vittorio zambardino


Quel rapporto tra libera informazione e libero mercato che l'intellighenzia internettiana non affronta

Gio, 06/01/2011 - 18:44 — luca

"Quel che l'uomo libero non vuole è di essere preso per il naso da taluni uomini, i quali, per via di elezioni od in altre maniere sono padroni della macchina statale e perciò da sé si definiscono 'lo stato', e di vedersi insegnare da costoro, i quali certamente, in quello specifico punto, ne sanno meno di lui, in qual modo egli deve gestire la sua impresa, seminare i suoi campi, vendere a tale prezzo, associarsi con Caio e Sempronio per produrre meglio, comprare gli strumenti, le macchine, le sementi di cui ha bisogno in paese o, se gli converrebbe comprar fuori, acquistare tanto e non più, a prezzo cresciuto di tanto ecc. ecc."

Parole che appartengono a Luigi Einaudi, intellettuale liberale e tra i padri della Repubblica Italiana. Una riflessione che potremmo applicare al dibattito sull'innovazione o sulla libertà di informazione semplicemente sostituendo "installare reti wifi" a "seminare i suoi campi" o "tecnologie digitali" a "sementi".

Parto da Einaudi per arrivare al bel post di Vittorio Zambardino, che dal suo blog di Repubblica denuncia, con la lucidità linguistica che gli appartiene, l'invisibile ed ininfluente angolo in cui i cosiddetti "esperti digitali" si rintanano per discutere animatamete.


"Noi enunciamo e dichiariamo, stabiliamo principi, scriviamo carte, proponiamo la santificazione di una tecnologia che diventa redenzione. Sarò diventato vecchio, ma c’è qualcosa che non gira, la retorica non è solo quella anti rete dei tecnofobi. C’è anche la retorica dei tecnofili e dei neofiti l’idea che Internet abbia bisogno di una lobby, di una campagna e di una enfasi sempre viva, così ecumenica da non urtare nessuna sensibilità e nessun interesse. Quindi così “apolitica”, cioè muta e impotente".

Vittorio ha il pregio di indicare il problema. Eppure ho il sospetto che se ci fermassimo a questa analisi, rischieremmo di mettere al muro alcuni "produttori di retorica", addebitando loro colpe che superano i pur esistenti demeriti.

Ho la sensazione che non si sia ancora arrivati all'eresia, di cui pure, concordo con te Marco, abbiamo bisogno.

Come arrivarci? Banalmente si potrebbe cominciare chiedendoci l'origine di tutto cio'. Confesso di non avere una risposta, ma credo che qualcosa centri una certa impronta politica di chi ha condotto il dibattito in questi anni. Credo che centri qualcosa un comparto industriale italiano parastatalizzato che preferisce la cooptazione alla libera competizione. Ho il sospetto che centri anche la difficoltà dell'"intellighenzia digitale" a digerire il fatto che le politiche di stato (taluni uomini, i quali, per via di elezioni od in altre maniere sono padroni della macchina statale e perciò da sé si definiscono 'lo stato' diceva Einaudi) con cui costantemente cerchiamo di interagire, saranno necessariamente di "potere". Magari attenuate dalla nostra bravura e dalla nostra capacità di raccogliere firme su appelli, ma sempre e comunque di potere.

Se tutto o questo centra, e se è la nostra sudditanza, anche psicologica, allo Stato (o meglio a taluni uomini, etc.), uno dei problemi, ci dobbiamo chiedere dove altro possiamo volgere lo sguardo.

E timidamente, una risposta nel suo post Vittorio la mette. Usa le parole "serena concretezza" per descrivere come altrove si affrontano i capitoli wifi, accesso ad Internet e digital divide. Ma in queste parole c'e' la soluzione e al tempo stesso la retorica (ed è un riflesso condizionato, ne sono quasi certo) che ci impedisce di guardare alla soluzione.

