera di Pierferdinando Casini  in difesa di Internet ai tempi della discussione sull'introduzione dell'apologia di reato in Rete. Ci sono parlamentari PDL come Roberto Cassinelli che nel tempo si sono mostrati molto attenti alla piattaforma digitale. Associazioni come Libertiamo di Benedetto della Vedova hanno addirittura aderito alla Festa dei Pirati. Ex ministri come Beppe Pisanu che hanno suggerito di rivedere dei provvedimenti di cui loro stessi erano stati promotori. E c'è chi poi come il ministro Roberto Maroni da una parte propone nuove regolamentazioni censorie, dall'altra si dichiara a difesa della libera condivisione in rete.

Tutti segnali da seguire con attenzione.

Mentre si scende in piazza a contestare, ovviamente.



Steve Jobs contro Barack Obama. Ci vogliamo schierare?

Ven, 21/05/2010 - 12:07 — luca

Non fatevi confondere dalla forma. Uno è un politico visionario, l'altro un grande innovatore, normale che parlino linguaggi diversi. Ma, con le dovute differenze di prospettiva, in queste settimane Steve Jobs e Barack Obama hanno affrontato lo stesso problema. Quello del gestione dell'informazione nella nuova era tecnologica. Con una prospettiva molto interessante, perchè, citando ancora Luca De Biase (non me ne voglia se continuo a rubarne le formule), le loro "opinioni si collocano dopo, non prima dell'innovazione tecnologica".

È chiaro che alla difficoltà di gestire l'informazione si sta riferendo Jobs, nel recente mailing pubblicato su gawker parlando di

 "gente dell'era tradizionale del PC che sente che il mondo gli sta sfuggendo"

perchè vorrebbero essere liberati da programmi che rubano dati privati, o dall'invasione del porno. Non attacca certo iPad o l'informazione come intrattenimento. Ma si riferisce a quello spaesamento nel gestire il nuovo mondo tecnologico che per molti costituisce una grande difficoltà, spesso senza soluzione. Certo Jobs ha una prospettiva orientata agli utenti della sua piattaforma e non della società intera.

A cui invece si riferiva Barack Obama, nel discorso che molti hanno criticato nei giorni scorsi, e che nel mio piccolo ho cercato di difendere, beccandomi pure l'accusa di Obamiano inaffidabile (non tu Metil). Perchè il problema esiste e secondo me è sbagliato fare quadrato attorno al mondo delle nuove tecnologie, senza distinguere chi fa strumentalizzazione da chi cerca di porre un problema reale. Un problema comune se è vero che nell'errore credo sia caduta anche la stimatissima Anna Masera, nel suo commento dedicato alla vicenda.

Il problema esiste, chiunque abbia a che fare con le tecnologie lo conosce, ma le soluzioni possibili sono diverse: per Jobs è la censura e il filtro preventivo, per Obama l'educazione.

Ci vogliamo schierare in questo scontro?

E visto che Jobs retoricamente si rivolge sempre ai genitori, lo chiedo soprattutto a quanti, Metilparaben certo, ma anche Quintarelli, hanno annunciano l'acquisto di dispositivi di nuova generazione alla rispettiva prole.



Presto anche in Italia. Facebook e Youtube bloccati per vignette blasfeme

Gio, 20/05/2010 - 11:08 — luca

Non ci vuole molta fantasia ad immaginarsi che presto anche in Italia potrebbe venire in mente qualcosa del genere

 PAKISTAN: FACEBOOK E YOUTUBE BLOCCATI PER VIGNETTE BLASFEME

(ANSA) - ISLAMABAD, 20 MAG - I popolari siti di Facebook e di YouTube sono stati ''oscurati'' in Pakistan per aver pubblicato
alcune vignette di Maometto considerate blasfeme da un tribunale di Lahore. Lo riferiscono i media pachistani.
   Il blocco e' stato imposto dall'Authority delle telecomunicazioni pachistana (Pta) su ordine di un tribunale di Lahore, che ieri aveva dichiarato ''blasfemo'' un concorso lanciato su Facebook in cui si invitavano gli internauti a pubblicare online caricature su Maometto. Il ''link'' considerato sacrilego era gia' stato bloccato in precedenza dai fornitori di servizi internet, ma alcune delle
illustrazioni satiriche erano state caricate su YouTube. (ANSA).

 



Per l'Europa l'agenda digitale di cui l'Italia non è in grado di dotarsi. Agcom unica speranza?

Gio, 20/05/2010 - 11:00 — luca

Ieri è stato presentata l'Agenda Digitale europea, che oltre a porre all'Europa un ambizioso programma in termini di accesso alla rete ( metà delle abitazioni con banda larga a 30Mbps entro il 2020, metà dei cittadini utenti di servizi pubblici e commercio elettronico entro il 2015), introduce, come sottolineato da Quadrature du Net, degli importanti passi in avanti:

  • Indicando una prospettiva aperta all'evoluzione del copyright, addirittura ponendosi come obiettivo la riforma della gestione collettiva del copyright per mitigare il controllo dell'industria dell'intrattenimento sulla circolazione dei lavori culturali.
  • Riconoscendo l'importanza della neutralità della rete.

così come dei punti di debolezza come

  • la rimozione di ogni riferimento all'interoperabilità tramite strandard aperti
  • l'ambiguo passaggio sul crimine informatico che potrebbe prefigurare un sostegno a nuovi filtri per la rete

In ogni caso un tentativo importante di ipotizzare il governo della rete.

  E in Italia?  

Governo non pervenuto, in Parlamento giace da anni ormai il disegno di legge del senatore Vita che a suo tempo cercò di dare anche all'italia una sorta di agenda digitale.

L'unico segnale importante mi sembra l'iperattività dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, che dopo aver messo nero su bianco la volontà essere protagonista nel futuro della regolamentazione del diritto d'autore in rete, in questi giorni ha aperto un tavolo anche sulla fondamentale questione dello sviluppo della banda larga nel nostro paese.

  Non ci resta che Agcom.  

 


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Quella volta che son capitato ad Annozero, a difendere la rete

segretario dell'associazione radicale Agorà Digitale

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