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Baricco, e la morte prematura della profondità, soffocata dalla cultura di massa

Ven, 27/08/2010 - 23:42 — luca

Di Baricco ho apprezzato lo sdoganamento dei "barbari" contemporanei, irrispettosi di valori e tradizioni ma ricchi di senso "superficiale". Quel saggio lo consiglio a molti e talvolta lo regalo. Esplorando pezzi di realtà contemporeanea, consentiva di intravvedere nuovi significati, che poi si potevano valutare autonomamente, evitando l'autore una loro sistematizzazione.

Con il suo paradosso, dando vita "all'epoca dell'ossimoro" (come la definisce De Biase) Baricco, consentiva, a chi voleva dargli fiducia, un corto circuito di valori per riallacciarsi a qualcosa di piu' fondamentale come l'esperienza.

Purtroppo i sequel talvolta commettono gli errori miracolosamente risparmiati al pubblico dalle prime opere, di cui ogni tanto bisognerebbe saper accettare l'incompletezza. Così accade nel pur acuto articolo pubblicato su Wired di settembre "I nuovi barbari".

Per spiegare la mia critica è utile ragionare sul fatto che sia ne "I Barbari" che in questo nuovo articolo Baricco esplora sul piano del senso e della cultura un dibattito che ha molte più note versioni in altri settori. Uguale paura ha sempre suscitato (e sta ancora suscitando) la superficialità della democrazia (che dire addirittura dell'anarchia) in termini di possibilità di organizzazione sociale. O la superficialità di Internet (come nota anche Mantellini).

Avendo in mente questo parallelismo è facile vedere che quello a cui Baricco va incontro è lo stesso errore degli entusiasti della Rete (o della democrazia), che illuminati dalla comprensione delle sue dinamiche, cercano di darle un senso assoluto, e miracolistico, sotterrandole alla complessità della realtà.

In questo articolo per assurdo Baricco sbaglia, dimostrando che ha ragione. Sbaglia a cercare di scavare e perfezionare ulteriormente il ragionamento, che era efficace nel momento in cui si fermava alla veloce esperienza, alla superficialità.

Un abbaglio che lo porta a credere che non ci saranno più i sacerdoti. Che invece continueranno ad esserci, come continuerà ad esistere il potere, semplicemente adattandosi ad una maggiore competizione, movimento, velocità. Ad un confronto con la cultura di massa, compresa la sua spazzatura.

Baricco nel suo articolo arriva addirittura a commettere l'errore di tutte le grande utopie, e cioè la proiezione in un futuro della perfezione della teoria. Nel suo caso un futuro di perfetta superficialità. Che ovviamente non esisterà mai e con la profondità dovrà coesistere.

Seppellire la profondità e la ricerca prematuramente significherebbe semplicemente una cosa: ci dovremmo inventare dei nuovi termini per rimpiazzarle. Chissà magari cominceremo ad usare "altezza", o "densità" per caratterizzare le elites che sapranno comprendere il senso derivante dalla "collettiva abilità nel registrare e collegare tessere del reale".

 



Radicali Italiani e Agorà Digitale avviano Class action sull’uso della PEC nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, delle Regioni Basilicata e Campania, del Comune di Roma

Gio, 05/08/2010 - 12:37 — luca

http://www.vostrisoldi.it/img/posta_pec.jpg

Insomma una seria prima campagna in Italia per i diritti digitali dei cittadini. Questo blog è chiaramente in vacanza (fino al 24 Agosto), ma non potevo non pubblicare questa importante iniziativa che Radicali Italiani e Agorà Digitali hanno intrapreso, avviando la procedura per una Class Action nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, della Regione Campania, della Regione Basilicata e del Comune di Roma per violazione delle norme in materia di Posta Elettronica Certificata (PEC).

Per chi non lo sapesse il diritto di utilizzare la PEC è garantito dal “Codice dell'Amministrazione Digitale” che prevede infatti l’obbligo per le pubbliche amministrazioni di rendere pubblico nella pagina principale dei propri siti un indirizzo di Posta Elettronica Certificata cui tutti i cittadini possono rivolgersi.
Nonostante il termine per mettersi in regola scadesse il 30 giugno 2009, questi enti  non hanno adempiuto ai loro obblighi  e non hanno pubblicato l'indirizzo PEC sui rispettivi siti; per questo, hanno ricevuto la notifica di diffida preliminare all'avvio di una Class Action (ai sensi del D. Lgs. n. 198/2009) da parte di Radicali Italiani e dell’associazione Agora Digitale, difesi dall’avvocato Ernesto Belisario. Se entro 90 giorni non si metteranno in regola, scatterà l'azione giudiziaria vera e propria alla quale tutti i cittadini interessati potranno aderire.
Si tratta della prima campagna in Italia per rendere effettivi i diritti digitali previsti dalle leggi.
L'obiettivo è quello di semplificare i rapporti tra cittadini e amministrazioni, renderne più efficienti i servizi, migliorare la qualità delle vita degli utenti e consentire ingenti risparmi rispetto alla posta tradizionale.

I diritti digitali dei cittadini non possono rimanere solo sulla carta: abbiamo iniziato con queste Amministrazioni, ma proseguiremo con le altre migliaia che ancora oggi sono fuorilegge.
Forse Tremonti non lo sa, ma c’è una tassa aggiuntiva che il suo Ministero impone agli italiani: è la “tassa” delle raccomandate che paga chiunque voglia rivolgersi ai suoi uffici.

 

E questo avviene a pochi giorni dall'avvio della campagna di Civil Hacking di Agorà Digitale (www.agoradigitale.org/civilhacking) che proprio con posta elettronica certificata e firma digitale che mette nelle mani dei cittadini la possibilità di imporre trasparenza e partecipazione alle amministrazioni pubbliche.



Kung fu Obama - Esiste la mossa speciale contro il collasso del web?

Gio, 01/07/2010 - 16:19 — luca

Pur non conoscendo in dettaglio le cifre e i trend, non faccio fatica ad immaginare che dopo aver speculato su traffico di armi, droghe e persone, le mafie e le organizzazioni terroristiche si stiano buttando sul cybercrimine. E che quindi, dopo esserci scagliati contro il controllo di privati e governi, dovremmo cominciare ad occuparci anche di quello delle organizzazioni criminali. Perchè non si tratta più di rubare la carta di credito di sprovveduti su un sito internet o tramite la posta elettronica e neppure di diffondere i progetti di bombe fatte in casa. La criminalità è forse la sola forza economica in grado di competere con le grandi corporation, e avere grandi aspirazioni in termini di massiccia profilazione e di capacità di tenere sotto pressione le infrastrutture di intere economie.

Per questo, leggendo il "Protecting Cyberspace as a National Asset Act (PCNAA)" in prima battuta penso che stiamo davvero sottovalutando la pressione sociale che questo fenomeno potrebbe portare nel tempo. E che rischiamo di farci trovare impreparati per quando verranno proposti nuovi lucchetti per la sicurezza generale. Sappiamo bene che la posizione che la libertà si tutela nonostante le sue imperfezioni è tutt'altro che naturale.

