L'assegnazione gratuita a Mediaset e Rai di nuove frequenze televisive ha giustamente suscitato le proteste di cittadini, associazioni ed imprenditori. Com'e' possibile dispensare privilegi ai monopolisti dell'informazione, in un momento in cui si chiedono sacrifici a tutti?
Sono molte le inizative che cercano di far saltare il tavolo. Dalla raccolta firme di Avaaz, al ricorso alla Corte dei Conti di Assoprovider alla lettera al Ministro Passera di Altroconsumo e della Federazione dei Media Indipendenti. Tutti unanimi a dire: "Si fermi il beauty contest, le frequenze devono essere messe all'asta".
Eppure, nella totale ingiustizia dell'assegnazione gratuita delle frequenze, non sono da sottovalutare le affermazioni di quanti sostengono che l'asta non servivrebbe a nulla, perchè, nei fatti, sarebbe destinata ad andare deserta. Da ultimo lo ha affermato il presidente Telecom Bernabè. Perchè? Ebbene, il motivo è che il "sistema televisione" è strutturalmente portato ai monopoli informativi:
i piccoli e nuovi soggetti dell'informazione sono strutturalmente esclusi. La quantità di capitale necessaria per produrre contenuti è trasmettere è molto alta. Pochissimo soggetti se lo possono permettere. E sono quelli già nel mercato;
avere le frequenze non basta: è necessario anche poter utilizzare le torri televisive necessarie per trasmettere su quelle frequenze. E tali torri sono da qualche settimana quasi esclusivamente in mano a Mediaset. Che nonostante le condizioni poste dall'Antitrust avrà moltissimi strumenti per penalizzare i concorrenti.
Insomma l'assegnazione gratuita delle frequenze è inaccettabile, ma l'asta rischia di non essere una soluzione.
E allora non c'è via di uscita?
Si' c'e', se abbiamo la capacità di avere l'ambizione di non accettare lo status quo della chiusura del sistema dell'informazione.
Perchè innazitutto chi l'ha detto che le frequenze debbano essere assegnate alla televisione? Insomma la società e la tecnologia evolvono e non è detto che il controllo delle frequenze da parte della TV, dato di fatto 10 anni fa, sia il meglio che possiamo pensare per la società per i prossimi 20 anni. Anche perche', un qualsiasi cittadino puo' verificare l'assoluta saturazione dell'offerta TV nel digitale terrestre, con canali che in molti casi vengono riempiti di contenuti di scarsissimo valore.
E in secondo luogo nessuna divinità televisiva ci impone ne' di regalare ne' di vendere tali frequenze. Anzi abbiamo la possibilità di stabilire una vera e propria rivoluzione.
Perchè una soluzione c'e'. Difficile come ogni cambiamento di paradigma, ma possiible e ragionevole.
Innanzitutto si puo' stabilire il principio che le frequenze sono un bene comune. Perciò, dove possibile, devono essere liberamente accessibili senza esclusività da parte di alcun media TV, garantendone l'utilizzo da parte di nuovi soggetti del mondo dell'informazione, ma anche per scopi nuovi e ora impensabili. Garantendo cosi' allo stesso tempo il pluralismo che il vecchio assetto televisivo non sarà mai in grado, asta o non asta, e allo stesso tempo di portare innovazione.
In secondo luogo regolamentare l'utilizzo condiviso di tali frequenze sul modello di Internet. Utopia? Non credete che sia possibile che più soggetti trasmettano sullo stesse frequenze?
Ebbene la autorità inglese per le comunicazioni OFCOM (l'equivalmente della nostra Agcom) sta spingendo affinchè la Gran Bretagna sia pioniera nell'utilizzare la banda tradizionalmente destinata alla TV per i servizi Internet. E cio', come confermano anche diversi provider italiani, potrebbe essere una svolta per portare la banda larga nelle zone rurali, altrimenti difficilmente raggiungibili. Similmente si sta muovendo Obama, che, supportato dalla FCC (la autorithy americana per le comunicazioni) sta spingendo affinchè le frequenze TV non utilizzate siano regolamentate per permettere una tecnologia chiamata Super WI-FI.
Esempi che mostrano che quella delle frequenze come bene comune è una rivoluzione ragionevole e possibile. Perchè riteniamo che non sia giusto regalarle a Mediaset o Rai, certo. Ma è più ragionevole reagire facendo pagare, per quanto caramente, la dittatura televisiva, o forse cercare di uscirne?
Beh, ora sapete come la pensiamo. E su www.agoradigitale.org/stop-dittatura-televisiva raccogliamo le firme dei visionari che come noi vogliono chiedere al governo di cambiare rotta e paradigma.
Se fossi un dirigente Mediaset da martedi' scorso sarei piuttosto preoccupato. Non tanto per l'effetto dell'evento intitolato "La Notte della Rete" sul regolamento-censura che alla mia azienda avrebbe comunque fatto molto comodo per rendere Internet un luogo più docile da colonizzare nel prossimo futuro. In fondo ci saranno altre occasioni per ripartire all'attacco ed è già un bel colpo l'altro regolamento Agcom che estende alle Web-TV le stesse bellissime regole che negli anni ci hanno permesso di creare un monopolio informativo nel vecchio sistema radiotelevisivo. Insomma, fossi un dirigente Mediaset, la politica mi sorriderebbe e mi consentirebbe di guardare al futuro con ottimismo.
Ma nonostante questo sarei preoccupato.
Agitato, la mattina di mercoledi' avrei svaligiato un'edicola e mi sarei chiuso in ufficio con la mia mazzetta di giornali per leggere i commenti di politici, editorialisti o mass-mediologi.
Fortuantamente niente. Incredibilmente nessuno ne parla. Tutti a discutere di censura e diritto d'autore senza accorgersi di quello che di profondo è successo.
Nessuno si accorge di un gruppo di attivisti che senza alcun denaro, senza un ufficio stampa, senza un set, senza una frequenza, senza sponsor in una settimana hanno creato l'equivalente informativo di una media televisione sul digitale terrestre. Quasi 100.000 utenti unici collegati tramite il canale gestito dal FattoQuotidiano.it e ritrasmesso da centinaia di blogger, a cui vanno aggiunte altre decine di migliaia di collegati alle dirette di Repubblica.it, Corriere.it, SkyTG24 e RaiNews24. Ore ad ascoltare interventi senza soluzione di continuità e su un tema complesso e tecnico come la libertà di informazione su Internet.
La Notte della Rete è stato un canale di informazione lineare che non è nato per la volontà di produttori o redattori ma come risultato di una mobilitazione. Una trasmissione che si "aggrega" grazie alla forza delle argomentazioni di cui si vuole una discussione nel paese.
