libertà digitali


Il dovere alla rettifica che ai media mainstream tanto non importa perchè non lo rispettano

Mar, 15/06/2010 - 20:47 — luca

Voglio raccogliere la disponibilità dichiarata dall'On. Roberto Cassinelli (PDL) alla modifica del ddl intercettazioni soprattutto per un motivo: offre finalmente la possibilità di affrontare il testo nella parte in cui incide sulle libertà in Rete, corsa quasi impossibile nei giorni della discussione finale in Senato. Non che fosse vietato ad alcuno scrivere un post sull'argomento. Ma per i pochi che ci hanno provato era una sorta di parlarsi addosso essendo altrove l'attenzione del dibattito, anche online.

Insuperabile la preponderanza del "bavaglio" offline, per i suoi caratteri di forte incostituzionalità, per gli evidenti effetti a brevissimo termine su giornali, radio e tv e per la guerra di potere scatenata dai  media tradizionali  che cercano innanzitutto di tutelare se stessi. Un fenomeno evidentissimo su Repubblica, che se inizialmente ha rilanciato un appello sottoscritto da personalità del mondo delle "libertà digitali" con un testo con una impostazione 50-50 tra new media e old media e ma man mano ha fatto scivolare il problema della Rete ad un'appendice: "lo sapevate che pure i blog rischiano ...".

Quindi merito a Roberto Cassinelli e ai blogger Claudio Messora di Byoblu.com e Fabio Chiusi de ilNichilista che ne hanno sollecitato l'intervento. C'è il rischio che qualcuno si accorga del comma incriminato.

Ma per rendere produttivo questo possibile risveglio di interesse è necessario entrare nel merito dell'emendamento Cassinelli che in sostanza propone di allungare il tempo a disposizione di un blogger per pubblicare sul proprio sito la rettifica, per sanare la evidente impossibilità per una pubblicazione non professionale di rispondere in tempi brevissimi.

A questo intervento migliorativo si possono fare subito delle semplici obiezioni:  come la necessità di sanare la disparità anche sotto l'aspetto pecuniario. 12500 euro sono niente per Repubblica.it e moltissimo per un blog amatoriale. O il fatto che anche sette giorni possono essere irragionevoli per molte persone che vivono la rete in modo saltuario.

Ma i rilievi più interessanti emergono considerando il quadro generale in cui si inserisce il comma. Se guistamente i detrattori del provvedimento si appellano alla libertà di espressione e se Cassinelli richiama altrettanto giustamente il diritto alla reputazione personale, evidentemente non possiamo ridurci ad uno scontro tra censori e libertari: è chiaro che, prescindendo dalle motivazioni del provvedimento, è necessario cercare un equilibrio tra due libertà, entrambe fondamentali. Cosi' come la libertà di espressione è fondamentale per qualsiasi stato di diritto, cosi' la calunnia e il gossip, possono sicuramente annientarne l'identità degli individui.  Ed è altrettanto chiaro che Internet ha delle dinamiche complesse a questo riguardo.

Per una ecologia sana dell'informazione in Rete è necessario mirare ad un modello in cui se sai di avere torto sei spinto a rettificare rapidamente, ma se hai il legittimo dubbio che la richiesta di rettifica ti giunga per tentare di nascondere fatti reali devi essere incentivato a difenderti. E questo può avvenire solamente se non ci sono pene cosi' elevate da spingere verso l'autocensura.

Un ulteriore aspetto da considerare è che per i giornali cartacei la rettifica appare l'unico modo di rimediare al torto di una notizia falsa, con l'aggravante che spesso questa non viene neppure pubblicata e sicuramente non con lo stesso risalto della notizia originale, tanto i gruppi editoriali piu' potenti hanno il modo di difendersi. Per il mondo dei blogger invece gli approcci per rimediare ad un contenuto falso possono essere molto diversi. Innanzitutto potrebbe essere piu' efficacie la semplice rimozione, piuttosto che una rettifica, nel caso la notizia non abbia ancora una grossa diffusione.

Per tutte queste ragioni credo che il dirtto applicato alle "conversazioni" in Rete dovrebbe incentivare al massimo le alternative alle dispute giudiziarie. Innanzitutto spingendo verso una risoluzione informale, e poi verso quelle eventualmente basate su qualche forma di mediazione (non vincolante) o arbitrato (vincolante). Solo nel caso di fallimento di tutti questi percorsi alternativi si potrebbe ricorrere ad un processo ed alla sanzione.