Tu non dici solo "concretezza", Vittorio. Tu dici, "serena concretezza". E pero' a me viene in mente la feroce competizione, il grande che mangia il piccolo, un continuo spingersi ai limiti della violazione dei diritti più fondamentali degli utenti, una meritocrazia feroce che non ammette umane debolezze, senza ostaggi, l'impossibilità di potersi fidare a lungo dei propri successi. Mi vengono in mente queste che sono le caratteristiche degli attori che di fatto stanno portando davvero la tecnologia e l'innovazione, quelli che davvero rivoluzionano il sistema dell'informazione, che davvero danno nuovi strumenti di partecipazione ed interazione. Questo è il mondo mette le reti wifi, che crea l'accesso ad Internet e colma il "digital divide".

Si tratta di un contesto concreto? Certamente si'. Sereno? Direi per niente. Libero? Forse, di certo non completamente, e mai per sempre.

Perchè non è libertà la possibilità di comportarsi in modo unilaterale con i fruitori di un servizio, come fanno compagnie telefoniche e piattaforme di servizi come Google o Facebook. Non è libertà la possiblità di far soccombere potenziali concorrenti utilizzando la propria posizione dominante.

Non è libertà l'assenza di regole ma al contrario, citando Bruno Leoni,

“si è «liberi» se si è in grado, in qualche modo, di costringere altri ad astenersi dal costringere noi sotto qualche aspetto”.

Ebbene, questa cosa, talvolta libera, talvolta soggiogata ai poteri, che però è l'unica che davvero innova, sconvolge, crea brecce nel potere, di cui Internet è solo l'ulima delle tante, si chiama libero mercato. Quella cosa che si definisce come somma delle transazioni che gli individui effettuano volontariamente nel rispetto della volontà degli altri.

È il libero mercato l'innominabile contesto in cui emerge l'innovazione e la libera informazione. Innominabile perchè privo di retorica. Il libero mercato è "sangue e merda", ma anche vita, creatività, libertà allo stato più puro e quindi dirompente.

Possiamo lasciarci soccombere da questa complessità. Possiamo girargli le spalle, fingendo che ci possa essere uno "stato" non di potere che nella sua perfezione darà a tutti la loro parte. A tutti la loro informazione. A tutti i loro diritti civili e di cittadinanza. Possiamo illuderci che Internet sia un mondo a parte, avulso dal sistema del potere, in cui tutto possa essere collaborazione, tutto possa essere "win-win". Possiamo fingere davvero, se vogliamo, che lo stato non sia "taluni uomini, i quali, per via di elezioni od in altre maniere sono padroni della macchina statale e perciò da sé si definiscono 'lo stato'".

O al contrario possiamo decidere che capire e governare questa crudele forza  che emerge dall'interazione tra gli individui e' la via meno retorica, la via più vera, e cominciare a dedicare ad essa le nostre attenzioni, i nostri blog, le nostre riflessioni e le nostre richieste.



Che farai Google, da grande? Facile essere aperti quando si domina il mercato

Mar, 04/05/2010 - 21:01 — luca

Proprio nei giorni in cui, con Agorà Digitale, abbiamo deciso di affidarci a Google Apps per la gestione di posta e molte altre funzionalità, mi arriva la mail della piattaforma per social network Ning che annuncia la chiusura dei suoi servizi gratuiti (in realtà la notizia era stata data qualche settimana fa). Un bel problema per quanti hanno costruito una loro community su quella piattaforma.

È certo l'occasione per riflettere su quanto le nuvole, anche quelle per calcolare, siano solo di passaggio.

Ma anche un promemoria del fatto che puoi essere aperto (e gratuito) quando te lo puoi permettere da un punto di vista economico. Se hai un modello di business in grado di supportarlo. Ma quando le cose vanno male è possibile essere costretti a cambiare rotta.

Nessuno è per sempre, neppure Google. Che farà Big G quando arriveranno le prime difficoltà (sempre che non siano già arrivate)?