La rete, la magmatica rete, per qualche ora decide di mettere da parte la possibilità di scelta, di vagare tra un contenuto e l'altro, di essere "distratta" e freneticamente proattiva, con il solo scopo di creare un momento di condivisione collettiva. Un momento in grado di imporre un linguaggio, di fare agenda setting, di evidenziare un problema all'intera opinione pubblica. Tutto quello che fino ad ora solo la vecchia TV poteva fare.
Certo, già Santoro aveva fatto alcuni esperimenti di composizione di TV e Web-TV con le trasmissioni "Rai Per Una Notte" e "Io Voto". Ma li' si erano messi in moto i poteri forti della TV. C'erano bravissimi cameramen, molti denari, decine di sponsor.
No, in questo caso "La Notte della Rete" non aveva nulla di tutto cio'. E' questo nulla, l'assenza degli spot, e degli studi, mi terrorizzerebbe fossi un dirigente Mediaset. Al pensiero delle folle che potrebbero organizzarsi per assistere a "trasmissioni" su temi ben piu' popolari. Come il precariato o l'università.
Sarebbe la fine. Come faremmo a trattenere la gente davanti ai Porta a Porta o ai Matrix in un mondo in cui il canale di informazione si attiva attorno a dei temi spontaneamente?
Sarebbe la fine. A meno di non riuscire a normalizzare e a chiudere tutto in fretta. E nel frattempo rallentare gli investimenti in banda larga che permetterebbero ad un pubblico sempre piu' ampio di spostarsi in Rete. E mantenere intatto quel digital divide che tiene una gran parte della popolazione italiana sotto scacco della TV.
Sarebbe la fine, ma per ora, fossi un dirigente Mediaset, sarei soddisfatto perchè quasi nessuno, pare, sembra essersene accorto, e nel frattempo, tra leggi, regolamenti, e cartelli industriali, stiamo facendo davvero un buon lavoro affinchè ciò, presto, non sia più possibile.
Se l'ISTAT ci dice che il 93% degli over 65 non usa Internet, non stupisce che la gerontocrazia italiana (liberali compresi) non riesca a cogliere la rilevanza dello strumento Internet per affermare ORA nuovi e vecchi diritti fondamentali di cittadinanza, di accesso alla conoscenza e di libera informazione.
Può però, chi riconosce la forza dell'iniziativa privata in quanto creatrice di spazi di libertà, rimanere insensibile al fatto che si tratta di una parte produttiva del paese sempre più rilevante?
Ci sono alcune piccole difformità nelle modalità di indagine ma sostanzialmente i dati presentati sono simili. Lo studio di McKinsey quantifica il contributo di Internet al PIL nell'1.7% per il 2009, mentre BCG lo quantifica all'1.9% per il 2009 e al 2.0% per il 2010.
Vi sembra poco?
La ristorazione, componente rilevante del settore turistico, non ha superato in Italia il 2.0% del PIL.
L'agricoltura, uno dei settori maggiormente tutelati e promossi, ha raggiunto il 2.3% del PIL.
Energia ed utilities (acqua etc), quotidianamente al centro del nostro dibattito, si attestano al 2.3% del PIL.
Questo vuol dire che un settore che è ancora nella sua infanzia e che ancora non coinvolge metà della popolazione, in Italia ha ormai quasi raggiunto la portata di settori strategici, ma fuori dall'Italia li supera ampiamente, trovandosi sopra anche all'intero settore delle comunicazioni e dell'educazione e avvicinandosi a trasporti e manifatturiero.
Si tratta dell'8% della crescita annuale del PIL, ma che si prevede arriverà a rappresentare nel 2015, solo analizzando i trend attuali, il 18% della crescita.
Cioè 1/5 della crescita italiana nel 2015 sarà dovuto ad Internet. Dati impressionanti.
Come impressionante è il vuoto di attenzione della politica, insisto, liberali compresi.
E nel vuoto, hanno gioco facile quelli per cui l'unica politica è quella della richiesta di fondi pubblici, dell'aumento delle tasse, e dell'introduzione di nuovi sistemi di censura. Magari argomentando in base alla difficoltà di uno specifico settore, e al corrispondente pericolo di perdita di posti di lavoro, mentre gli studi citati mostrano come per ogni posto di lavoro perso a causa di Internet ne vengano creati 2.6 grazie ad Internet.
Perchè rivolgesi ai liberali?
Perchè Internet è uno dei settori produttivi che maggiormente risente un sistema chiuso e corporativo. Da Google a Facebook, da Microsoft a Netscape, da Napster ad ICQ, da Youtube a Skype, i protagonisti di questa crescita sono stati ragazzi, che spesso neppure finiscono l'università, e non-americani. Outsider
Perchè, come ha ottimamente argomentato il celebre avvocato Lawrence Lessig nel suo intervento all'eG8 (il G8 dedicato ad Internet) di Parigi,
il punto è, non ci fidiamo delle risposte che ci dà il governo. E abbiamo ottime ragioni. Perché su ogni tema la risposta che il governo democratico moderno ci ha dato fin qui, è una risposta che beneficia i “dominanti”. Ignorando la risposta che potrebbe effettivamente favorire una maggiore innovazione.
[...]
Dovremmo dire al moderno governo democratico che è necessario vigilare affinché non siano i “dominanti” a fissare le linee guida dalle politiche. Perché il loro lavoro, il lavoro degli operatori storici, è diverso da quello di chi lavora per il bene pubblico. Il loro lavoro è utile per loro. Il lavoro del governo èil bene pubblico. Ed è del tutto giusto, per noi, dire, che fino a quando questa dipendenza non sarà risolta, dobbiamo insistere sul minimalismo a cui si riferiva Jeff Jarvis quando ha parlato di "non nuocere". Un Internet che abbraccia i principi del libero e aperto accesso, una rete neutrale per garantire questo accesso aperto, per proteggere l'outsider.
Grazie al mio pezzo di sicilianità, quello che mi dona anche il magnifico "Nicotra" del nome, la settimana scorsa mi trovavo a passeggiare sul lungomare di Riposto, cittadina catanese, in cui coesistono il degrado dell'incuria e dei rifiuti con cantieri di riqualificazione urbana, timido segnale di ripresa e meno timido tentativo di accaparrarsi fondi europei. Il turista straniero, con intuizione profonda riassume con un "so beautiful but also so dirty, what a shame".
