Ipad e la sostenibilità economica della libertà

Mer, 07/04/2010 - 15:56 — luca

Merito a Vittorio Zambardino (con cui finalmente alla Festa dei Pirati ho avuto la possibilità di scambiare qualche parola di persona) che, tenendo fede all'obiettivo "eretico" del suo libro, pone il successo (quantomeno in termini di vendite) del nuovo gingillo Apple, l'Ipad, nel problematico capitolo dei nuovi doganieri del web.

Oltre al suo post è interessante leggere i relativi commenti, davvero infuocati contro il giornalista di Repubblica. Oltre ad un certo tifo da stadio sempre presente tra le varie fazioni nerd (Mac vs. Linux vs. Windows etc.), credo che questo fervore derivi da un'ambiguità di fondo dell'analisi di Vittorio che sembra poter prefigurare una lotta da combattere facendo leva prettamente sulle scelte individuali (scelte quindi in qualche modo eroiche, considerato l'hype di acquisti e attenzione di cui gode l'Ipad) e non cercando di porre la questione come prioritaria nelle stanze dei bottoni.

Tutto quell'affrettarsi a giustificarsi dei suoi lettori ("ma è bello", "ma mi facilita la vita", "da quando sono passato a Mac il mondo è cambiato", "non ho tempo da perdere configurando computer") potrebbe derivare dalla sensazione che si stia chiedendo ai singoli cittadini di farsi carico dell'ipoteca sul futuro comportata da tecnologie chiuse come quelle dell'Ipad. Il che è un po' come chiedere all'impiegato (o alla mamma, al disoccupato, all'appassionato di chatline erotiche) di scegliere una tariffa telefonica di una compagnia più aperta (ma economicamente svantaggiosa o con meno servizi) perchè "migliore" per lo sviluppo del mondo delle telecomunicazioni. O, all'estremo, come proporre ad un operaio che ormai è in età pensionabile di posticipare l'uscita dal mondo del lavoro per lasciare qualche soldo per i più giovani.

Non solo si tratta di una strada perdente perchè l'ufficio stampa di Apple e il carisma di Steve hanno gioco facile sul blog di Vittorio e sugli sforzi di quanti altri (ovviamente ci metto anche Agorà Digitale) cercano di mettere in guardia sulle prospettive di tecnocontrollo e chiusura della società, proprio tramite Internet.

Si tratta di una strada perdente soprattutto perchè nell'ambito delle nuove tecnologie sembra davvero improbo addebitare ai singoli cittadini, e alle loro scelte, il costo dello sviluppo di una società aperta.

Perchè non ripartire invece dai successi (che sono soprattutto successi del mercato) come quello della multa a Microsoft per abuso di posizione dominante (era il 2004, ere geologiche fa nel tempo di Internet)? Perchè non ripartire da una posizione liberale che ribadisca che il mercato non è il luogo dell'"assenza delle regole"? Le regole ci sono e devono esserci ma devono essere efficienti ed applicate.

Perchè non ripartire dal coinvolgimento dai cittadini non per boicottare aziende "chiuse", ma per portare istanze di apertura ad istituzioni e politica, per costringere una valutazione pubblica sul costo che avrebbe l'apertura di tecnologie in termini di mancata innovazione o al contrario il costo che avrebbe la mancata apertura in termini di futuri mercati ma soprattutto di libertà individuali?

La prima proposta potrebbe essere molto semplice: alle aziende con quota di mercato superiore al 5% è imposta la realizzazione di sistemi interoperabili e che utilizzino protocolli e formati "aperti". Punto.

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Quella volta ad Annozero, a difendere la rete

segretario dell'associazione radicale Agorà Digitale

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