albert mehrabian


Quell'alternativa al populismo che passa dallo smettere di grattarti il viso

Lun, 10/05/2010 - 11:30 — luca

L'obiettivo era chiaro, il messaggio ripetuto più volte e la passione insomma c'era. Un applauso e ritorni al tuo posto. Sei soddisfatto. E fortunatamente non ti chiedi cosa davvero resti del tuo discorso a quanti ti hanno ascoltato. Perchè spesso la risposta è poco, molto poco. E molto probabilmente non quello che tu ti immagini.

Sono un po' scettico sui dati e su come siano stati raccolti, ma un'idagine di circa 50 anni fa di Albert Mehrabian, che immagino sia citata durante ogni incontro sulla comunicazione in pubblico, pare indicare che le parole che scegli, l'organizzazione del discorso, e tutta la componente verbale conti solo per il 7%, mentre il 38% della comunicazione sarebbe delegata al paraverbale (ad esempio suoni, rumori, respiri, tono e timbro della voce) e il 55% al non verbale (come postura, movimenti del corpo, delle braccia e delle mani). Altri studi hanno suggerito percentuali molto diverse e comunque si tratta di indagini difficili da generalizzare ad ogni contesto, ma danno un'indicazione chiara su alcuni elementi solitamente completamente trascurati da chi cerca di entrare in relazione con gli altri. Il corpo è ricco di messaggi.

La politica si occupa moltissimo di informazione, ma si concentra, se va male, solo all'accesso ai canali di informazione, se va bene, anche alla produzione dei contenuti. Ma ben poco si spende per capire cosa venga percepito e come venga rielaborata l'informazione da quanti ascoltano il messaggio. Spesso perchè non ci sono i mezzi, o non si sanno utilizzare. Talvolta si danno troppe cose per scontate, e alla qualità si preferisce puntare alla rassicurante potenza di fuoco.

Questo fine settimana ho fatto un bel workshop di public speaking. Non mi ha cambiato la vita. Ero convinto prima della centralità dell'esperienza e della naturale forza dell'essere autentici e continuo ad esserne convinto.

Però sono contento di nuove parzialissime consapevolezze acquisite, e in particolare di aver provato in quel contesto a parlare di diritti civili in Rete. Perchè mi ha permesso di parlare ad un pubblico molto diverso da quello che si ritrova agli eventi sulla rete e forse un campione più realistico della società. Ma anche per i suggerimenti e le critiche ricevute. In quel contesto nessuna tentazione di buttarla in politica, per una erroneo presupposto che l'altro semplicemente ha un'opinione diversa da quella che tu hai così chiaramente espresso. Lì c'è davvero la possibilità di vedere come altri masticano diversamente i concetti, su cosa inciampano, dove rimangono insoddisfatti e cosa li urta. E quali parti del tuo discorso non si possano assolutamente tralasciare per distrazione.

Il fine di tutto ciò? Non è certo quello di sviluppare tecniche vuote e fine a se stesse. Ma la via alternativa alla comprensione dei meccanismi della comunicazione mi pare sia solo quella di alzare la voce ed eliminare i contenuti. E credo sia una strada già abbastanza trafficata da cercare di evitarla per non rimanere imbottigliati.


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Quella volta ad Annozero, a difendere la rete

segretario dell'associazione radicale Agorà Digitale

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