Negli stessi giorni mi è capitato di organizzare un bell'incontro con alcuni catanesi. Alcune ore di discussione per immaginare iniziative politiche sul fronte dell'informazione, dell'accesso alle nuove tecnologie, della creatività. Un incontro che mi piace pensare open e quindi: c'erano due accademici, Guido Nicolosi, ricercatore di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi e Giuseppe Scollo, professore del dipartimento di Matematica ed Informatica. Lucio Tomarchio, giornalista di girodivite.it e cyberpunk in pensione, Andrea Cannella, CEO all'Open Source Village, Salvatore Mica, fondatore di e-ludo interactive e Rocco Miccichè, ingegnere informatico.
Con loro mi trovavo a ragionare di com'è possibile relazionarsi con gli abitanti, coinvolgerli in un progetto civico, in una realtà come la Sicilia, che per certi versi, diceva qualcuno, ha gli stessi problemi e la stessa stanchezza dell'Italia "ma elevate al quadrato". Dove anche il contesto universitario è di difficile approccio, tanto che Guido racconta di suoi studenti a Scienze Politiche, che si giustificano all'esame dicendo "ma io, professore, non ne capisco di politica".
È stato un incontro tra persone molto diverse ma fecondo di idee, e arricchito dalle parentesi storiche. Catania, città di hacker. Ne sono usciti pezzi di rivoluzioni possibili, ma poi, al solito, metterle in pratica è tutta un'altra storia.
Durante l'incontro, ma anche nei pre e nei post, ricorreva il tema della politica in Sicilia. Guido mi diceva che ci sono due modi di farla: "Rischiando molto, o accettando grandi, ma grandi compromessi". Ed è talmente a se' il concetto di politica in Sicilia, che mio padre, persona attenta, spesso impegnata nel sociale, e che mai entra nelle mie attività politiche, prima di uscire di casa mi ha detto con aria preoccupata, saputo della riunione a Catania: "Mi raccomando, non fare cavolate".
Di nuovo Riposto. Lungomare. Passeggiavo osservando i rifiuti sulla spiaggia pensando alla rivoluzione di convincere anche un solo passante che può fare qualcosa per migliorare questi dannati metri quadrati in cui ci troviamo io e lui. Pensavo a tutto il tempo speso a progettare piattaforme di crowdsourcing quando poi lo scoglio maggiore è affrontare la fatica di quella singola azione per il bene comune. Per quanto piccola sia l'azione, segnalare una buca nella strada, o un incendio, o il malfunzionamento di un servizio pubblico. Perchè dovrei? Perchè proprio io?
Non parteciperanno mai a convegni, strombazzeranno con il clacson dell'automobile di fronte all'ennesima manifestazione. Ma che fanno quando imbattendosi in qualcuno che imprevedibilmente sta facendo qualcosa per uno spazio comune. In qualcuno che sistema le piante. Camminavo tra i rifiuti e immaginavo l'effetto del mio piegarmi a raccogliere qualcosa e buttarlo. E poi di nuovo. E poi di nuovo. Alcuni mi avrebbero preso per scemo. I ragazzi sbeffeggiato. Altri si sarebbero un po' spaventati. Alcuni curiosi e pazzi mi avrebbero preso sul serio. Chissa'. In ogni caso non l'ho fatto.
Dopo sei giorni, Roma, Villa Pamphili. Giornata magnifica. Tornando a casa vedo l'involucro di una merenda per terra e la raccolgo, istintivamente. Un po' stupito un po' imbarazzato, continuo a camminare e trovo una carta di caramella. La raccolgo. Il terzo oggetto è una spazzola abbandonata. Penso che è troppo, mi fa un po' schifo, non so perche', e la supero. Ma poi torno indietro e raccolgo anche quella. A quel punto addentrandomi nel bosco, mi ritrovo spaventato all'idea di trovarmi di fronte ad una discarica "E ora che faccio?". Ma non succede. Continuo a camminare e a raccogliere sacchetti di plastica e confezioni di fazzoletti, scatole di sigarette e cicche. Ogni tanto mi giro di scatto a disagio all'idea di essere osservato. Ad un certo punto raccolgo anche una scatola di una siringa. PIC. Quanta società sto raccogliendo, altro che rifiuti.
Sbuco finalmente all'aperto, vedo un cestino e butto tutto. Tiro un sospiro di sollievo. Faccio ancora qualche passo e trovo altre cartaccie. Le racolgo e le butto subito. Esco dal parco, e forse sto un po' scappando.
Cicche e sporcizia dovunque. Anche Roma non scherza a degrado. Evidentemente la mia empatia con l'asfalto è minore di quella con il prato, ma sono anche chiaramente provato e non ho le forze, per ora, per continuare.
Non ho un finale per ora. Immagino i centinaia di sociologi che hanno descritto e discusso ciò di cui parlo. Ma non mi interessa. Devo prima sperimentare.
Il rumore dei media. Il tema non è semplice e sicuramente è a rischio banalizzazioni anche per i meccanismi mediatici che tendono a forzare posizioni contrapposte. I molti articoli che contengono più o meno grandi imprecisioni certo non aiutano la serenità del dibattito, e non tutti i commentatori dell'iniziativa sembrano aver davvero letto il testo della lettera aperta. Vi invito a farlo su sitononraggiungibile.it. Avendola redatta io stesso, posso assicurare che ho in tutti i modi lavorato per fare critiche e avanzare proposte ragionevoli. Poi è fisiologico che l'inesattezza scappi. In una intervista che ho rilasciato a Liberazione la giornalista si confonde e mette assieme il mio avvertimento su possibli estensioni del sistema di censura anche per ulteriori reati, con il fatto che già ora è possibile utilizzare il copyright impropriamente, magari per oscurare qualche figuraccia fatta in una trasmissione televisiva che circola su Youtube. In quest'altro articolo su Sky TG 24 si sostiene che noi paventeremmo l'oscuramento di intere piattaforme come Youtube o altro. Ovviamente non è cosi'. E farsi un'idea chiara della nostra iniziativa non è semplice, ne sono consapevole.
Rispondere alle critiche. A parte tale confusione credo sia molto utile dare seguito ad alcune più puntuali critiche e perplessità sulla nostra iniziativa che cominciano a circolare sul web, con motivazioni che meritano risposte non affrettate.
Critica uno - La censura viene già utilizzata per altri nobili scopi. Estendiamola! Iniziamo da Enzo Mazza, presidente della Federazione Italiana della Musica Italiana, con il quale, proprio qualche mese fa, ho avuto la possibilità di parlare di sistemi alternativi alla censura per difendere il diritto d'autore. A quanto pare con scarsi risultati (sic.). Mazza, sul blog di Vittorio Zambardino, autorevole voce del web, attacca noi promotori della campagna sitononraggiungibile.it:
"caro Vittorio,
nel 2007, con un provvedimento dei Monopoli di Stato, atto a difendere le bische nazionali, è stato deciso di inbire i siti all’estero.
