
Sull'onda della lettura natalizia del saggio del giurista e politologo Bruno Leoni "La libertà e la legge" (approfitto delle vacanze per colmare lacune) mi viene spontaneo interrogarmi su quale possa essere il reale effetto di un testo come il Codice dell'Amministrazione Digitale (CAD), che nella sua versione 2.0 è stato approvato dal Consiglio dei Ministri appena prima di Natale.
<beginners> Cos'è il Codice dell'Amministrazione Digitale? L'insieme delle leggi che indicano alle amministrazioni locali (Comuni, Provincie, Regioni) e centrali (Ministeri, Dipartimenti, etc.) come utilizzare Internet e le tecnologie digitali per il loro funzionamento interno e nei rapporti con i cittadini. Per tutto il resto c'e' Wikipedia</beginners>
Insomma una legge che va a toccare alcuni argomenti un po' tecnici, ma che hanno un impatto innanzitutto sull'economia eliminando burocrazie ed inefficienze (e sappiamo che quando l'economia non gira, il conto lo pagano anche quelli che di economia vorrebbero non occuparsi) ma anche un impatto diretto e tangibile sulla vita dei cittadini dal punto di vista dei diritti di cittadinanza. Perchè non si può pensare che nel 2011 le signore anziane dei condomini romani comunichino su Facebook, mentre la modalità con cui esercitare i propri diritti di scelta e di indirizzo delle politiche rimanga nella sua versione ottocentesca di persone che ogni cinque anni si mettono in fila per fingere di scegliere alcuni rappresentanti in realtà nominati da altri. No, forse neppure nell'ottocento.
Per questi motivi ero molto interessato alla conferenza stampa di presentazione del CAD 2.0 disponibile su Radio Radicale. Ma ascoltandola mi è venuto in mente che avrei davvero voluto proporre qualche osservazione e alcuni suggerimenti.
Innanzitutto, la sensazione di onnipotenza da legislatore può essere curata se diagnosticata in tempo. Insomma siamo nel paese in cui la legge è un incredibile pasticcio di codici in mano a degli alchimisti (che non saranno comunisti, ma sempre di casta si tratta), in cui la giustizia è così lenta che avere un familiare coinvolto in un processo penale è un dramma economico e sociale. In cui la quasi totalità delle amministrazioni risulta inadempiente su moltissime leggi esistenti da anni. Con questa situazione, davvero il binomio legislazione-rivoluzione non ci sembra un ossimoro improponibile? Non si rischia di alimentare aspettative esagerate? E di sottovalutare altri aspetti non secondari?
La riforma non sta nel testo ma nella capacità di dargli corpo. Immaginate se i protagonisti delle politiche di trasparenza, innovazione, governo aperto e open data negli Stati Uniti e in Gran Bretaglia, persone del calibro di Tim Berners-Lee o Vivek Kundra, non avessero avuto il loro carisma, la loro capacità di raccontare ciò che immaginavano e il perche' dei cambiamenti che ritenevano necessari. Davvero qualcuno crede che avrebbero potuto influenzare le rispettive pubbliche amministrazioni senza la loro capacità di rappresentare in modo visionario la riforma che avevano in mente? Davvero riuscite ad immaginare un Tim Barners-Lee su TED che spiega la rivoluzione che ha in mente nello stesso modo in cui Brunetta la rappresenta non solo nella conferenza stampa ma anche nei comunicati e documenti prodotti in questi mesi? Ripetendo centinaia di volte gli stessi stanchi rituali e la stessa inflazionatissima parola "rivoluzione". Così insicuro da lanciarsi in ardite speculazioni sui futuri risparmi che ricordano troppo i numeri che venivano snocciolati dallo stesso Brunetta in occasione del lancio della campagna (fallita) per la diffusione della posta elettronica certificata. Davvero è questo il legislatore che dovrebbe innovare il paese?
La legge per poter funzionare deve essere semplice. È vero, non abbiamo ancora il testo definitivo. Ma difficilmente la complessa struttura del testo originale potrà essere cambiata. E si confermerà dunque l'illusione che innovazione possa andare a braccetto con burocratismi e complesse soluzioni che non hanno pari in altri paesi del mondo. Con in piu' il rischio che, per le resistenze sempre presenti ma anche per il digital divide ben diffuso nel paese, i processi digitali non si sostituiscano, ma si sommino a quelli tradizioni portando una diminuzione e non un aumento dell'efficienza.
Le possibilità di riforma stanno nella conoscenza che il legislatore ha del mondo che cerca di governare. Una delle cose più buffe della conferenza stampa di Brunetta è il momento in cui il Ministro per la prima volta tenta di fare un esempio concreto di applicazione del suo Codice dell'Amministrazione Digitale, dicendo (siamo piu' o meno al minuto 7)
"Se voi comunicate al Comune di Roma che avete una Pec [posta elettronica certificata ndb] e che volete ricevere dal Comune di Roma solo informazioni in via elettronica per tutte le comunicazioni modello raccomandata, il Comune di Roma ha l'obbligo di colloquiare con voi per quella via. Dalle multe, ai certificati, ai concorsi e cosi' via"
Al che mi verrebbe da dire, Ministro, si sieda e rifletta con noi. Lei lo sa che il Comune di Roma non ha un'indirizzo PEC generico a cui ci si possa rivolgere? Che l'unico ufficio che da mesi ha messo a disposizione tale recapito e' l'anagrafe, mentre la legge impone l'esistenza di un indirizzo generico a cui ci si possa rivolgere? Qual'e' quindi la procedura per segnalare il proprio indirizzo PEC? Un modulo prestampato da consegnare allo sportello dopo aver fatto la fila?
Davvero Ministro, di quale rivoluzione stiamo parlando?






