barack obama


Kung fu Obama - Esiste la mossa speciale contro il collasso del web?

Gio, 01/07/2010 - 16:19 — luca

Pur non conoscendo in dettaglio le cifre e i trend, non faccio fatica ad immaginare che dopo aver speculato su traffico di armi, droghe e persone, le mafie e le organizzazioni terroristiche si stiano buttando sul cybercrimine. E che quindi, dopo esserci scagliati contro il controllo di privati e governi, dovremmo cominciare ad occuparci anche di quello delle organizzazioni criminali. Perchè non si tratta più di rubare la carta di credito di sprovveduti su un sito internet o tramite la posta elettronica e neppure di diffondere i progetti di bombe fatte in casa. La criminalità è forse la sola forza economica in grado di competere con le grandi corporation, e avere grandi aspirazioni in termini di massiccia profilazione e di capacità di tenere sotto pressione le infrastrutture di intere economie.

Per questo, leggendo il "Protecting Cyberspace as a National Asset Act (PCNAA)" in prima battuta penso che stiamo davvero sottovalutando la pressione sociale che questo fenomeno potrebbe portare nel tempo. E che rischiamo di farci trovare impreparati per quando verranno proposti nuovi lucchetti per la sicurezza generale. Sappiamo bene che la posizione che la libertà si tutela nonostante le sue imperfezioni è tutt'altro che naturale.

A parte l'interruttore per spegnere la Rete di cui tutti parlano, questa legge non è una boutade alla Carlucci o alla D'Alia, ma un progetto di lungo periodo che rischia di avere un impatto molto forte (e negativo) sullo sviluppo di Internet. Ricollegandosi idealmente al progetto targato anni '50 con cui la difesa cominciò a valutare le vulnerabilità della rete telefonica nel caso di un attacco nucleare. E in cui i risultati furono proprio che la rete era insicura perchè eccessivamente centralizzata.

Illuminante è anche documento del US. Government Accountability Office del 2006 che, su richiesta del Congresso, approfondiva il problema della tutela del cyberspazio come assett strategico. In quel documento emerge una visione di paura e diffidenza in cui tecnici dell'ente ripetutamente lamentano e mettono in guardia sulla difficoltà di avere un progetto centralizzato e sicuro di recovery nel caso di attacchi informatici.

Invece di accorgersi, mi viene da dire, che la difficoltà di avere un progetto centralizzato di recovery, è la stessa che hanno organizzazioni criminali nell'organizzare attacchi generalizzati al sistema.

Mitch Kapor, cofondatore della Electronic Frontier Foundation (EFF) diceva "l'artchitettura [della rete] è politica". Non posso essere più d'accordo. Facciamo in modo di tutelare assieme alla sicurezza anche lo sviluppo disintermediato della rete e anche il cybercrimine avrà i suoi problemi.



Steve Jobs contro Barack Obama. Ci vogliamo schierare?

Ven, 21/05/2010 - 12:07 — luca

Non fatevi confondere dalla forma. Uno è un politico visionario, l'altro un grande innovatore, normale che parlino linguaggi diversi. Ma, con le dovute differenze di prospettiva, in queste settimane Steve Jobs e Barack Obama hanno affrontato lo stesso problema. Quello del gestione dell'informazione nella nuova era tecnologica. Con una prospettiva molto interessante, perchè, citando ancora Luca De Biase (non me ne voglia se continuo a rubarne le formule), le loro "opinioni si collocano dopo, non prima dell'innovazione tecnologica".

È chiaro che alla difficoltà di gestire l'informazione si sta riferendo Jobs, nel recente mailing pubblicato su gawker parlando di

 "gente dell'era tradizionale del PC che sente che il mondo gli sta sfuggendo"

perchè vorrebbero essere liberati da programmi che rubano dati privati, o dall'invasione del porno. Non attacca certo iPad o l'informazione come intrattenimento. Ma si riferisce a quello spaesamento nel gestire il nuovo mondo tecnologico che per molti costituisce una grande difficoltà, spesso senza soluzione. Certo Jobs ha una prospettiva orientata agli utenti della sua piattaforma e non della società intera.