[...]
A questi signori dunque va bene bloccare i siti di scommesse all’estero, vista l’assenza di qualsiasi reazione in materia, mentre sul dirutto d’autore guai…censura di Stato !"
e ancora
"nessuna voce ha chiesto di “non saltare a piè pari il Parlamento e la Magistratura per proteggere interessi che saranno meritevoli di tutela ma che non possono “travolgere” il nostro Stato di diritto” in occasione dell’approvazione del regolamento sul blocco dei siti delle scommesse, ma invece a gran voce lo si invoca sul diritto d’autore"
Sapete che vi dico? Stampiamoci in mente questa argomentazione. Recitiamola come un sutra. Prepariamoci. Perchè, approvato questo regolamento sul diritto d'autore, verrà utilizzata pari pari per estendere di volta in volta la censura ad altre sempre piu' urgenti "emergenze" e fenomeni sociali che richiedono "leggi speciali".
Quanto ci metterà un politico a dire
"Ma scusate, si tratta già di un sistema utilizzato per il diritto d'autore, mi sembra che l'istigazione alla violenza/diffamazione/altrorealtoascelta, sia ben piu' grave".
Quanto ci metterà? La risposta è semplice. L'hanno già fatto l'anno scorso come riferivo all'intervistatrice di Liberazione. Fortunatamente hanno fallito. Ma una volta messo in piedi un sistema come quello ipotizzato da Agcom, sarà molto piu' facile estenderlo.
È proprio l'argomentazione di Mazza a rendere evidente che il problema della soluzione "censura" è quella di essere un virus per la democrazia difficile da fermare. Lo stesso virus rappresentato dalle leggi speciali ed emergenziali. Che scientificamente sono armi in mano ai potenti contro gli ignari cittadini. E non servono certo a rafforzare il diritto, che non puo' prescindere da un sistema di giustizia giusto. Niente scorciatoie in democrazia.
Questa campagna deve quindi essere l'occasione per accogliere al contrario l'invito di Mazza e dire che il "no alla censura" deve essere l'articolo uno non scritto della costituzione di Internet.
Critica due - Coinvolgere l'opinione pubblica nei processi decisionale? Anche no. Credo sia poi importante raccogliere i commenti a caldo di Stefano Quintarelli che rimanda ad un'analisi piu' approfondita dell'Avv. Eugenio Prosperetti.
Entrambi in qualche modo sembrano dire, dal mio punto di vista davvero incredibilmente, che l'iniziativa contro la proposta di regolamento Agcom è sbagliata perchè in fondo il testo è ancora in consultazione, e nessun regolamento definitivo è stato approvato.
Dice Quintarelli
il momento di attenzone dovrà essere a consultazione chiusa, quando il provvedimento deve essere varato.
Mentre Prosperetti
Non le condivido e spiego perche' sulla delibera di AGCOM ha avviato una consultazione pubblica per una ipotesi di provvedimento. Nulla è ancora deliberato, deciso o esecutivo;
Personalmente mi sembra una critica paradossale. Quando se non durante una consultazione pubblica dovremmo tentare di far pervenire all'Autorità Garante non solo dei pareri tecnici (che ovviamente Agorà Digitale, come tutte le altre organizzazioni promotrici invierà ad Agcom), ma anche esigenze e interessi diffusi di cittadini, consumatori ed imprenditori?
Come, se non con una campagna che coinvolga anche i media e sia quandi accompagnata da raccolte firme, video virali, appelli, etc, potremmo rappresentare questa esigenza all'Autorità? O dovremmo forse mandare il nostro pdf di 15 pagine all'Autorità, confidando che dei consiglieri illuminati ci possano ascoltare? O magari telefonare (per chi ha i numeri giusti) all'Autorità dopo la scadenza della consultazione per sapere come sta andando e commentare indiscrezioni? Davvero, ma quale affinato stratega politico aspetterebbe il testo definitivo per far partire una campagna? Agcom ha fatto una proposta e noi per rispondere a quella stiamo facendo questa campagna.
Quintarelli, dice, ci devo ancora pensare, e in questo confido un ripensamento. Prosperetti sembra piu' determinato, ma forse per una deformazione professionale, che lo porta a pensare certe questioni piu' adatte a tavoli tecnici che a confronti con l'opionione pubblica.
Ma la loro critica è smentita anche da questi primi giorni di campagna, in cui il dibattito, su blog e social media, si sta finalmente riaccendendo su questa cruciale questione. A carte scoperte, cercando di spiazzare i classici giochi lobbistici che proprio nel silenzio fanno meglio il loro lavoro.
Critica tre - In fondo la delibera è equilibrata e non prevede solo la censura. Di che vi lamentate?
Sempre Prosperetti nel suo post argomenta che in fondo si tratta di un testo equilibrato, che non prevede solo la censura, ma anche una parte "buona" e propositiva. Ebbene, a leggere il testo purtroppo si comprende come mentre la parte repressiva è molto dettagliata, quella volta a rilanciare il mercato del diritto d'autore contiene molte dichiarazioni di principio ma non ha, almeno nel dettaglio del testo, delle implementazioni concrete e prevedibili in tempi brevi.
Ci si dice anche: ma come, se è la stessa Autorità Garante a chiedere che il Parlamento intervenga con una nuova regolamentazione piu' equilibrata, facendo espressamente riferimento alla necessità di legalizzare lo scambio di materiale comperto da diritto d'autore non a fine di lucro tramite un sistema di licenze collettive estese, perchè la vostra iniziativa?
Il motivo è semplice: sappiamo quanto sia grande il rischio che l'appello che Agcom fa al parlamento possa rimanere lettera morta per anni e anni. O forse per sempre. È dal 2006 che Agorà Digitale cerca di mandare avanti l'unica proposta di legge depositata in parlamento che va in questa direzione, per iniziativa dei deputati del gruppo radicale. Purtroppo con scarsi risultati.
Critica quattro - La censura insomma, non drammatizziamo, è solo una specie di multa. O no?
Sia Mazza nella risposta a Zambardino che Prosperetti nel suo post, invitano poi a non drammatizzare rispetto ai nuovi sistemi di censura. Il ricorso alla giustizia è pur sempre possibile, dicono, e la compresenza di procedimenti amministrativi e penali è la regola anche per altri illeciti ad esempio relativi al codice della strada.