Troppo complesso da discutere in un comma di una legge? Ne sono convinto anch'io. Ed è per questo che credo che questa riflessione abbia bisogno di essere discussa in una misura apposita. Ci sarebbe la strada di articolare maggiormente un provvedimento già nel decreto intercettazioni, ma per la concitazione legata agli agli altri aspetti controversi del ddl, sopprimere completamente il comma e rimandare la discussione ad un nuovo testo sarebbe certamente la decisione più saggia.

Chiedo troppo? Certamente sì, finchè Cassinelli rimarrà l'unico nella maggiornaza a farsi avanti per la difesa del web. A partire da Fare Futuro e Libertiamo mi auguro, come ho già fatto, che cresca anche nella maggioranza lo schieramento per la rete libera a partire da un impegno per la soppressione del comma.

Perchè l'ho già detto più volte: i difensori della rete libera non possono pensare di restare in trincea fino alla fine della legislatura. È una scelta perdente. È chiaro che i danni possibili nei prossimi anni anni sono enormi ed necessario, laicamente, anche nel centro destra intercettare chi è disposto a ribaltare una matrice, che, in tutti i provvedimenti è stata finora miope rispetto all'innovazione e nettamente orientata dall'oscurantismo.



Sconfitti, ed evidentemente incapaci di raccontare al Paese (e a noi stessi) cosa sta succedendo al web che si chiude

Mer, 02/06/2010 - 16:56 — luca

Potrei, a testa bassa, commentare la cronaca dell'ennesima battaglia persa. Rischiando di apparire poco più di un reporter, fare il punto su quanto si rafforza il progetto di imbrigliare la rivoluzione di Internet con l'approvazione del Rapporto Gallo  (lo so, non hai idea di cosa sia, è normale, se ti interessa leggi qui). Oppure potrei cercare di indossare i panni del critico ricalcando i titoli di chi scrive di una "vittoria degli integralisti", come l'instancabile Paolo Brini di Scambio Etico, o chi si pone l'interrogativo "Good bye, free Internet?".

Ma oggi non riesco neppure a cominciare. Bloccato dal pensiero che in fondo con chi comunico, se stiamo parlando di un documento di cui sono a conoscenza alcune decine o forse centinaia di persone in tutta Italia?

Seriamente, siamo sicuri che l'approvazione di questo rapporto sia importante per la società? E, se è così, perchè non riusciamo a far percepire l'urgenza ad altri fuori dalla solita cerchia?

È nota la difficoltà di far parlare l'informazione mainstream non solo di gadget, e se cercate "Rapporto Gallo" su Google News, troverete due articoli di Paolo su Scambio Etico, un pezzo Punto Informatico e un comunicato dell'AGI. Nient'altro.

Ma l'estrema difficoltà si assapora soltanto constatando come nulla di più si trovi nella blogosfera cercando su Blogbabel o Google blog search, O ancora, facendo una rapida ricerca nella mia casella di posta elettronica, che pure sono iscritto a molte mailing list che discutono proprio di libertà digitali: nell'ultimo mese trovo solo 7 messaggi, inviati sempre da Paolo o comunque che si riferiscono a quanto da lui scritto.

Più di ogni altra riflessione mi inquieta quindi questo deserto civile.

È possibile che si riesca a mettere in piedi una battaglia per i diritti digitali solo inserirendosi nelle lotte dei grossi gruppi di potere, come successo quando Repubblica si è presa sulle spalle anche la battaglia contro bavaglio ai blog? O che sia necessario semplificare e spettacolarizzare il messaggio come ricordo sosteneva Luca Neri che commentava alla scorsa festa dei Pirati  "il problema di questa comunità è che parla di cose complicate come il trattato ACTA"?

Forse, anche se io sempre più mi convinco che dietro a tutto questo c'è la mancanza di un racconto condiviso di come la rivoluzione digitale si intrecci con le libertà e con una società aperta. Questo ci manca prima ancora della possibilità di discuterne con il paese.

Se ne parla spesso incontrando amici blogger, o compagni in Agorà Digitale, che semplicemente vorrebbero sentirsi meno alieni. E certo, cominciare ad essere circondati da un numero cospicuo da compagni di lotta.



Festival delle libertà digitali, dal 10 al 16 maggio a Milano

Gio, 15/04/2010 - 20:19 — luca

Chi si occupa di libertà digitali, sa bene la difficoltà di organizzare eventi su queste tematiche. Per questo credo che l'iniziativa di Wikimedia Italia di lanciare un Festival delle Libertà Digitali sia da sostenere in tutti i modi. Per le associazioni, come Agorà Digitale che si occupano di libertà digitali inoltre è possibile contribuire direttamente al festival.