A parte l'interruttore per spegnere la Rete di cui tutti parlano, questa legge non è una boutade alla Carlucci o alla D'Alia, ma un progetto di lungo periodo che rischia di avere un impatto molto forte (e negativo) sullo sviluppo di Internet. Ricollegandosi idealmente al progetto targato anni '50 con cui la difesa cominciò a valutare le vulnerabilità della rete telefonica nel caso di un attacco nucleare. E in cui i risultati furono proprio che la rete era insicura perchè eccessivamente centralizzata.

Illuminante è anche documento del US. Government Accountability Office del 2006 che, su richiesta del Congresso, approfondiva il problema della tutela del cyberspazio come assett strategico. In quel documento emerge una visione di paura e diffidenza in cui tecnici dell'ente ripetutamente lamentano e mettono in guardia sulla difficoltà di avere un progetto centralizzato e sicuro di recovery nel caso di attacchi informatici.

Invece di accorgersi, mi viene da dire, che la difficoltà di avere un progetto centralizzato di recovery, è la stessa che hanno organizzazioni criminali nell'organizzare attacchi generalizzati al sistema.

Mitch Kapor, cofondatore della Electronic Frontier Foundation (EFF) diceva "l'artchitettura [della rete] è politica". Non posso essere più d'accordo. Facciamo in modo di tutelare assieme alla sicurezza anche lo sviluppo disintermediato della rete e anche il cybercrimine avrà i suoi problemi.



La finanziaria liberalizzi l'economia della conoscenza. A partire dal software.

Mar, 29/06/2010 - 16:32 — luca

Con una semplificazione grossolana, possiamo dire che ci sono due motivi principali per cui e' più difficile aprire un'industria automobilistica che un panificio. Il primo e' che l'industria automobilistica necessita di un'economia di scala maggiore di quella di un panificio per poter essere sostenibile. Più impiegati, più produzione, più infrastrutture, e quindi maggiori capitali da investire. Il secondo motivo è che l'industria automobilistica necessita di un know-how complesso e di difficile acquisizione. Se per produrre pane si puo' pensare ad un periodo di apprendimento, per una industria automobilistica e' praticamente impossibile cominciare da zero.

La Rete e l'avvento dell'era digitale hanno consentito all'economia della conoscenza di diventare uno dei fattori trainanti dei paesi sviluppati, innanzitutto grazie all'abbattimento di molti fattori di scala. Nel digitale, le spese di distribuzione e di immagazzinamento si riducono. L'automazione è alta. È possibile rivolgersi alla totalità degli utenti Internet senza dover fare enormi investimenti per la distribuzione, e senza la necessità di richiedere burocratiche licenze. Si mette in rete il proprio server ed è fatta. Un'idea innovativa ha la possibilità di tentare in poco tempo la via del mercato. La rete è quindi un bene comune, un commons per usare l'espressione del visionario Lawrence Lessig, che consente innovazione ed impresa con dei vincoli d'entrata minori e senza il bisogno di autorizzazioni.

E il know-how? Il ruolo di primo piano assunto dall'economia della conoscenza, ha consentito a paesi come gli Stati Uniti che avevano un grosso bagaglio di conoscenza tecnica e scientifica di conquistare un vantaggio competitivo enorme nello sviluppo economico di questi decenni. Allo stesso tempo, sono diversi gli economisti che sostengono che è stata proprio una tutela eccessiva di questo know-how una delle concause della crisi economica e finanziaria di questi anni, nel momento in cui l'indisponibilità della conoscenza e i grossi costi per la sua acquisizione per nuovi soggetti hanno reso sempre più difficile fare innovazione.

Dal costo di acquisizione delle licenze per intraprendere un business fondato sulla distribuzione di prodotti culturali, agli sbarramenti dei brevetti, alla difficoltà di rendere accessibili gli studi svolti dai centri di ricerca nel mondo, siamo quotidianamente immersi in un dibattito epocale alla ricerca di un bilanciamento tra libera condivisione e controllo.

Fortunatamente comincia a far parte del senso comune il fatto che la diffusione e un ampio accesso ai beni culturali come la musica o la letteratura dia notevoli benefici alla società e alla stessa economia. Allo stesso tempo le piattaforme per rendere liberamente fruibili i risultati della ricerca sono sempre di più e sempre più autorevoli. Ma raramente si considera che l'innovazione digitale si fonda su una infrastruttura imprescindibile, il software, la cui complessità tende a creare posizioni di monopolio se unita alla chiusura, cioè all'impossibilità di visionarne il codice, di apportare modifiche e poi di riutilizzare lo stesso software per altri scopi o iniziative.

Ma esistono codici, quelli appartenenti alla categoria del software libero, che consentono di effettuare tutte queste attività, diventando così allo stesso tempo una infrastruttura libera e un libero know-how.

Per capire quando sia fondamentale il software libero per l'ecosistema tecnologico, basti pensare che la stessa Internet ha preso forma ed è tenuta in piedi proprio dal software libero. Dai sistemi per far funzionare i siti web, a quelli per indirizzare la posta, dal linguaggio per elaborare il testo in modo efficiente all'infrastruttura che fa funzionare i server, il software libero è stato il seme ed ora è il cuore di Internet.

E non è un caso. Le più grandi innovazioni spesso provengono da nuove imprese meno afflitte dal "dilemma dell'innovatore" che quindi tendono ad sfruttare il software libero perchè si tratta know-how e infrastruttura disponibile a basso costo e liberamente adattabile.

E costituisce una opportunità anche per i grandi. Ad esempio da Linux nasce Android, il sistema operativo per cellulari, tablet e altri sistemi embedded che ha permesso di sviluppare un proprio sistema anche ad aziende che certo non avevano il know-how di Apple o di Microsoft nel comparto sistemi operativi.

Tutto questo dimostra che l'esistenza di un vivo ecosistema di software libero, liberalizza il mercato dell'IT, rendendo difficili posizioni di monopolio. Questa da sola è una ragione più che sufficiente affinchè istituzioni e pubbliche amministrazioni ne incentivino l'utilizzo.

Ed è per questo motivo che i radicali con la collaborazione di Agorà Digitale e di alcuni soci dell'Associazione Software Libero, hanno presentato nei giorni scorsi un emendamento alla finanziaria affinchè la pubblica amministrazione investa preferenzialmente in software libero. Infatti, nonostante gli enormi tagli degli ultimi anni che hanno portato il nostro paese nelle ultime posizioni per investimenti in Information Technology (IT), la spesa pubblica in questo comparto è di quasi 3 miliardi di euro sui 18 miliardi del valore complessivo del mercato. Una fetta considerevole che proprio in questo momento di crisi, è necessario investire nello sviluppo di questo commons, il software libero, di cui tutta l'economia del paese potrebbe beneficiare.