Me lo sono chiesto anche qualche giorno fa leggendo la risposta di Luca De Biase a Zambardino.



Ipad e la sostenibilità economica della libertà

Mer, 07/04/2010 - 15:56 — luca

Merito a Vittorio Zambardino (con cui finalmente alla Festa dei Pirati ho avuto la possibilità di scambiare qualche parola di persona) che, tenendo fede all'obiettivo "eretico" del suo libro, pone il successo (quantomeno in termini di vendite) del nuovo gingillo Apple, l'Ipad, nel problematico capitolo dei nuovi doganieri del web.

Oltre al suo post è interessante leggere i relativi commenti, davvero infuocati contro il giornalista di Repubblica. Oltre ad un certo tifo da stadio sempre presente tra le varie fazioni nerd (Mac vs. Linux vs. Windows etc.), credo che questo fervore derivi da un'ambiguità di fondo dell'analisi di Vittorio che sembra poter prefigurare una lotta da combattere facendo leva prettamente sulle scelte individuali (scelte quindi in qualche modo eroiche, considerato l'hype di acquisti e attenzione di cui gode l'Ipad) e non cercando di porre la questione come prioritaria nelle stanze dei bottoni.

Tutto quell'affrettarsi a giustificarsi dei suoi lettori ("ma è bello", "ma mi facilita la vita", "da quando sono passato a Mac il mondo è cambiato", "non ho tempo da perdere configurando computer") potrebbe derivare dalla sensazione che si stia chiedendo ai singoli cittadini di farsi carico dell'ipoteca sul futuro comportata da tecnologie chiuse come quelle dell'Ipad. Il che è un po' come chiedere all'impiegato (o alla mamma, al disoccupato, all'appassionato di chatline erotiche) di scegliere una tariffa telefonica di una compagnia più aperta (ma economicamente svantaggiosa o con meno servizi) perchè "migliore" per lo sviluppo del mondo delle telecomunicazioni. O, all'estremo, come proporre ad un operaio che ormai è in età pensionabile di posticipare l'uscita dal mondo del lavoro per lasciare qualche soldo per i più giovani.

Non solo si tratta di una strada perdente perchè l'ufficio stampa di Apple e il carisma di Steve hanno gioco facile sul blog di Vittorio e sugli sforzi di quanti altri (ovviamente ci metto anche Agorà Digitale) cercano di mettere in guardia sulle prospettive di tecnocontrollo e chiusura della società, proprio tramite Internet.

Si tratta di una strada perdente soprattutto perchè nell'ambito delle nuove tecnologie sembra davvero improbo addebitare ai singoli cittadini, e alle loro scelte, il costo dello sviluppo di una società aperta.

Perchè non ripartire invece dai successi (che sono soprattutto successi del mercato) come quello della multa a Microsoft per abuso di posizione dominante (era il 2004, ere geologiche fa nel tempo di Internet)? Perchè non ripartire da una posizione liberale che ribadisca che il mercato non è il luogo dell'"assenza delle regole"? Le regole ci sono e devono esserci ma devono essere efficienti ed applicate.

Perchè non ripartire dal coinvolgimento dai cittadini non per boicottare aziende "chiuse", ma per portare istanze di apertura ad istituzioni e politica, per costringere una valutazione pubblica sul costo che avrebbe l'apertura di tecnologie in termini di mancata innovazione o al contrario il costo che avrebbe la mancata apertura in termini di futuri mercati ma soprattutto di libertà individuali?

La prima proposta potrebbe essere molto semplice: alle aziende con quota di mercato superiore al 5% è imposta la realizzazione di sistemi interoperabili e che utilizzino protocolli e formati "aperti". Punto.



