
"Quel che l'uomo libero non vuole è di essere preso per il naso da taluni uomini, i quali, per via di elezioni od in altre maniere sono padroni della macchina statale e perciò da sé si definiscono 'lo stato', e di vedersi insegnare da costoro, i quali certamente, in quello specifico punto, ne sanno meno di lui, in qual modo egli deve gestire la sua impresa, seminare i suoi campi, vendere a tale prezzo, associarsi con Caio e Sempronio per produrre meglio, comprare gli strumenti, le macchine, le sementi di cui ha bisogno in paese o, se gli converrebbe comprar fuori, acquistare tanto e non più, a prezzo cresciuto di tanto ecc. ecc."
Parole che appartengono a Luigi Einaudi, intellettuale liberale e tra i padri della Repubblica Italiana. Una riflessione che potremmo applicare al dibattito sull'innovazione o sulla libertà di informazione semplicemente sostituendo "installare reti wifi" a "seminare i suoi campi" o "tecnologie digitali" a "sementi".
Parto da Einaudi per arrivare al bel post di Vittorio Zambardino, che dal suo blog di Repubblica denuncia, con la lucidità linguistica che gli appartiene, l'invisibile ed ininfluente angolo in cui i cosiddetti "esperti digitali" si rintanano per discutere animatamete.
"Noi enunciamo e dichiariamo, stabiliamo principi, scriviamo carte, proponiamo la santificazione di una tecnologia che diventa redenzione. Sarò diventato vecchio, ma c’è qualcosa che non gira, la retorica non è solo quella anti rete dei tecnofobi. C’è anche la retorica dei tecnofili e dei neofiti l’idea che Internet abbia bisogno di una lobby, di una campagna e di una enfasi sempre viva, così ecumenica da non urtare nessuna sensibilità e nessun interesse. Quindi così “apolitica”, cioè muta e impotente".
Vittorio ha il pregio di indicare il problema. Eppure ho il sospetto che se ci fermassimo a questa analisi, rischieremmo di mettere al muro alcuni "produttori di retorica", addebitando loro colpe che superano i pur esistenti demeriti.
Ho la sensazione che non si sia ancora arrivati all'eresia, di cui pure, concordo con te Marco, abbiamo bisogno.
Come arrivarci? Banalmente si potrebbe cominciare chiedendoci l'origine di tutto cio'. Confesso di non avere una risposta, ma credo che qualcosa centri una certa impronta politica di chi ha condotto il dibattito in questi anni. Credo che centri qualcosa un comparto industriale italiano parastatalizzato che preferisce la cooptazione alla libera competizione. Ho il sospetto che centri anche la difficoltà dell'"intellighenzia digitale" a digerire il fatto che le politiche di stato (taluni uomini, i quali, per via di elezioni od in altre maniere sono padroni della macchina statale e perciò da sé si definiscono 'lo stato' diceva Einaudi) con cui costantemente cerchiamo di interagire, saranno necessariamente di "potere". Magari attenuate dalla nostra bravura e dalla nostra capacità di raccogliere firme su appelli, ma sempre e comunque di potere.
Se tutto o questo centra, e se è la nostra sudditanza, anche psicologica, allo Stato (o meglio a taluni uomini, etc.), uno dei problemi, ci dobbiamo chiedere dove altro possiamo volgere lo sguardo.
E timidamente, una risposta nel suo post Vittorio la mette. Usa le parole "serena concretezza" per descrivere come altrove si affrontano i capitoli wifi, accesso ad Internet e digital divide. Ma in queste parole c'e' la soluzione e al tempo stesso la retorica (ed è un riflesso condizionato, ne sono quasi certo) che ci impedisce di guardare alla soluzione.
Tu non dici solo "concretezza", Vittorio. Tu dici, "serena concretezza". E pero' a me viene in mente la feroce competizione, il grande che mangia il piccolo, un continuo spingersi ai limiti della violazione dei diritti più fondamentali degli utenti, una meritocrazia feroce che non ammette umane debolezze, senza ostaggi, l'impossibilità di potersi fidare a lungo dei propri successi. Mi vengono in mente queste che sono le caratteristiche degli attori che di fatto stanno portando davvero la tecnologia e l'innovazione, quelli che davvero rivoluzionano il sistema dell'informazione, che davvero danno nuovi strumenti di partecipazione ed interazione. Questo è il mondo mette le reti wifi, che crea l'accesso ad Internet e colma il "digital divide".
Si tratta di un contesto concreto? Certamente si'. Sereno? Direi per niente. Libero? Forse, di certo non completamente, e mai per sempre.
Perchè non è libertà la possibilità di comportarsi in modo unilaterale con i fruitori di un servizio, come fanno compagnie telefoniche e piattaforme di servizi come Google o Facebook. Non è libertà la possiblità di far soccombere potenziali concorrenti utilizzando la propria posizione dominante.
Non è libertà l'assenza di regole ma al contrario, citando Bruno Leoni,
“si è «liberi» se si è in grado, in qualche modo, di costringere altri ad astenersi dal costringere noi sotto qualche aspetto”.
Ebbene, questa cosa, talvolta libera, talvolta soggiogata ai poteri, che però è l'unica che davvero innova, sconvolge, crea brecce nel potere, di cui Internet è solo l'ulima delle tante, si chiama libero mercato. Quella cosa che si definisce come somma delle transazioni che gli individui effettuano volontariamente nel rispetto della volontà degli altri.
È il libero mercato l'innominabile contesto in cui emerge l'innovazione e la libera informazione. Innominabile perchè privo di retorica. Il libero mercato è "sangue e merda", ma anche vita, creatività, libertà allo stato più puro e quindi dirompente.
Possiamo lasciarci soccombere da questa complessità. Possiamo girargli le spalle, fingendo che ci possa essere uno "stato" non di potere che nella sua perfezione darà a tutti la loro parte. A tutti la loro informazione. A tutti i loro diritti civili e di cittadinanza. Possiamo illuderci che Internet sia un mondo a parte, avulso dal sistema del potere, in cui tutto possa essere collaborazione, tutto possa essere "win-win". Possiamo fingere davvero, se vogliamo, che lo stato non sia "taluni uomini, i quali, per via di elezioni od in altre maniere sono padroni della macchina statale e perciò da sé si definiscono 'lo stato'".
O al contrario possiamo decidere che capire e governare questa crudele forza che emerge dall'interazione tra gli individui e' la via meno retorica, la via più vera, e cominciare a dedicare ad essa le nostre attenzioni, i nostri blog, le nostre riflessioni e le nostre richieste.