Questo è il momento di investire in software libero, perchè la proliferazione di sistemi software chiusi, rischia continuamente di trasformare il panorama digitale che conosciamo in qualcosa di più simile ad una TV.

Questo è il momento di investire in software libero perchè man mano che la società e la macchina amministrativa si digitalizzano, poter accedere a come si comportano i sistemi informatici sarà fondamentale come storicamente lo è stato il diritto di poter assistere allo spoglio elettorale in un seggio, di partecipare alle sedute del consiglio comunale o di accedere agli atti interni delle istituzioni.

Questo è il momento di investire perchè si tratta dell'ecosistema ideale su cui far prosperare una economia degli Open Data, cioè delle informazioni della pubblica amministrazione (dall'attività e i redditi degli eletti fino alle informazioni sulla qualità delle scuole) finalmente rese disponibili creando trasparenza e opportunità di fare impresa su quei dati.

Ma siccome sappiamo quanto è difficile essere lungimiranti e quanto sia necessario poter avere da subito dei risultati, il software libero consente per alcuni software maturi enormi risparmi immediati. Purtroppo la possibilità di una visione d'insieme sui risparmi possibili è limitata dalla difficoltà di avere dati aggiornati, con una situazione che probabilmente si aggraverà  per il ridimensionamento dell'Osservatorio Open Source del DigitPA (ex CNIPA) che ormai consta di un solo impiegato, e che quantomeno in questi anni si era preso l'onere di raccogliere le informazioni disponibili.

Esistono però casi in cui non sono necessarie considerazioni complesse, come l'aggiornamento del personale o la realizzazione di una strategia di medio o lungo termine. Un esempio? Le sole amministrazioni locali spendono ogni anno circa 30 milioni di euro per pagare le licenze di Microsoft Office. Se avete mai provato ad utilizzare Open Office, sapete che si tratta di un prodotto pressocchè identico nelle funzionalità e nell'utilizzo ma del tutto gratuito e libero. Perchè non effettuare la transizione immediatamente? Sciatteria? Con il nostro emendamento cerchiamo anche di evitare queste situazioni.

Ma le esperienze di questi ultimi anni ci consentono di essere ancora più ottimisti. Sono numerosi i casi in Italia e in Europa in cui il passaggio al software libero e all'open source ha consentito enormi risparmi. Dai 7 milioni di euro risparmiati dalla polizia francese, al milione di euro l'anno della provincia di Bolzano. Dai 200 mila euro in un triennio risparmiati a Firenze, all'abbattimento del 45% delle spese da parte dello stato di Rio Grande do Sul in Brasie, dai 26 milioni stimati dal Ministero delle Finanze finlandese, non si contano più le istituzioni, le provincie, i comuni e che mostrano bilanci in attivo grazie ad una adozione sistematica e preferenziale di software libero.



Quel Move On che riesce a resistere all'antipolitica (e sembra un po' radicale)

Ven, 25/06/2010 - 17:13 — luca

Move On, uno degli esempi di web attivismo più citati in assoluto, dal 1998 ad oggi ha lottato per l'impeachment di Clinton e contro la guerra in Iraq del 2003, per John Kerry nel 2004 e poi ancora a sostegno di Obama nel 2008. Una resistenza di circa 12 anni ormai, sempre pronto a schierarsi nel dibattito politico. Un organizzazione dal basso strutturata attorno a strumenti online che a qualcuno ricorda quella dei grillini cinque stelle. Ma mentre questi ultimi  sono di fronte alle difficoltà della crescita, Move On pare in gran forma, tanto da lanciarsi in quella che definisce la più ambiziosa campagna di sempre: "la lotta contro la corruzione a Washington".

E come vorranno fare questa battaglia? Facendo tabula rasa di tutta la classe politica? Impedendo la candidatura dei condannati per reati penali?

 

Non proprio. Gli obiettivi dell'iniziativa sono tre:

  1. Ribaltare la sentenza della corte suprema che consente donazioni illimitate da parte delle corporazioni per le elezioni

  2. Dare finanziamenti pubblici ai candidati outsider in modo che possano competere

  3. Mettere fine agli accordi sottobanco con i lobbisti delle corporazioni rendendo tutta l'attività di lobbying pubblica.

Insomma trasparenza e riforma del finanziameto ai partiti. Mi ricorda qualcosa. I soliti radicali certo (che anche per la finanziaria ripropongono il loro cavallo di battaglia della riforma del finanziamento pubblico), ma in parte anche i sopra citati grillini. Certo che rispetto a questi ultimi quello di Move On pare avere una cifra ben diversa. Che identifica proprio l'azione sulla classe politica come centrale per perseguire i suoi obiettivi: l'essere presenti con i volontari in ogni distretto del Congresso, seguire tutti i candidati e supportare fortemente nel momento elettorale quanti aderiranno alla loro agenda.

Che oltre al web, e ai temi progressisti, sia proprio la resistenza all'antipolitica il segreto dell'evergreen Move On?



È la voglia di scegliere e non il file sharing illegale la causa della crisi dell'industria musicale?

Ven, 18/06/2010 - 12:58 — luca

Se non il file sharing illegale, qual'è la causa della crisi dell'industria musicale? Per cercare la non semplice risposta il blog "Music Business Research" da qualche mese sta analizzando diversi studi e dataset di governi e della letteratura scientifica. Con l'implicita avvertenza che come in tutti i fenomeni complessi non è possibile trovare una risposta semplicistica.

Interessante un post di fine marzo intitolato "The recession in the music industry – a cause analysis" (segnalato da Juan Carlos de Martin sulla lista di Nexa), in cui, come nel resoconto di una guerra, si snocciolano i dati dei cali delle vendite dell'industria musicale a partire dal 2000. Anno dell'esplosione del fenomeno Napster, contro il quale sembrano esserci quindi delle prove schiaccianti.

Ma il teorema non è perfetto e diversi indizi sembrano suggerire che il fenomeno del file sharing potrebbe essere correlato ma non legato in modo causale al declino delle vendite. Il primo sospetto che ci sia dell'altro viene dal Giappone, dove il declino comincia prima dell'emergere di Napster. Il secondo indizio viene della Francia, che nel 2001 raggiunge una vendita record di CD, e comincia la recessione nel 2002 quando il culmine del fenomeno Napster è già superato. Il terzo indizio viene dalla Gran Bretagna dove, dopo un calo tra 2000 e 2001, le vendite rimangono stabili negli anni seguenti, nonostante la crescita del fenomeno del file sharing. Dal 2003 al 2004 addirittura si può osservare un aumento del 4.4%, mentre il primo calo netto si ha solo nel 2007.

Che dire, quantomeno delle anomalie, considerato che in quei paesi le dinamiche del file sharing erano molto simili a quelle degli altri paesi.

Ma per arrivare ad una spiegazione alternativa, bisogna allargare l'intervallo di tempo analizzato. La storia è piena di indizi per comprendere i fenomeni, che spesso si ripresentano in forme diverse.