È un punto per me più delicato da affrontare, non essendo io un giurista. Perciò mi limito ad alcune considerazioni. Innanzitutto invito a leggere il post dell'avvocato Fulvio Sarzana, tra i promotori dell'iniziativa, che sottolinea come nel testo, di ricorso al giudice, non si parli proprio.
Ma in ogni caso non si tratta solo di analizzare la lettera del regolamento proposto. Da liberale so bene che cio' che maggiormente conta è l'influenza che le norme avranno sulla società e non gli astratti intendimenti che mai si verificheranno.
Quali saranno quindi le conseguenze di tali norme? Nella lettera invitiamo esplicitamente l'Autorità a riconsiderare la sua posizione anche per la difficoltà che avrà a gestire un carico enorme di procedimenti che non potrà non affrontare con superficialità e approssimazione. A questo proprio Sarzana cita l'esempio della Gran Bretagna, dove l'analoga iniziativa del Governo viene ora frenata per le stesse argomentazioni.
il Governo Britannico nella figura del segretario alla cultura e del Vicepremier Nick Clegg, si comincia a preoccupare dell’inibizione dei siti web in territorio britannico imponendo di fatto uno Stop all’inibizione dei siti web in via di attribuzione all’OFCOM ( l’omologo italiano dell’AGCOM).
La vicenda viene riportata il 1 febbraio dalla BBC online che titola “Government to rethink Digital Economy Act’s web blocks”. http://www.bbc.co.uk/news/technology-12334075
Quali sono i motivi per i quali il governo inglese richiede espressamente alla “sua” Autorità indipendente di ripensare il meccanismo di blocco dei siti web?
Il motivo è che il governo avendo messo a disposizione dei navigatori telematici britannici un sito dove esprimere le proprie preferenze sulla legislazione in corso, ha ricevuto precise contestazioni da parte dei navigatori telematici sul blocco dei siti web sospettati di violare il diritto d’autore.
Il motivo di fondo della richiesta di moratoria da parte dei cittadini britannici invece risiede nel fatto che si corre il rischio di bloccare integralmente siti che non c’entrano niente con la pirateria e che sono semplicemente sospettati di avere un file protetto dal diritto d’autore.
E poi in secondo luogo bisogna valutare le modalità effettive con cui i provider affronteranno il regolamento.
Ad esempio. Mettiamo che in effetti ci sia la possibilità di ricorso ad un giudice. Ma chi vi puo' ricorrere? L'utente? No di certo, dice Marco Pierani, responsabile dei rapporti istituzionali di Altroconsumo, e anch'egli co-promotore della campagna.
il procedimento sommario ipotizzato dall’Autorità, molto ben dettagliato nel testo della consultazione, pretermette completamente il consumatore sebbene questo sia necessariamente parte in causa soprattutto per quanto concerne le iptesi di lesione nelle piattaforme ugc.
Insomma il produttore del contenuto non viene neppure interpellato, a maggior ragione nei tempi strettissimi dei 5 giorni di contraddittorio.
Pero' non potranno i cittadini a questo punto contestare ai provier la rimozione dei contenuti? No, ci dicono gli amici provider (e non è un caso che una delle associazioni di categoria, Assoprovider, sia tra i promotori della campagna), perchè questi si tuteleranno con delle condizioni di utilizzo che li metteranno al riparo da ricorsi. E poi provate a mettervi contro ad un colosso. Nessun amico a cui hanno cancellato senza alcun motivo o spiegazione un profilo su facebook o un contenuto su Youtube? Ve ne presento io moltissimi se avete tempo.
Critica cinque - A voi non interessa tutelare il diritto d'autore (quanto a noi). Questa viene direttamente da FAPAV (qui ripresa da Webnews) ed è un cavallo di battaglia che ci ripetono da anni.
Rimando all'equilibrata indagine conoscitiva che proprio Agcom ha pubblicato l'anno scorso che si fonda fonti ben piu' affidabili di quelli della ormai nota società di lobbying che produce i dati citati da FAPAV (su cui ironizza facilmente lo stesso Quintarelli, che vi invito a leggere). Un'analisi che dice, come sottolinea Pierani nel suo post, che i cosiddetti pirati sono tra i migliori compratori. Ma questa è una lunga storia che un tizio abbastanza famoso (Lawrence qualcosa) qualche mese fa ha già raccontato proprio al nostro caro Parlamento. Coincidenza, lo stesso Parlamento a cui ci rivolgiamo anche noi con la lettera aperta.
E se ripartissimo da li'? Il titolo del suo intervento era: "Internet is freedom". Bella li' Lawrence :-)
"Quel che l'uomo libero non vuole è di essere preso per il naso da taluni uomini, i quali, per via di elezioni od in altre maniere sono padroni della macchina statale e perciò da sé si definiscono 'lo stato', e di vedersi insegnare da costoro, i quali certamente, in quello specifico punto, ne sanno meno di lui, in qual modo egli deve gestire la sua impresa, seminare i suoi campi, vendere a tale prezzo, associarsi con Caio e Sempronio per produrre meglio, comprare gli strumenti, le macchine, le sementi di cui ha bisogno in paese o, se gli converrebbe comprar fuori, acquistare tanto e non più, a prezzo cresciuto di tanto ecc. ecc."
Parole che appartengono a Luigi Einaudi, intellettuale liberale e tra i padri della Repubblica Italiana. Una riflessione che potremmo applicare al dibattito sull'innovazione o sulla libertà di informazione semplicemente sostituendo "installare reti wifi" a "seminare i suoi campi" o "tecnologie digitali" a "sementi".
Parto da Einaudi per arrivare al bel post di Vittorio Zambardino, che dal suo blog di Repubblica denuncia, con la lucidità linguistica che gli appartiene, l'invisibile ed ininfluente angolo in cui i cosiddetti "esperti digitali" si rintanano per discutere animatamete.
"Noi enunciamo e dichiariamo, stabiliamo principi, scriviamo carte, proponiamo la santificazione di una tecnologia che diventa redenzione. Sarò diventato vecchio, ma c’è qualcosa che non gira, la retorica non è solo quella anti rete dei tecnofobi. C’è anche la retorica dei tecnofili e dei neofiti l’idea che Internet abbia bisogno di una lobby, di una campagna e di una enfasi sempre viva, così ecumenica da non urtare nessuna sensibilità e nessun interesse. Quindi così “apolitica”, cioè muta e impotente".
Vittorio ha il pregio di indicare il problema. Eppure ho il sospetto che se ci fermassimo a questa analisi, rischieremmo di mettere al muro alcuni "produttori di retorica", addebitando loro colpe che superano i pur esistenti demeriti.