A cui invece si riferiva Barack Obama, nel discorso che molti hanno criticato nei giorni scorsi, e che nel mio piccolo ho cercato di difendere, beccandomi pure l'accusa di Obamiano inaffidabile (non tu Metil). Perchè il problema esiste e secondo me è sbagliato fare quadrato attorno al mondo delle nuove tecnologie, senza distinguere chi fa strumentalizzazione da chi cerca di porre un problema reale. Un problema comune se è vero che nell'errore credo sia caduta anche la stimatissima Anna Masera, nel suo commento dedicato alla vicenda.

Il problema esiste, chiunque abbia a che fare con le tecnologie lo conosce, ma le soluzioni possibili sono diverse: per Jobs è la censura e il filtro preventivo, per Obama l'educazione.

Ci vogliamo schierare in questo scontro?

E visto che Jobs retoricamente si rivolge sempre ai genitori, lo chiedo soprattutto a quanti, Metilparaben certo, ma anche Quintarelli, hanno annunciano l'acquisto di dispositivi di nuova generazione alla rispettiva prole.



Obama contro la tecnologia? Blogger e giornali all'attacco. Ma sbagliano

Mar, 18/05/2010 - 19:00 — luca

 

Per una volta (finalmente!), non sono d'accordo con l'amico Metilparaben (alias Alessandro Capriccioli), sorpreso dalle dichiarazioni del presidente Obama, che in recente intervento alla Hampton University ha dichiarato:

 "con gli iPod gli iPad le Xbox e le PlayStation - nessuna delle quali so come funzionino - l'informazione diventa una distarzione, una diversione, una forma di intrattenimento, piuttosto che uno strumento di accrescimento politico e sociale."

Obama ha anche criticato i siti di social networking e i blog, attraverso i quali

 "anche le affermazioni più folli possono velocemente diffondersi".

 Tutto questo, ha detto il presidente agli studenti,

 "mette sotto pressione il nostro paese e la nostra democrazia".

Alessandro è in buona compagnia, e lo stesso Economist oggi in un articolo attacca Obama per la stessa ragione,  associandolo addirittura ai "bacchettoni" che nel '700 avevano espresso diffidenza sull'influenza dei romanzi sulle menti dei giovani, o negli anni '10 avevano etichettato il cinema come "un malvagio puro e semplice" o negli anni '50 i fumetti, accusati di portare i giovani alla delinquenza.

Sia Alessandro che lo stesso Economist si accorgono del paradosso di un presidente che sarebbe diventato tecnofobico mentre delle tecnologie è un grande utente, sempre legato al suo BlackBerry, tra i più grandi promotori degli open data, autore di una campagna presidenziale che proprio in rete ha avuto uno dei suoi passaggi centrali e che usa YouTube per parlare con i cittadini americani.

Beh, forse allora è un po' sbrigativo risolvere la questione con una battuta. Perchè approfondendo ci si accorge che le frasi di Obama vanno contestualizzate, come aveva fatto ad esempio Rampini il giorno dopo quel discorso, riproponendo la conclusione a cui Obama, in quel contesto universitario, voleva arrivare:

Non possiamo fermare il cambiamento. Dobbiamo adattarci. E l’istruzione è proprio quello che ci consente di farlo. L’istruzione vi rende più forti, sarete in una posizione migliore per navigare in questo nuovo spazio”.

Con questa consapevolezza ci si accorge che, in ultima analisi, la critica di Obama, sembra niente di più di una elaborazione , sicuramente più rozza, di quella ecologia dell'attenzione che da anni in Italia, Luca De Biase, che certo non può essere accusato di tecnofobia, cerca di porre come tematica centrale di riflessione:

"Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni."


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Quella volta ad Annozero, a difendere la rete

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