Dunque, cosa c'e' di cosi' interessante nella storia? Ad esempio il calo drastico di vendite dal 1978 al 1980. Al tempo i resoconti denunciarono la crisi globale e la copia privata di audiocassette come le maggiori cause, ma a posteriori gli economisti dissero altro: si era raggiunto un punto di saturazione.

Saturazione nella vendita di album, e contemporaneamente una esplosione della richiesta di singoli, che nel 1983 raggiungono il record storico di 800 milioni (nel 1979 prima dell'inizio della crisi erano solo 526 milioni).

Come risposero le major? Cambiarono strategia. Ridussero notevolmente il numero di artisti, e si dedicarono al principio superstar. Gli anno 80 furono dominati dalle popstar come Michael Jackson, Prince, Madonna, Elton John, George Michael, Lionel Ritchie, Bruce Springsteen, etc, e successivamente, grazie all'esplosione del CD che nel 1993 diventa il supporto più venduto, i singoli perdono la loro importanza e cominciano a rivestire l'unico ruolo di sonde di mercato.

Una strategia che continua ad avere successo fino alla fine degli anni 90 quando all'emergere dei formati digitali e della banda larga. Ed è di nuovo crisi: ancora una volta, crollo degli album e impennata dei singoli, ma questa volta in modo più marcato.

È chiaro, si sottolinea nell'articolo, che se ora si vendono tanti singoli quanti prima erano gli album, non è possibile ottenere gli stessi ricavi. Quindi il calo di vendite è dovuto principalmente alla conversione da un mercato di album ad un mercato di singoli.

Ritentare l'operazion superstar degli anni 80 pare difficilmente percorribile perchè il file sharing, con il suo "sampling effect" favorisce soprattutto gli artisti minori, danneggiando molto le star da "Top of the Pops". Eppure, conclude il pezzo "il compito delle etichette musicali è di trovare nuovamente un modello in cui una forma "a pacchetto" aumenti non solo le entrate e i profitti ma anche i benefici per i consumatori di musica".

Se volete leggere l'articolo originale, lo trovate qui.



Se telefonando, io potessi dirti ...

Mer, 16/06/2010 - 11:18 — luca

Così come tenere un blog aiuta a rimanere aggiornati ed esercitarsi nella critica, fare qualche telefonata a parlamentari e ai loro assistenti può essere un ottimo esercizio per non rimanere completamente scollegati dal mondo della politica. Per confrontarsi con l'esistenza di persone vere, che, per quanto possano essere ignoranti, ottuse o servili, hanno pur sempre due braccia due mani ed una bocca che consentono di alzare una cornetta e stabilire un rapporto.

Negli USA la chiamata all'eletto del proprio collegio è una prassi da sempre, ed esistono delle applicazioni per smartphone (io su Android ho "Congress", ma simili ne esistono per iPhone) che permettono di avere tutte le informazioni aggiornate sulle loro attività e di entrare in contatto telefonico in pochissimi click.

Non sono in molti che in Italia si cimentano in questa attività in modo organizzato, ma a livello europeo, nella difesa dei diritti digitali, Quadrature du Net è uno degli attori più vivaci, supportati sul fronte italiano da Paolo Brini e Scambio Etico.

In queste ore anche dall'ufficio di Agorà Digitale ci stiamo mobilitando per raccogliere nuove adesioni sulla cosiddetta Dichiarazione 12 sull'ACTA, la quale, se approvata porterebbe il Parlamento Europeo a difendere le libertà digitali, dichiarando che:

  • è del parere che l’accordo proposto non debba imporre indirettamente l’armonizzazione UE in materia di diritti d’autore, brevetti o marchi commerciali e che vada rispettato il principio di sussidiarietà;
  • dichiara che la Commissione dovrebbe rendere immediatamente disponibili al pubblico tutti i documenti relativi ai negoziati in corso;
  • ritiene che l’accordo proposto non debba imporre limitazioni al procedimento giudiziario dovuto né attenuare diritti fondamentali quali la libertà di espressione e il diritto alla privacy;
  • sottolinea che rischi economici e per l'innovazione vanno valutati prima dell’introduzione di sanzioni penali ove siano già in vigore sanzioni civili;
  • ritiene che i fornitori di servizi Internet non debbano essere ritenuti responsabili per i dati ospitati o trasmessi tramite i loro servizi nella misura in cui si renderebbe necessaria una sorveglianza o un filtraggio preventivi di tali dati;
  • evidenzia che qualsiasi misura tesa a rafforzare i poteri di indagini transfrontaliere e di sequestro di merci non debba compromettere l’accesso globale a medicinali legali, economici e sicuri;
  • incarica il suo Presidente di trasmettere la presente dichiarazione, con l'indicazione dei nomi dei firmatari, alla Commissione, al Consiglio e ai parlamenti degli Stati membri.

Alla pagina http://quadpad.lqdn.fr:9000/wd12-june-en trovate la "Calling Room" messa in piedi da Quadrature du Net, affinchè tutti coloro che si impegnano in questo obiettivo si tengano costantemente aggiornati. In fondo basta poco per diventare attivisti. Fatemi sapere nel caso proviate a chiamare qualcuno.



Il dovere alla rettifica che ai media mainstream tanto non importa perchè non lo rispettano

Mar, 15/06/2010 - 20:47 — luca

Voglio raccogliere la disponibilità dichiarata dall'On. Roberto Cassinelli (PDL) alla modifica del ddl intercettazioni soprattutto per un motivo: offre finalmente la possibilità di affrontare il testo nella parte in cui incide sulle libertà in Rete, corsa quasi impossibile nei giorni della discussione finale in Senato. Non che fosse vietato ad alcuno scrivere un post sull'argomento. Ma per i pochi che ci hanno provato era una sorta di parlarsi addosso essendo altrove l'attenzione del dibattito, anche online.

Insuperabile la preponderanza del "bavaglio" offline, per i suoi caratteri di forte incostituzionalità, per gli evidenti effetti a brevissimo termine su giornali, radio e tv e per la guerra di potere scatenata dai  media tradizionali  che cercano innanzitutto di tutelare se stessi. Un fenomeno evidentissimo su Repubblica, che se inizialmente ha rilanciato un appello sottoscritto da personalità del mondo delle "libertà digitali" con un testo con una impostazione 50-50 tra new media e old media e ma man mano ha fatto scivolare il problema della Rete ad un'appendice: "lo sapevate che pure i blog rischiano ...".

Quindi merito a Roberto Cassinelli e ai blogger Claudio Messora di Byoblu.com e Fabio Chiusi de ilNichilista che ne hanno sollecitato l'intervento. C'è il rischio che qualcuno si accorga del comma incriminato.

Ma per rendere produttivo questo possibile risveglio di interesse è necessario entrare nel merito dell'emendamento Cassinelli che in sostanza propone di allungare il tempo a disposizione di un blogger per pubblicare sul proprio sito la rettifica, per sanare la evidente impossibilità per una pubblicazione non professionale di rispondere in tempi brevissimi.