Ho la sensazione che non si sia ancora arrivati all'eresia, di cui pure, concordo con te Marco, abbiamo bisogno.
Come arrivarci? Banalmente si potrebbe cominciare chiedendoci l'origine di tutto cio'. Confesso di non avere una risposta, ma credo che qualcosa centri una certa impronta politica di chi ha condotto il dibattito in questi anni. Credo che centri qualcosa un comparto industriale italiano parastatalizzato che preferisce la cooptazione alla libera competizione. Ho il sospetto che centri anche la difficoltà dell'"intellighenzia digitale" a digerire il fatto che le politiche di stato (taluni uomini, i quali, per via di elezioni od in altre maniere sono padroni della macchina statale e perciò da sé si definiscono 'lo stato' diceva Einaudi) con cui costantemente cerchiamo di interagire, saranno necessariamente di "potere". Magari attenuate dalla nostra bravura e dalla nostra capacità di raccogliere firme su appelli, ma sempre e comunque di potere.
Se tutto o questo centra, e se è la nostra sudditanza, anche psicologica, allo Stato (o meglio a taluni uomini, etc.), uno dei problemi, ci dobbiamo chiedere dove altro possiamo volgere lo sguardo.
E timidamente, una risposta nel suo post Vittorio la mette. Usa le parole "serena concretezza" per descrivere come altrove si affrontano i capitoli wifi, accesso ad Internet e digital divide. Ma in queste parole c'e' la soluzione e al tempo stesso la retorica (ed è un riflesso condizionato, ne sono quasi certo) che ci impedisce di guardare alla soluzione.
Tu non dici solo "concretezza", Vittorio. Tu dici, "serena concretezza". E pero' a me viene in mente la feroce competizione, il grande che mangia il piccolo, un continuo spingersi ai limiti della violazione dei diritti più fondamentali degli utenti, una meritocrazia feroce che non ammette umane debolezze, senza ostaggi, l'impossibilità di potersi fidare a lungo dei propri successi. Mi vengono in mente queste che sono le caratteristiche degli attori che di fatto stanno portando davvero la tecnologia e l'innovazione, quelli che davvero rivoluzionano il sistema dell'informazione, che davvero danno nuovi strumenti di partecipazione ed interazione. Questo è il mondo mette le reti wifi, che crea l'accesso ad Internet e colma il "digital divide".
Si tratta di un contesto concreto? Certamente si'. Sereno? Direi per niente. Libero? Forse, di certo non completamente, e mai per sempre.
Perchè non è libertà la possibilità di comportarsi in modo unilaterale con i fruitori di un servizio, come fanno compagnie telefoniche e piattaforme di servizi come Google o Facebook. Non è libertà la possiblità di far soccombere potenziali concorrenti utilizzando la propria posizione dominante.
Non è libertà l'assenza di regole ma al contrario, citando Bruno Leoni,
“si è «liberi» se si è in grado, in qualche modo, di costringere altri ad astenersi dal costringere noi sotto qualche aspetto”.
Ebbene, questa cosa, talvolta libera, talvolta soggiogata ai poteri, che però è l'unica che davvero innova, sconvolge, crea brecce nel potere, di cui Internet è solo l'ulima delle tante, si chiama libero mercato. Quella cosa che si definisce come somma delle transazioni che gli individui effettuano volontariamente nel rispetto della volontà degli altri.
È il libero mercato l'innominabile contesto in cui emerge l'innovazione e la libera informazione. Innominabile perchè privo di retorica. Il libero mercato è "sangue e merda", ma anche vita, creatività, libertà allo stato più puro e quindi dirompente.
Possiamo lasciarci soccombere da questa complessità. Possiamo girargli le spalle, fingendo che ci possa essere uno "stato" non di potere che nella sua perfezione darà a tutti la loro parte. A tutti la loro informazione. A tutti i loro diritti civili e di cittadinanza. Possiamo illuderci che Internet sia un mondo a parte, avulso dal sistema del potere, in cui tutto possa essere collaborazione, tutto possa essere "win-win". Possiamo fingere davvero, se vogliamo, che lo stato non sia "taluni uomini, i quali, per via di elezioni od in altre maniere sono padroni della macchina statale e perciò da sé si definiscono 'lo stato'".
O al contrario possiamo decidere che capire e governare questa crudele forza che emerge dall'interazione tra gli individui e' la via meno retorica, la via più vera, e cominciare a dedicare ad essa le nostre attenzioni, i nostri blog, le nostre riflessioni e le nostre richieste.
In due interviste a Wired (che potete leggere qui) e a Radio Radicale (qui la registrazione) ho cercato di delineare i prossimi obiettivi di una lotta, quella per universalizzare l'accesso ad Internet rendendolo possibile a chiunque e in qualunque luogo, nel rispetto del diritto alla privacy di ciascuno, che non finisce certo con l'abrogazione di una parte della Pisanu ma che, dobbiamo esserne consapevoli, caratterizzerà i prossimi anni.
Riporto qui alcuni frammenti dall'intervista alla radio, in cui inizio ricordando la storia della legge Pisanu:
"In Italia a seguito degli attentati terroristici negli Stati Uniti e in Europa dei primi anni 2000 fu introdotto il cosiddetto Decreto Pisanu. In uno degli articoli del decreto si imponeva a chiunque volesse fornire un accesso alla rete wireless, quello che uno puo' trovare in un Internet Point ma anche nelle biblioteche e negli aereoporti, l'obbligo di registrarsi presso il Questore. Si imponeva inoltre di registrare tutti i documenti degli utenti che si collegavano alla rete in forma cartacea. Questo voleva dire un enorme peso burocatico. Ma soprattutto un rischio notevole di violare una delle molte disposizioni, tanto che nei mesi scorsi diversi alberghi sono stati sanzionati, con multe anche ingenti, per violazione della Pisanu, e in particolare perchè i dati non erano stati raccolti conformemente alla legge.
Fortunatamente, dopo 5 anni di mobilitazione, il Ministero dell'Interno si è convinto che di antiterrorismo nella Pisanu c'era ben poco. Convinto anche dalle dichiarazioni fatte negli scorsi mesi da generali della guardia di finanza e da esperti di antiterrorismo di paesi come Israele o gli Stati Uniti che hanno sottolineato come la burocratizzazione della Pisanu non avesse alcuna utilità per le indagini. Il motivo è semplice: se qualcuno ha degli intenti criminali tipicamente ha dei modi più attenti di connettersi alla rete che andare ad un Internet Point."
