
"La paranoia è una virtù" sostengono degli strani personaggi, che invece di sollazzarsi in reti sociali e servizi gratuiti di Google, continuano a "studiare, programmare e diffondere servizi e software per la protezione dei dati personali". A prima vista un ibrido tra degli hacker e i complottisti dell'11 settembre.
Il problema è che se parlare di tecnologia evoca barriere culturali enormi, i paranoici tecnologici da sempre vivono in un isolamento ancora maggiore, dovuto al fatto che il loro linguaggio è sempre più distante da quello della "massa" degli utenti della rete, che colgono i benefici degli strumenti che utilizzano senza però volersi soffermare in un ragionamento sulle conseguenze globale dei loro comportamenti.
Esagerano questi paranoici? Hanno ragione?
Un buon momento per cercare di capirlo potrebbe essere il convegno e-privacy 2010. Il tema, interessantissimo, di quest'anno è quello della deanonimizzazione.
Che vuol dire?
Che sempre più attività che facciamo in rete e pensiamo siano anonime in realtà non lo sono e anzi possono facilmente essere associate a noi grazie ad avanzate tecniche informatiche.
E allora cominciamo ad aspettarci, ad esempio, che dopo aver cercato in un motore di ricerca i sintomi della nostra malattia, dopo qualche giorno nella nostra casella di posta arrivi una bella mail di una casa farmaceutica che ci propone un rimedio specifico per la nostra patologia. Siamo pronti a questo livello di invasione? A permettere a chiunque, pubblico o privato che sia, di entrare negli anfratti più intimi della nostra vita?
Ma soprattutto, siete un po' più paranoici dopo aver letto tutto ciò? :-)
Immaginatevi allora dopo il convegno di Firenze (a proposito, complimenti al paranoico Marco Calamari per l'iniziativa)...