A questo intervento migliorativo si possono fare subito delle semplici obiezioni:  come la necessità di sanare la disparità anche sotto l'aspetto pecuniario. 12500 euro sono niente per Repubblica.it e moltissimo per un blog amatoriale. O il fatto che anche sette giorni possono essere irragionevoli per molte persone che vivono la rete in modo saltuario.

Ma i rilievi più interessanti emergono considerando il quadro generale in cui si inserisce il comma. Se guistamente i detrattori del provvedimento si appellano alla libertà di espressione e se Cassinelli richiama altrettanto giustamente il diritto alla reputazione personale, evidentemente non possiamo ridurci ad uno scontro tra censori e libertari: è chiaro che, prescindendo dalle motivazioni del provvedimento, è necessario cercare un equilibrio tra due libertà, entrambe fondamentali. Cosi' come la libertà di espressione è fondamentale per qualsiasi stato di diritto, cosi' la calunnia e il gossip, possono sicuramente annientarne l'identità degli individui.  Ed è altrettanto chiaro che Internet ha delle dinamiche complesse a questo riguardo.

Per una ecologia sana dell'informazione in Rete è necessario mirare ad un modello in cui se sai di avere torto sei spinto a rettificare rapidamente, ma se hai il legittimo dubbio che la richiesta di rettifica ti giunga per tentare di nascondere fatti reali devi essere incentivato a difenderti. E questo può avvenire solamente se non ci sono pene cosi' elevate da spingere verso l'autocensura.

Un ulteriore aspetto da considerare è che per i giornali cartacei la rettifica appare l'unico modo di rimediare al torto di una notizia falsa, con l'aggravante che spesso questa non viene neppure pubblicata e sicuramente non con lo stesso risalto della notizia originale, tanto i gruppi editoriali piu' potenti hanno il modo di difendersi. Per il mondo dei blogger invece gli approcci per rimediare ad un contenuto falso possono essere molto diversi. Innanzitutto potrebbe essere piu' efficacie la semplice rimozione, piuttosto che una rettifica, nel caso la notizia non abbia ancora una grossa diffusione.

Per tutte queste ragioni credo che il dirtto applicato alle "conversazioni" in Rete dovrebbe incentivare al massimo le alternative alle dispute giudiziarie. Innanzitutto spingendo verso una risoluzione informale, e poi verso quelle eventualmente basate su qualche forma di mediazione (non vincolante) o arbitrato (vincolante). Solo nel caso di fallimento di tutti questi percorsi alternativi si potrebbe ricorrere ad un processo ed alla sanzione.

Troppo complesso da discutere in un comma di una legge? Ne sono convinto anch'io. Ed è per questo che credo che questa riflessione abbia bisogno di essere discussa in una misura apposita. Ci sarebbe la strada di articolare maggiormente un provvedimento già nel decreto intercettazioni, ma per la concitazione legata agli agli altri aspetti controversi del ddl, sopprimere completamente il comma e rimandare la discussione ad un nuovo testo sarebbe certamente la decisione più saggia.

Chiedo troppo? Certamente sì, finchè Cassinelli rimarrà l'unico nella maggiornaza a farsi avanti per la difesa del web. A partire da Fare Futuro e Libertiamo mi auguro, come ho già fatto, che cresca anche nella maggioranza lo schieramento per la rete libera a partire da un impegno per la soppressione del comma.

Perchè l'ho già detto più volte: i difensori della rete libera non possono pensare di restare in trincea fino alla fine della legislatura. È una scelta perdente. È chiaro che i danni possibili nei prossimi anni anni sono enormi ed necessario, laicamente, anche nel centro destra intercettare chi è disposto a ribaltare una matrice, che, in tutti i provvedimenti è stata finora miope rispetto all'innovazione e nettamente orientata dall'oscurantismo.



Potere a tecnici e agli scienziati e stato minimo. Il segreto della nascita e del futuro della Rete

Ven, 11/06/2010 - 22:40 — luca

 

Fin dall'inizio, Internet ha prosperato in un ambiente con una regolamentazione minima. Diversi soggetti in tutto lo spazio di Internet – provider o utenti di servizi di rete, applicazioni, contenuti, apparecchi o combinazioni di questi – hanno lavorato in modo cooperativo per rendere Internet quello che è, per affrontare le sfide man mano che sorgevano, e per incontrare i bisogni e le aspettative in evoluzione degli utenti. Internet è fiorito largamente come risultato di questi sforzi cooperativi, supportati piu' di recente da sigificativi livelli di investimenti e innovazione private.

Negli USA nasce in questi giorni il gruppo BITAG (Broadband Internet Technical Advisory Group), formato da compagnie di banda larga, aziende hi-tech e accademici. Lo scopo? Ridare in mano ai tecnici e agli ingegneri il futuro della rete. E delle sue policy. Come all'inizio.

Una iniziativa che nasce stimolata dai giganti Google e Verizon (uno dei maggiori player della banda larga negli USA) che a metà gennaio hanno sottoscritto un documento interessante sia nel metodo che nel merito.

Iniziamo dal metodo: due soggetti, con rilevanti disaccordi sul futuro della Rete, decidono di sottoscrivere una posizione condivisa che contiene soltanto i punti di contatto nonostante

 

 

we continue to disagree on some of these matters. We each stand by our individual positions in our separate filings, and nothing in this filing waives those positions.

Un passo importantissimo dovuto al fatto che che, nonostante le differenze

“our business rely on each other”.

Se solo anche gli attori che in Italia si confrontano sulla rete fossero sufficientemente egositi da capirlo, invece di farsi la guerra reciprocamente, e chiedere ai governi di intervenire a proprio favore e a scapito degli altri (vedi ad es. legge Bondi). Sogno un giorno in cui si riesca a far sottoscrivere una posizione comune non solo a provider di banda larga e di servizi software ma anche all'industria dei contenuti e alle associazioni consumatori, il passo sarebbe epocale.

Tornando al documento, i temi affrontati sono ugualmente importanti: innanzitutto i due colossi della Rete chiedono il minimo intervento possibile di governi e regolatori (FCC inclusa). Lo slogan, che riguarda pero' anche gli attori privati in posizioni dominati è,  “innovazione senza permesso”. Si parla anche di neutralità della rete che viene trattata in modo molto pragmatico, sostendendo che le diverse pratiche debbano essere analizzate caso per caso.

Prevedibilmente in merito allo sviluppo della rete di nuova generazione, sostengono la necessità incoraggiare investimenti privati. Insistono inoltre sulla necessità di agli utenti il potere di gestire tutti gli aspetti della loro esperienza su Internet. Né il governo, né i privati dovrebbero cercare di controllarla.

Ma si spingono anche fino al tema del copiright, relativamente al quale ritengono non si debba andare oltre alle norme vigenti (DCMA) frutto di faticose mediazioni, e si debba puntare semplicemente allo

“sviluppo di futuri sforzi coperativi volontari per scoraggiare la violazione del copyright”.