Il Italia orma è chiaro che abbiamo un problema preliminare: capire se i politici comprendono davvero che cosa implicano le norme che approvano, e in generale l'affidabilità delle loro dichiarazioni ufficiali, insomma non quelle che fanno al bar, ma alle conferenze stampa che seguono i Consigli dei Ministri.
Veniamo da un paio di mesi di dichiarazioni altisonanti prima del Ministero dell'Interno, poi addirittura di Berlusconi in persona, poi nei giorni scorsi del ministro Meloni che hanno parlato di liberalizzazione dell'accesso ad Internet in Italia. Usando parole come "avvenimento epocale" e "rivoluzione" ma la difficoltà che abbiamo avuto in questi mesi è stato soprattutto capire se alle dichiarazioni che venivano fatte corrispondevano dei fatti. E se la loro descrizione delle norme approvate o in discussione corrispondeva alla lettera della legge"
Cosa cambia con il milleproroghe.
Pare che nel milleproroghe, pare sia stata inserita l'abrogazione di alcuni commi dell'articolo 7 della Pisanu. In particolare quelli che obbligano la raccolta dei dati e dei documenti degli utenti che si collegano. Un passo importante anche dal punto di vista del diritto alla privacy, un alleggerimento sulle forme di controllo che venivano esercitate. Rimane pero' in vigore il comma uno, cioè il comma che obbliga in particolare gli Internet Point a registrarsi presso la Questura.
Poi iniziamo con i problemi. Innanzitutto quello della responsabilità dei fornitori d'accesso
Rimangono numerosi altri obblighi per i fornitori di accesso alla rete che in ogni caso non consentiranno quella il governo annuncia essere una liberalizzazione. Anzi, non registrare gli utenti che si collegano potrebbe portare i gestori della rete a rischiare piu' di prima. Se un utente non identificato si collega alla rete e commette un reato, ad esempio scaricando materiale coperto da diritto d'autore o collegadosi ad un sito pedopornografico, parte della responsabilità può, infatti, ricadere sul fornitore d'accesso. C'e' il caso di una signora, non in Italia ma in Germania, addirittura multata perche' la sua rete privata, neanche di un bar, ma della sua abitazione, fu utilizzata per commettere un reato. In tribunale fu ricosciuto il fatto che non era stata lei a commettere il reato in prima persona, ma fu comunque considerata responsabile di aver lasciato aperta e "incustodita" la sua rete. Insomma, non c'e' piu' l'obbligo di raccogliere i dati degli utenti. Ma chi non lo fa rischia grosso. Come si può pensare ad una vera liberalizzazione e sburocratizzazione se non si affronta questo punto fondamentale?
E poi l'incredibile norma sul patentino per gli installatori
C'e' un altro punto ancora piu' rilevante. C'e' una legge del 1992 rimasta fino ad oggi inapplicata, che obbliga ad affidarsi a degli installatori patentati anche per installare la propria piccola rete. Se io voglio mettere in piedi una rete nel mio bar, o nella mia libreria devo rivolgermi ad un installatore autorizzato. Un po' come funziona per le caldaie, in cui questo passaggio è necessario perche' c'e' in effetti il pericolo che faccia esplodere il mio palazzo.
Dicevo una legge inapplicata, ma in realtà nei mesi scorsi sono uscite le prime notizie di esercenti nella zona di Milano multati proprio perchè le loro reti non erano state realizzate da installatori autorizzati. Multe anche di decine di migliaia di euro. In corrispondenza di tali eventi, a novembre è uscito un nuovo testo che impegna il governo a rivedere entro un anno la normativa, definendo i termini con cui queste licenze potranno essere assegnate ai singoli fornitori. La cosa preoccupante è che nel vecchio testo si introducevano dei requisiti per diventare installatori autorizzato in termini di parco macchine o di personale assunto. Sostanzialmente un modo per impedire l'ingresso in questo mercato a liberi professionisti e a nuovi operatori. Una legge a favore della lobby degli installatori.
Ma c'e' un'altro problema. Bisogna infatti capire fino a che livello verrà richiesto di rivolgersi a personale autorizzato. Insomma, per installarmi una rete nel mio appartamento dovrò chiamare un installatore? Sarebbe davvero incredibile considerando che realizzare una piccola rete domestica è cosa ormai semplice e che dovrebbe essere una pratica addirittura incentivata. Si tratta anche di una questione di consapevolezza tecnologica che si acquisisce con la la piccola soddisfazione di installarsi una rete domestica, riuscendo a relazionarsi con le nuove tecnologie. Invece in Italia, anche anche in questo si decide per l'approccio autoritario. Ma a differenza dell'esempio delle caldaie in cui in effetti un malfunzionamento mette a rischio la vita di altre persone, nell'installare una rete chiaramente i pericoli sono inesistenti. Davvero qual'e' il rischio di installarsi una rete da soli?
Benissimo quindi il passo fatto con il milleproroghe, ma la strada per fare fuori un'Italia autoritaria e burocratica è ancora lunga.
Come sapevamo è trasversale lo schieramento oscurantista. Importante reagire subito.
Internet, Radicali: Non basta milleproroghe per liberalizzare accesso ad Internet. Sbagliata opposizione di Lusi (PD). Libertà di coscienza nel PD anche su Internet Libero?
Al nuovo annuncio del Governo sulla liberalizzazione dell'accesso WI-FI ad Internet devono seguire finalmente le azioni necessarie a tenervi fede. Non basta il mancato rinnovo nel milleproroghe di alcune parti della legge Pisanu a mettere l'Italia al pari degli altri paesi sulla libertà di accesso ad Internet. Innanzitutto è necessaria l'abrogazione totale dell'articolo 7. Inoltre non si comprende come si possa parlare di liberalizzazione quando il governo annuncia di voler estendere ancora per un anno l'obbligo di registrazione in questura per gli Internet Point. Si vuole continuare con l'accanimento contro chi offre accesso ad Internet che ha portato nelle ultime settimane a sospendere 33 licenze e a denunciare 191 persone? Inoltre si parla di liberalizzazione ma esistono ulteriori norme che ostacolano l'accesso in rete, in primo luogo addebitando enormi responsabilità ai fornitori di accesso rispetto alle attività compiute da terzi, ma anche proibendo l'installazione di semplici apparecchi di rete da parte di personale non autorizzato, con il solo obiettivo di favorire la casta degli installatori autorizzati.
Allo stesso tempo sono sbagliate e anacronistiche le dichiarazioni dell'onorevole Lusi del Partito Democratico che si oppone ai pur incompleti annunci di liberalizzazione. È importante che il Partito Democratico prenda ufficialmente una posizione per una Rete aperta. Non possiamo pensare che l'opposizione abbia intenzione di suicidarsi ad una sorta di "libertà di coscienza" anche sui temi dell'innovazione e del libero accesso ad Internet.
