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Ma chi legge ancora le informative sulla privacy? Un commento a caldo sulla sentenza che condanna Google

Lun, 12/04/2010 - 19:13 — luca

La sentenza è di 111 pagine (la torvate qui). Quindi calma, dubito che i commentatori se la siano già divorata. In ogni caso erano stati in molti ad annunciare che la sentenza sul caso Google vs Vividown (relativo al video di un ragazzo disabile picchiato da alcuni suoi compagni di classe e caricato sulla piattaforma video di Google) sarebbe stata più complessa da sviscerare di quanto si potesse pensare, e così è stato.

Niente obbligo di controllo preventivo. Da quanto si apprende dai primi commentatori della sentenza, i dirigenti dell'azienda di Mountain View sono stati condannati a sei mesi perchè "l'informativa sulla privacy era del tutto carente o comunque talmente nascosta nelle condizioni generali del contratto da risultare assolutamente inefficace per i fini previsti dalla legge".

Ciò nonostante credo che le difficoltà di chi difende una Rete libera e aperta rimarranno, come rimarranno gli attacchi volti a  dare agli intermediari responsabilità sui contenuti (e quindi un compito di filtraggio e censura). Tra l'altro c'e' anche chi ipotizza addirittura che si tratti di un prestesto. Vedremo.

Oggi vorrei invece cogliere l'occasione di porre l'importante questione della tutela della privacy, dei dati personali degli utenti e più in generale delle regole che normano i rapporti tra noi e le piattaforme. Perchè se la sentenza solleva un punto in generale importante, è in realtà l'impianto di tutela basato sulle informative sulla privacy (e poi delle licenze d'uso) ad essere secondo me in gran parte obsoleto.

Quanti di noi davvero le leggono? Davvero crediamo che un sistema (quello della informative) nato in altri tempi, sia ancora valido in un contesto in cui in media ci si iscrive ad un nuovo servizio/piattaforma una volta ogni 15 giorni? Davvero pensiamo possano essere un sistema utile per reagire ai diffusissimi "soprusi" delle "piattaforme" (la piu' comune che mi viene in mente e' quella della cancellazione dei profili su facebook per misteriosi motivi), se poi per interpretarle ci vuole un avvocato?

Anche per la tutela dei diritti degli utenti (ed in particolare della privacy) bisogna inventarsi qualcosa di nuovo. Qualcosa che tenga conto, ad esempio, di quella "economia della privacy" a cui l'Espresso ha dedicato un approfondimento la scorsa settimana (andatevi a vedere il video qui).

La direzione giusta, per assurdo,  potrebbe essere quanto Google ha introdotto per Buzz, con delle semplici domande e dei bottoni molto grossi. Tutto molto comprensibile. Tanto che anch'io, che non credo di aver mai letto una informativa dall'inizio alla fine, le ho lette, ho capito e alla fine ho deciso. Senza la pretesa di esaurire la problematica, ovviamente. In ogni caso ci ritorno.

UPDATE (19.38): Stanno proseguendo nella lettura e in particolare ZetaVu si accorge che in effetti la sentenza qualche punto buio ce l'ha, in particolare nel punto in cui si legge “Perciò in attesa di una buona legge che definisca la responsabilità penale per il mondo dei siti web…"


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