Insomma non proprio la posizione italiana.



Quelli che fanno i convegni sulla cultura digitale e non mettono gli eventi in streaming

Lun, 07/06/2010 - 18:39 — luca

Potenzialmente di grande rilevanza nel dibattito digitale la conferenza "Financing Culture in the Digital Era" che si terrà domani a Bruxelles, organizzata dal gruppo dei verdi, quello che con più forza cerca di tenere dritta la barra a difesa delle libertà digitali. Ambizioso il tentativo di mettere assieme molte delle facce di un nuovo approccio al finanziamento dei prodotti culturali. Partendo dalla flat rate culturale, ai micropagamenti sociali, fino al Digital Rights Fair Trade (un framework mooolto alternativo a quello dei DRM) si affronta quindi un punto centrale dell'attuale dibattito sul futuro della produzione culturale. Dal sito dei verdi:

"Mentre l'era digitale ha reso la conoscenza e la cultura accessibili al grande pubblico e contribuisce a diffondere una società della conoscenza mondiale, la sostenibilità della classe creativa è in dubbio. L'obiettivo di questa conferenza è di esplorare i diversi approcci per uscire da questo paradosso e trovare una soluzione mutualmente benefica"

L'unico problema è che alcuni (tra cui me stesso) di coloro i quali sarebbero interessati a seguire la conferenza non staranno a Bruxelles, e magari, nel 2010, si aspetterebbero di poter seguire l'evento in streaming, e invece ... nulla, nessun link, nessun sito web di riferimento.

Come dire, "una società della conoscenza mondiale" .... tranne questa conferenza, peccato. Eppure in un mondo in cui uno streaming è praticamente one-click-away, sarà che radioradicale.it mi ha abituato troppo bene, ma bisognerebbe trovare al più presto un (nonviolent ci mancherebbe) social punishment, per disincentivare questa "dimenticanza digitale". Perchè sempre più spesso il dibattito e la diffusione che si sviluppano (anche a posteriori) online sono un grande valore aggiunto di un evento.

UPDATE: Paolo mi segnala che invece lo streaming, pur non segnalato, fortunatamente ci sarà all'indirizzo http://www.greenmediabox.eu/live/culture/ . Bene così, social punishment evitato :-). Ora faccio un post uguale sui convegni della LUISS, perchè non riesco a trovare neppure quelli, ma magari sono io ...

 



Una destra per la libertà della rete e dell'informazione?

Mar, 25/05/2010 - 13:49 — luca

Contestare è un dovere. Governo e partiti di maggioranza vanno attaccati con determinazione per le loro scandalose politiche sulla libertà di informazione e per i ripetuti tentativi di imbrigliare il web. Per questo, con l'associazione Agorà Digitale abbiamo convintamente aderito all'iniziativa nobavaglio.it portata avanti, tra gli altri, da Arturo di Corinto e Stefano Rodotà.

Ciò non elimina la necessità di alcune riflessioni urgenti per chi si vuole porre con una qualche progettualità nel dibattito sul futuro della Rete. E tra queste vi è il bisogno di comprendere come si possa formare, anche in Italia, un ampio schieramento a difesa dei diritti civili di nuova generazione, anche sul web.

Può questo avvenire nell'alveo di uno schieramento anti-berlusconiano?

Un dato su cui riflettere è che storicamente le leggi contro la libertà in rete sono state approvate e portate avanti sia a destra che a sinistra. Quindi mi verrebbe da dire che la risposta è no e che bisogna percorrere altre strade.

L'ulteriore elemento che si aggiunge in questi giorni è lo schierarsi contro il provvedimento anti-intercettazioni di quella che limitativamente viene definita l'area "finiana" del centro destra. Generazione Italia, Fare Futuro e Libertiamo sono intervenute in varie sedi, in alcuni casi anche partecipando alla manifestazione di piazza Montecitorio di venerdì contro il decreto bavaglio, accanto ad antiberlusconisti convinti Popolo Viola e Italia dei Valori. E vorrà pur dire qualcosa.

C'e' il rischio che alcuni di queste prese di posizioni siano esclusivamente strumentali? Sicuramente sì.

Ma il formarsi di un fronte a difesa della rete anche fuori dal centro sinistra appare molto interessante. Interessante è la posizione del presidente della Camera Gianfranco Fini, protagonista di un'incontro allca camera con Lessig, il maggior sostenitore della rete come bene comune. Come appassionato è stato l'intervento alla Camera di Pierferdinando Casini  in difesa di Internet ai tempi della discussione sull'introduzione dell'apologia di reato in Rete. Ci sono parlamentari PDL come Roberto Cassinelli che nel tempo si sono mostrati molto attenti alla piattaforma digitale. Associazioni come Libertiamo di Benedetto della Vedova hanno addirittura aderito alla Festa dei Pirati. Ex ministri come Beppe Pisanu che hanno suggerito di rivedere dei provvedimenti di cui loro stessi erano stati promotori. E c'è chi poi come il ministro Roberto Maroni da una parte propone nuove regolamentazioni censorie, dall'altra si dichiara a difesa della libera condivisione in rete.

Tutti segnali da seguire con attenzione.

Mentre si scende in piazza a contestare, ovviamente.



Obama contro la tecnologia? Blogger e giornali all'attacco. Ma sbagliano

Mar, 18/05/2010 - 19:00 — luca

 

Per una volta (finalmente!), non sono d'accordo con l'amico Metilparaben (alias Alessandro Capriccioli), sorpreso dalle dichiarazioni del presidente Obama, che in recente intervento alla Hampton University ha dichiarato:

 "con gli iPod gli iPad le Xbox e le PlayStation - nessuna delle quali so come funzionino - l'informazione diventa una distarzione, una diversione, una forma di intrattenimento, piuttosto che uno strumento di accrescimento politico e sociale."

Obama ha anche criticato i siti di social networking e i blog, attraverso i quali

 "anche le affermazioni più folli possono velocemente diffondersi".

 Tutto questo, ha detto il presidente agli studenti,

 "mette sotto pressione il nostro paese e la nostra democrazia".

Alessandro è in buona compagnia, e lo stesso Economist oggi in un articolo attacca Obama per la stessa ragione,  associandolo addirittura ai "bacchettoni" che nel '700 avevano espresso diffidenza sull'influenza dei romanzi sulle menti dei giovani, o negli anni '10 avevano etichettato il cinema come "un malvagio puro e semplice" o negli anni '50 i fumetti, accusati di portare i giovani alla delinquenza.

Sia Alessandro che lo stesso Economist si accorgono del paradosso di un presidente che sarebbe diventato tecnofobico mentre delle tecnologie è un grande utente, sempre legato al suo BlackBerry, tra i più grandi promotori degli open data, autore di una campagna presidenziale che proprio in rete ha avuto uno dei suoi passaggi centrali e che usa YouTube per parlare con i cittadini americani.