Questo invece l'incredibile comunicato dell'Onorevole Lusi (PD).
MILLEPROROGHE: LUSI "SBAGLIATO TOGLIERE CONTROLLI TRAFFICI SU INTERNET" ROMA (ITALPRESS) - "Nel testo del decreto 'milleproroghe', oggi all'attenzione della seduta del CdM, sembra che il Governo abbia inserito disposizioni che abrogano alcune importanti norme utili a rintracciare e perseguire le attivita' criminose attraverso internet. Da una parte verrebbe attenuata la proroga al 31 dicembre 2011 dell'obbligo di comunicare al questore l'apertura dei cosiddetti internet point, ma solo se questi costituiscono l'attivita' principale dell'esercizio, dall'altra verrebbero drammaticamente abrogate norme importantissime per il contrasto alla criminalita' quali quelle che sanciscono l'obbligo per il proprietario dell'internet point di acquisire i dati anagrafici di chi utilizza le postazioni all'interno dell'esercizio e quelle che prevedevano l'accesso, a fini preventivi, da parte della polizia postale ai dati e al traffico internet". Lo afferma il senatore del Pd Luigi Lusi, Vicepresidente della Commissione Bilancio del Senato che cosi' continua: "Il governo cancella norme importantissime per il contrasto non solo e non tanto alla microcriminalita', ma soprattutto a quella organizzata e internazionale che, sempre piu', comunica, promuove e organizza la propria attivita' utilizzando internet e i piu' moderni canali di comunicazione".
"L'augurio - conclude Lusi - e' che il governo e la sua maggioranza rinsaviscano, ristabilendo i controlli necessari a contrastare il pericolo e il diffondersi di attivita' criminose che mettono a repentaglio la sicurezza di tutti i cittadini e restituendo alle Forze dell'ordine e alla Magistratura gli strumenti per perseguire i responsabili dei reati commessi via internet. Se la notizia dell'abrogazione di queste importanti norme fosse confermata, presenteremo i necessari e opportuni emendamenti che, sono certo, anche i colleghi della maggioranza vorranno sostenere".
Oggi, mentre in parlamento si svolge il voto di distrazione di massa, tutti i giornali riportano la notizia dei cablogrammi pubblicati da Wikileaks dell'ambasciatore USA contro la legge Romani, riportandoci finalmente ai problemi che da domani dovremmo cominciare ad affrontare
"La legge Romani sembra essere scritta per dare all'esecutivo margine di manovra per bloccare o censurare i contenuti Internet". "Questa legge rappresenterebbe un precedente per nazioni come la Cina che copierebbero o citerebbero questa "giustificazione" per il giro di vite sulla libertà di parola".
Cablogramma del 3 febbraio 2010 di David Thorne, ambasciatore Usa a Roma
"Se approvata, la legge Romani rappresenterebbe la morte di Internet in Italia"
Cablogramma dell'ambasciata Usa a Roma
Certo gli articoli sarebbero ancora più utili se ricordassero non solo il decreto Romani è stato approvato, e che è stato pure approvato il regolamento dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) che lo ha reso operativo. Sarebbero più utili se ammettessero che la reazione a quest'ultimo regolamento è stata assolutamente insufficiente, e che molti, anche tra gli addetti ai lavori, sono stati ingannati e hanno addirittura festeggiato, per il fatto che venivano escluse dalle nuove norme le Web Radio e Web TV amatoriali.
Insomma sarebbero più utili gli articoli se ammettessero ci hanno fregato. La partita non era quella delle Web TV amatoriali ma quella dei colossi del Web che tra un po' cominceranno a fare concorrenza alla TV generalista. Lo aveva sottolineato anche il consigliere AGCOM Nicola D'Angelo, ospite dell'evento www.hackthegov.it organizzato dall'Associazione Agorà Digitale.
In quell'occasione abbiamo lanciato la piattaforma di una Web TV disobbediente, per reagire con forza alla Romani e al relativo regolamento. Dei dettagli tecnici dell'iniziativa ha parlato anche Vittorio Zambardino in un articolo intitolato "Uno scontrino contro Romani" pubblicato questa settimana sull'Espresso.
Una iniiativa vivrà se dalla conoscenza e dalla consapevolezza a cui ci riporta Wikileaks si passerà all'azione.
In attesa di verificare le iniziative concrete che devono seguire alle dichiarazioni del Governo Italiano sull'abolizione della legge Pisanu, sarebbe davvero importante che anche in politica estera l'Italia cambiasse rotta sulla libertà di accesso e sulla libertà dell'informazione su Internet.
Ad esempio esprimendo soddisfazione per la liberazione del blogger egiziano Abdel Kareem Nabil Suleiman.
O magari appoggiando la richiesta di Google che in questi giorni si è rivolta ai governi occidentali chiedendo una presa di posizione contro la proliferazione di strumenti di censura nel mondo.
Da una parte si tratta di un'occasione importante per iniziare a colmare il gap culturale che impedisce alle grandi imprese tecnologiche di fare innovazione nel nostro paese anche attraverso la libera circolazione della conoscenza. Dall'altra il Governo italiano ha la possibilità di fare leva sugli interessi economici delle nostre imprese, penalizzate da regolamentazioni troppo restrittive di paesi come Cina o Iran. Delle vere e proprie barriere doganali del ventunesimo secolo. Un'importante occasione per dare forza alla politica estera del nostro paese ultimamente sorda rispetto ai diritti umani e di libero accesso all'informazione.
Nel white paper pubblicato dal motore di ricerca di Mountain View si chiede che "la comunità internazionale prenda un'iniziativa volta ad assicurare la libera circolazione delle informazioni sulla Rete." Si fa riferimento a paesi come Cina, Vietnam, Iran e Turchia che hanno oscurato motori di ricerca, blogger e social network e che impongono restrizioni sempre più rigorose a Internet e al flusso libero di informazione sul web. "In meno di 10 anni più di 40 governi hanno introdotto restrizioni su larga scala alla libera circolazione delle informazioni su Internet" sostiene Google. Per un cambio di rotta, conclude il documento, sarebbe sufficiente chiedere il "rispetto degli obblighi internazionali previsti dal trattato istitutivo del'l Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), prevenendo la creazione di barriere commerciali create dalla regolamentazione in materia di informazione, e sviluppando nuove regole internazionali che forniscano una protezione rafforzata contro le barriere commerciali del ventunesimo secolo".