Con la convinzione che partendo dai successi collaborativi di Wikipedia e del Software Libero, si riesca davvero a comprendere cos'è la rete e perchè bisogna salvaguardarla:

Il Festival delle libertà digitali nasce per coinvolgere una più ampia fascia di persone nei valori positivi della rivoluzione culturale che stiamo vivendo, quella digitale, legata ad Internet, sulla spinta etica e dei principi di libertà che sono alla base del software libero.

Vogliamo mostrare che la condivisione di risorse in rete è possibile in modo legale utilizzando i principi etici alla base del software libero. Ci rivolgiamo in particolare ai giovani, con la condivisione legale della musica, di immagini, di notizie e di conoscenza. Interagiamo con le persone, con cui sperimentiamo dal vivo progetti su Internet socialmente significativi e basati sul volontariato degli utenti, come l'enciclopedia libera Wikipedia.

 



Ipad e la sostenibilità economica della libertà

Mer, 07/04/2010 - 15:56 — luca

Merito a Vittorio Zambardino (con cui finalmente alla Festa dei Pirati ho avuto la possibilità di scambiare qualche parola di persona) che, tenendo fede all'obiettivo "eretico" del suo libro, pone il successo (quantomeno in termini di vendite) del nuovo gingillo Apple, l'Ipad, nel problematico capitolo dei nuovi doganieri del web.

Oltre al suo post è interessante leggere i relativi commenti, davvero infuocati contro il giornalista di Repubblica. Oltre ad un certo tifo da stadio sempre presente tra le varie fazioni nerd (Mac vs. Linux vs. Windows etc.), credo che questo fervore derivi da un'ambiguità di fondo dell'analisi di Vittorio che sembra poter prefigurare una lotta da combattere facendo leva prettamente sulle scelte individuali (scelte quindi in qualche modo eroiche, considerato l'hype di acquisti e attenzione di cui gode l'Ipad) e non cercando di porre la questione come prioritaria nelle stanze dei bottoni.

Tutto quell'affrettarsi a giustificarsi dei suoi lettori ("ma è bello", "ma mi facilita la vita", "da quando sono passato a Mac il mondo è cambiato", "non ho tempo da perdere configurando computer") potrebbe derivare dalla sensazione che si stia chiedendo ai singoli cittadini di farsi carico dell'ipoteca sul futuro comportata da tecnologie chiuse come quelle dell'Ipad. Il che è un po' come chiedere all'impiegato (o alla mamma, al disoccupato, all'appassionato di chatline erotiche) di scegliere una tariffa telefonica di una compagnia più aperta (ma economicamente svantaggiosa o con meno servizi) perchè "migliore" per lo sviluppo del mondo delle telecomunicazioni. O, all'estremo, come proporre ad un operaio che ormai è in età pensionabile di posticipare l'uscita dal mondo del lavoro per lasciare qualche soldo per i più giovani.

Non solo si tratta di una strada perdente perchè l'ufficio stampa di Apple e il carisma di Steve hanno gioco facile sul blog di Vittorio e sugli sforzi di quanti altri (ovviamente ci metto anche Agorà Digitale) cercano di mettere in guardia sulle prospettive di tecnocontrollo e chiusura della società, proprio tramite Internet.

Si tratta di una strada perdente soprattutto perchè nell'ambito delle nuove tecnologie sembra davvero improbo addebitare ai singoli cittadini, e alle loro scelte, il costo dello sviluppo di una società aperta.

Perchè non ripartire invece dai successi (che sono soprattutto successi del mercato) come quello della multa a Microsoft per abuso di posizione dominante (era il 2004, ere geologiche fa nel tempo di Internet)? Perchè non ripartire da una posizione liberale che ribadisca che il mercato non è il luogo dell'"assenza delle regole"? Le regole ci sono e devono esserci ma devono essere efficienti ed applicate.

Perchè non ripartire dal coinvolgimento dai cittadini non per boicottare aziende "chiuse", ma per portare istanze di apertura ad istituzioni e politica, per costringere una valutazione pubblica sul costo che avrebbe l'apertura di tecnologie in termini di mancata innovazione o al contrario il costo che avrebbe la mancata apertura in termini di futuri mercati ma soprattutto di libertà individuali?

La prima proposta potrebbe essere molto semplice: alle aziende con quota di mercato superiore al 5% è imposta la realizzazione di sistemi interoperabili e che utilizzino protocolli e formati "aperti". Punto.


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Quella volta ad Annozero, a difendere la rete

segretario dell'associazione radicale Agorà Digitale

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