Beh, forse allora è un po' sbrigativo risolvere la questione con una battuta. Perchè approfondendo ci si accorge che le frasi di Obama vanno contestualizzate, come aveva fatto ad esempio Rampini il giorno dopo quel discorso, riproponendo la conclusione a cui Obama, in quel contesto universitario, voleva arrivare:

Non possiamo fermare il cambiamento. Dobbiamo adattarci. E l’istruzione è proprio quello che ci consente di farlo. L’istruzione vi rende più forti, sarete in una posizione migliore per navigare in questo nuovo spazio”.

Con questa consapevolezza ci si accorge che, in ultima analisi, la critica di Obama, sembra niente di più di una elaborazione , sicuramente più rozza, di quella ecologia dell'attenzione che da anni in Italia, Luca De Biase, che certo non può essere accusato di tecnofobia, cerca di porre come tematica centrale di riflessione:

"Televisione, radio, giornali. Posta elettronica, social network, blog. Messaggi sonori nelle stazioni, cartelloni pubblicitari nelle vie della città, telecamere per la sicurezza degli uffici. La presenza capillare dell'informazione nella vita quotidiana delle persone nei paesi occidentali è un'esperienza generalizzata. Ciascuno ne fruisce e ne genera in continuazione. La quantità di messaggi cresce inesorabilmente, senza un ordine apparente. Cresce e basta. Il crollo del costo delle comunicazioni è anche l'inflazione dei messaggi. Mai come in questa epoca il concetto di "information overload", il sovraccarico di informazioni che si contendono l'attenzione della gente, è una condizione con la quale ogni ricerca sulla vita sociale deve fare i conti. C'è evidentemente una ricchezza straordinaria nell'abbondanza di informazioni. Ma c'è anche il rischio di una paralisi delle idee, di fronte all'eventuale ingestibilità dell'inflazione di informazioni."



L'autoregolamentazione non la può fare il governo. Ed un insuccesso di quella proposta per il web sarebbe un buon segno.

Lun, 17/05/2010 - 20:30 — luca

 

Ben vengano le autoregolamentazioni. Le società si autoregolamentano continuamente. Gran parte delle norme che seguiamo non sono determinate dalla legge ma da una consuetudine sociale, da un codice non detto, come quello che ci impone di aspettare il nostro turno in una coda. La pena non è certo il carcere, ma la stigmatizzazione sociale che spesso è un deterrente sufficiente e molto superiore a quello di una legge difficile da applicare.

Talvolta, affinchè tale autoregolamentazione sia più efficace, affinchè ci si possa ragionare, quando esistono dei punti critici, ben venga anche il mettere per iscritto tale regolamentazioni.

Ma sicuramente un'autoregolamentazione non la può fare in autonomia il governo varando, quasi per inerzia, dopo il ridimensionamento del primo tentativo di introdurre nuove forme di censura in rete, una "Bozza definitiva" di "Codice di autodisciplina a tutela della dignità della persona sulla rete Internet" nella cui stesura non sono stati convolti gran parte dei portatori di interesse. Lascio ad altri le valutazioni su quanto questo codice potrebbe influenzare la libertà del web nostrano, su cui le opinioni, pur essendo in generale contrarie, non sono sempre concordanti (vedere ad esempio Guido Scorza vs. Marco Scialdone). In ogni caso si tratta di un codice che non restituirebbe nulla alle piattaforme nel rapporto di fiducia con gli utenti che anzi potrebbero apprezzare una resistenza a tali richieste (con lo stesso spirito con cui talvolta resistono a richieste di Cina e altre dittature). L'autoregolamentazione avrebbe quindi l'unico effetto di misurare la “docilità” delle piattaforme nei rapporti con il governo.

Ecco, si può essere contro la censura per principio, o anche solo per pragmatismo. Perchè quando funziona apre lo spazio ad un controllo sociale capace di mettere in crisi qualsiasi democrazia. Mentre negli altri casi non sortisce alcun effetto, perchè la società semplicemente la ignora.

Mi auguro che questa sarà la fine di questo codice di autoregolamentazione. Mi auguro davvero che l'assenza di Facebook e, a parte Google e Microsoft, di tutti gli altri web service provider stranieri, sia il segno di un capitolo da chiudere nel giro di pochi giorni.



Lo Zen e l'ecologia della rete e delle tecnologie

Mer, 05/05/2010 - 18:16 — luca


Ipotizzate per un attimo l'esistenza di una ecologia della rete e delle tecnologie. Computer, cavi, dispositivi, software che creano un ecosistema complesso, con delle dinamiche proprie e dei profondi effetti sulla società e sugli individui. Un ecosistema che non serve studiare da scienziato o da ingegnere, ma che si può cercare di capire, perchè si è curiosi, per capire il proprio tempo, per vivere la società. Come fosse un bagaglio culturale necessario. Come facciamo con la geografia. Come facciamo con l'ambiente. Non serve essere biologi ma neppure contadini per sapere quali sono le verdure di stagione, e non serve essere delle guardie forestali per conoscere il nome di un albero, o per raccogliere i funghi buoni nel bosco.

Basta la curiosità, davvero, di capire ogni tanto quello che c'e' sotto. O sopra. Della "lista degli ingredienti" di un PC, di come gli animali della rete interagiscono tra loro. Del perchè Google non si compra tutti gli avversari, o di come i dati delle nonnine su facebook vengono utilizzati per indagini di mercato sulle dentiere. Sono infiniti i parallelismi con altri ecosistemi. Perchè le tecnologie hanno dei loro equilibri, i loro ritmi, il loro modi di evolvere. Alcune arricchiscono le nostre esperienze, favorendo la socialità ad esempio. Altre opprimono gli individui o potenzialmente sconvolgono i sistemi economici. Come uno tsunami. O un'eruzione.

Se siete abbastanza curiosi, non ci vorrà molto ad ipotizzare che tutto questo sia vero, e forse vi verrà voglia di fare qualcosa.

Ma non è facile. Gli appassionati parlano strani linguaggi, abitano posti bui e spesso non hanno spiccate capacità di interazione sociale.

Ci vuole pazienza. Zen. Se provate avvicinarli in momenti e luoghi in cui c'è un forte entusiasmo e la socialità è un elemento fondamentale, ce la potreste fare. Magari consapevoli che un po' di tecnicismi vi verranno ributtati addosso e dovrete in qualche modo resistere ad essi senza perdere l'entusiasmo.

Se siete curiosi si potrebbe andare assieme ad un hackmeeting. Il prossimo italiano sarà dopo 10 anni a Roma (la foto qui sopra invece, rubata da Flickr è di quello che si è svolto a Pisa qualche anno fa).

O magari, se volete qualcosa di più fisico e vario, si potrebbe fare un salto a Do it Your Trash, l'evento dedicato al reciclaggio soprattutto tecnologico  Dall'assemblaggio di pc da hardware dismesso, alla messa a punto di radio pirata a km0, fino, solo per i più coraggiosi, al corso di saldatura.