Fuori dalla trincea digitale: disobbedienze civili e una commissione parlamentare speciale sul Web

Sab, 06/02/2010 - 18:34 — luca

L'uno-due dei giorni scorsi di Mario Staderini ( segretario di Radicali Italiani ) e Vittorio Zambardino ( giornalista e blogger di repubblica ) che hanno prefigurato la disobbedienza civile "digitale" come reazione ad una eventuale approvazione del decreto Romani credo non debba cadere nel vuoto, nonostante i timidi segnali di correzione provenienti da governo e maggioranza.

Non so quanti giorni avremo, probabilmente pochi, prima che si presenti la prossima "emergenza web", ma  ritengo intollerabile che chi si batte per l'innovazione nel nostro paese sia costretto ad impegnarsi in battaglie di retroguardia, invece di poter promuovere lo sviluppo di Internet e delle tecnologie digitali.

Interi mesi spesi in incontri e trattative per limitare i danni di disegni di legge e decreti che, nella migliore delle ipotesi, costituiscono in buona fede una ipoteca allo sviluppo di Internet e delle libertà digitali, mentre nella peggiore sono fatti con l'intento di soffocare sul nascere mercati emergenti pronti per fare concorrenza alle piattaforme già esistenti e difese da grossi gruppi di potere politico ed economico.

La sequenza, in pochissime settimane, dei decreti legge Maroni, per la censura del web, Bondi per l'aumento di tasse su supporti digitali per finanziare ancora un sistema del copyright iniquo, e infine il famigerato Romani, sulla regolamentazione dei media audiovisivi, sono un chiaro segnale che qualsiasi battaglia combattuta "in trincea" è destinata ad essere persa per l'incessante attività di lobbying dei rappresentanti dello status quo che è divenuta efficientissima nella produrre regolamentazione, spesso direttamente tramite decreti governativi.

Di fronte ad una opposizione impotente e a deputati della attuale maggioranza contrari a molte di queste norme ma impossibilitati ad esprimersi per vincoli di partito, è necessario che le forze civili rendano possibile un cortocircuito di questo sistema. Un cortocircuito che non può che nascere mettendo a contatto i fili conduttori dell'attività legislativa, con quelli di chi ha la capacità di guardare in prospettiva, al futuro e all'innovazione.

Il primo passo che propongo è quello di chiedere a gran voce, con convinzione, una commissione parlamentare speciale sul web, in cui personalità internazionali, parlamentari, esponenti del mondo economico e della società civile possano incontrarsi per fare proposte di governo, di riforma dell'esistente, definendo delle linee guida e mettendo sul piatto in modo trasparente interessi e prospettive contrapposte di fronte all'opinione pubblica.

Con il gruppo parlamentere radicale, ed in particolare grazie all'iniziativa di Marco Beltrandi abbiamo già presentato una proposta di commissione parlamentare con questo spirito. Abbiamo raccolto migliaia di firme a suo sotegno anche grazie all'aiuto di molti di voi. E sapete che vi dico? Siamo disposti a ripartire da zero. Perchè serve una piattaforma ampia, di idee, di persone, di associazioni che si buttino in questa battaglia. Io, come cittadino e l'associazione di cui sono segretario, Agorà Digitale, siamo pronti. È pronto il gruppo parlamentare radicale. Ma si tratta solo un punto di partenza, che si deve allargare e quindi rafforzare senza paura di cappelli o strumentalizzazioni.

Il secondo passo è quello invece quello di rendere possibile che tale commissione diventi una fonte di buona (cioè visionaria ma concreta) politica sul web e ciò, secondo me, sarà possibile solo se in molti, saremo disposti, fin da ora, come suggerito da Staderini e Zambardino, anche a prefigurare le armi della nonviolenza, e in particolare della disobbedienza civile per lottare contro le norme liberticide in materia di web e digitale già vigenti.


Per far capire che la nostra richiesta è civile, ragionevole, nonviolenta, ma che allo stesso tempo la nostra determinazione è forte.

 


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Quella volta ad Annozero, a difendere la rete

segretario dell'associazione radicale Agorà Digitale

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