Cinque punti per difendere il file sharing non commerciale dalla propaganda

Mer, 14/04/2010 - 20:39 — luca

È importante non stancarsi di rispondere pubblicamente ai dati che da circa un mese la Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI)  ribadisce ogni volta ci sia l'occasione (ma c'è da immaginarselo, anche nelle stanze dove si prendono le decisioni), e cioè che

la pirateria digitale a livello europeo porta perdite pari a:

  • 10 miliardi di euro
  • 185.000 posti di lavoro

mentre solo in Italia il danno è di

  • 1,4 milioni di euro
  • 22.400 posti di lavoro.

Il rischio è che a forza di sentirseli ripetere molti dei nostri politici e governanti li diano per assodati. Sono proprio queste le campagne che servano a difendere decisioni come quella del Decreto Bondi sull'Equo Compenso contro cui si sono già mosse le associazioni dei consumatori e l'Istututo per le Politiche dell'Innovazione.  È possibile e necessario argomentare, cosa che è possibile fare sulla base di cinque considerazioni:

1) I dati non sono tratti da studi di agenzie indipendenti

Anche in quest'ultima occasione l'agenzia che ha effettuato lo studio non è indipendente. Come aveva da subito fatto notare Stefano Quintarelli, la Tera Consultants è specializzata a fornire materiale a supporto delle azioni delle lobby. In particolare, dal loro sito internet:

Per supportare le azioni di lobbying da parte dei suoi clienti, TERA Consulenti conduce studi di carattere generale o specifico, o di più ampia diffusione limitata, pubblici o privati. Dalla descrizione del settore di base tecnico-economico, per valutare l'impatto economico delle modifiche della normativa o regolamentare, TERA Consultants offre ai propri clienti il materiale  a sostegno delle argomentazioni di lobbying.

In ogni caso manca una letteratura che confermi questi studi.

2) I modelli utilizzati per calcolare i mancati introiti sono inaffidabili.

A conferma di questo affermazione è uscita in questi giorni l'analisi del Government Accountability Office (GAO), la sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti che l'anno scorso era stata incaricata di analizzare e quantificare l'impatto della pirateria online sull'industria dei contenuti.

Come riportano Punto Informatico e altre fonti, tale "studio, pur ribadendo la necessità di combattere il fenomeno della pirateria digitale, arriva addirittura a dire che mancano prove certe del presunto legame tra la crisi economica attraversata (in particolare per il settore dei film e della televisione) e la pirateria. "

Vengono inoltre criticate molte delle valutazioni quantitative presenti nei dati della FIMI.

3) Non viene calcolato il dato economico positivo della pirateria

Nella complessa formula che porta al bilancio finale si dovrà inserire anche un fattore positivo. Anche su questo ci viene in aiuto l'analisi del GAO che si dilunga sugli influssi positivi che la pirateria comporterebbe al complesso della struttura economica del paese (ovviamente si riferisce agli USA).

Sempre citando lo studio "I vantaggi economici interessano un po’ tutti, dalla stessa industria dello spettacolo che guadagna attraverso il merchandising, alle aziende che producono router, servizi per Internet o lettori MP3"

Inoltre "i contenuti illegali costituiscono in alcuni casi semplici esempi che vengono utilizzati dai consumatori per scegliere un prodotto", come l'ascolto di un brano per poi rivolgersi al CD originale, e contribuirebbe in questo modo a incentivare gli acquisti."

Infine "bisogna tenere conto anche della logica del mercato nero, per cui la pirateria compenserebbe mancanze e inefficienze dell'economia legale".

Niente di tutto questo ovviamente c'è nell'analisi di Tera.

4) Non si tiene conto dell'evoluzione del punto di equilibrio tra diritto d'autore e altri diritti fondamentali, come la libertà di parola o il diritto alla conoscenza

Il diritto d'autore non è un diritto inviolabile. È un diritto che viene riconosciuto limitandone altri e facendo in modo che il bilancio complessivo sia il migliore possibile per la società. Tale punto di equilibrio non può che variare al modificarsi delle condizioni economiche, tecnologiche e sociali.

Quindi dovremmo interessarci anche a qual'è il costo del diritto d'autore per la società nell'era digitale. Insomma, qual'è il costo in termini di censura e di controllo? Qual'è il costo in termini di mancata innovazione?  Quanto pesa nel bilancio del governo il garantire il rispetto l'attuale sistema del copyright?

Infine c'è un effetto ridistributivo nel sistema del file sharing, perchè, sempre dal rapporto GAO "bisogna fare la considerazione che alcuni comprano beni contraffatti perché non possono permettersi quelli originali (costituisco quindi una spesa altrimenti non possibile da effettuare)".

5) I dati non indicano una situazione critica, soprattutto se messi in relazione alla crisi globale

Anche l'industria dell'intrattenimento deve tener conto della crisi economica mondiale, ma soprattutto della crisi del suo modello di business. L'editoria, che evidentemente si può aggrappare molto meno al diritto d'autore per restare a galla, è da tempo sconvolta di una profondo cambiamento e attraversata da una parallela riflessione.

Allo stesso tempo l'industria dell'intrattendimento parla, cito anche qui Quintarelli, "di perdita di ricavi sarebbe quindi 10Bn su 870Bn (860+10) pari all'1,1% e la perdita di occupazione di circa l'1,3%. Se penso al -21,4% di perdita di esportazione dall'Italia certificat dall'ISTAT  (e non mi pare che i consumi interni siano aumentati) o al -8,9% dei dipendenti di Telecom Italia (per non parlare del resto del settore ICT sia in buona salute...), mi viene da dire che farei cambio volentieri. L'evidenza sarebbe dunque che le esportazioni italiane perdono 20 volte di più della crisi dell'industria creativa." Ancora più duro era stato il leader del Partito Pirata inglese: "La perdita dichiarata di 1.200 sterline [1330 €] per ogni abitazione nel Regno Unito è chiaramente ridicola. Io certamente non conosco nessuno che abbia 1.200 sterline in più nel proprio portafogli grazie alla pirateria".

Basterebbero queste cinque considerazioni a mettere in crisi le diffuse analisi sulla pirateria. Teniamocele a mente per la prossima occasione.

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segretario dell'associazione radicale Agorà Digitale

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