O ancora, aspettando luglio, partecipare a qualche incontro serale come quelli in questi mesi di warm-up e molti altri che si trovano un po' in tutta italia, cercando in rete sui siti di strane associazioni digitali (o magari navigando su Geekagenda) ...



Ci eravamo sbagliati, ed è un buon segno (per la società, non per la politica)

Ven, 23/04/2010 - 15:02 — luca

A quanto pare la richiesta di incentivi per attivare nuovi contratti ADSL non sta andando poi così male come i dati sembravano indicare nei primi giorni (se ne erano preoccupati ad esempio Scorza e Quintarelli). Questo è un buon segno certo, soprattutto perchè sembra essere in controtendenza rispetto alle indagini del Censis che negli ultimi anni hanno segnalato una certa saturazione dell'utenza di Internet che dal 2007 al 2009 è passata da 45,3% a 47%  mentre paesi come la Germania veleggiano attorno all'80%.

Con la speranza che con la scusa del buon andamento delle richieste non si introducano nuove tasse (sì c'è anche questo rischio!), invece di interpretare l'aumento di fabbisogno di connettività come il segno che è finalmente ora di investire in banda larga.



E se le scuse non bastassero? Ce la farà il mercato a proteggere la libera rete?

Lun, 19/04/2010 - 12:34 — luca

 

Se ce la fa a reggerne il peso, che sia il mercato a determinare lo sviluppo della rete libera. Questo è il mio più grande augurio. Ma se non ce la facesse?

Sono giorni in cui tutti i big della rete si scusano. Apple, ad esempio, lo fa per l'episodio della della censura del vignettista americano vincitore del Premio Pulizer ( rilanciata in Italia dai blog di Massimo Russo e Vittorio Zambardino ), che purtroppo sappiamo è solo la punta di un Iceberg di censure molto più diffuse, pervasive e nascoste.

E se la censura è nascosata, non può diventare un elemento di decisione degli utenti della rete.

Inoltre, viene da chiedersi, quanto inciderà l'incidente sulle vendite dell'Iphone? Sicuramente qualcuno si sarà indignato e non acquisterà più l'apparecchio, ma quanti sono? Abbastanza da far cambiare approccio a Steve, che già nei giorni scorsi ha rassicurato genitori e coniugi, escludendo la possibilità che i suoi apparecchi siano  invasi dal porno? Niente pornografia, niente satira graffiante, niente parole che potrebbero inquitetare i giovani pargoli. La lista si sta allungando. Ma quanto contano queste notizie se confrontate all'incessante susseguirsi di feedback positivi, recensioni e, certo non lo trascuro, alla qualità intrinseca della tecnologia che propone?

Non c'è solo la censura tra i problemi che i mercati sembrano riuscire ad elaborare con difficoltà. C'è il problema della privacy e del trattamento dei dati personali. Qui a scusarsi è stata in questi giorni Google. Per una politica aggressiva sul suo nuovo strumento social, Buzz, che esponeva ai contatti informazioni sulle abitudini degli utenti, che si sono prontamente lamentati. Anche in questo caso, l'approccio di Google ha determinato l'allontanamento di alcuni, ma quanti? Davvero è necessario che i giganti dell'informazione si possano muovere con questa agilità senza subire alcuna conseguenza?

Figuriamoci, sono l'ultimo che si batterebbe per introdurre scriteriatamente nuove norme che limitino, censurino, impongano alle aziende del settore del web alcunchè. Però forse non sarebbe sbagliato cominciare a discuterne. Capire quanto queste limiterebbero l'innovazione di aziende come Google o Facebook che sperimentano modelli di business innovativi e si fanno carico di rischi e di enormi spese: solo visualizzare il numero di server posseduto da Google è impressionante e fa capire che ci dobbiamo muovere con i piedi di piombo.

Stiamo attenti quindi. E prepariamoci a delle strane alleanze. Perchè se immagino chi potrebbero essere i compagni di strada di questa riflessione, mi vengono in mente proprio i grandi produttori di contenuti (editori, case discografiche, produttori cinematografici, etc.) che fino ad ora, da pirati, ci siamo per lo piu' impegnati a prendere a cannonate digitali.

Perchè se li convincessimo ad abbandonare la via della restaurazione per tutelare la loro fetta di mercato (e qui la legalizzazione del file sharing non commerciale potrebbe aiutare, vero Maroni?) magari si potrebbero accorgere che proprio un mercato e una società libera e democratica sarebbe l'assicurazione migliore per ottenere i giusti compensi per i loro contenuti. Il caso di Amazon, costretta a rinegoziare al rialzo i compensi per gli editori dopo l'entrata di nuovi player del mercato è lì a dimostrarlo.



Internet (e i suoi bit) soffrono di Alzheimer?

Lun, 29/03/2010 - 13:11 — luca


Fatto 1: da un po' di mesi il mio account Gmail ha cominciato a mostrare un messaggio che inizialmente facevo fatica a capire.

"Lo spazio per il tuo account Gmail è quasi esaurito."

diceva. Non capivo e inizialmente semplicemente ignoravo. Dopo qualche settimana il messaggio diventa sufficientemente fastidioso da spingermi a cercare di rimuoverlo. Mi accorgo che in effetti mi rimangono ormai solo poche decine di mega di spazio. Disorientato, comincio a cancellare spam, svuoltare il cestino, cancellare vecchi messaggi. Ma non basta. Per non soccombere al terrore decido di adottare un approccio piu' drastico, eliminando intere mailing list a cui sono iscritto. Ateismo, UAAR sono state le prime (non riesco mai a leggerle). Quelle professionali, ACM, IEEE, etc. sono candute sotto la mia scure subito dopo. A questo punto un po' di spazio e' stato fatto ma assieme a mail mai lette chissà quanti piccoli miei commenti in mailing list sono andati persi. Ma la mole di dati da cancellare non ammette ricerche particolareggiate. E la scure si abbatte implacabile. E un po' a caso. Come una malattia degenerativa.


Fatto 2: per il mio tanto ingannevole quanto ambiguo titolo di "informatico" vengo ormai consultato con incredibile frequenza da amici e parenti a cui, un hard disk caduto a terra, una erronea formattazione o un bicchiere pieno d'acqua caduto sulla tastiera (questo in realtà e' successo a me) ha messo KO intere collezioni di fotografie, documenti, video oltre alle enormi collezioni musicali (ma quelle le puoi sempre "riacquisire" in qualche modo, armato di pazienza). Anni e anni di ricordi che spariscono in pochi attimi, facendo piazza pulita di ex ragazze e tesi di laurea. Improvvisamente anni di memoria non piu' accessibili.

È stato l'articolo di Maurizio Ferraris ("Persi in un vuoto di memoria") sul domenicale di ieri del Sole 24 ha farmi collegare questi due piccoli fatti, un interessante pezzo sul problema della ingestibile iperproduzione di documenti nel web. Che fine faranno tra qualche anno? Non è che alla fine i documenti cartacei sono ancora migliori? Queste due delle domande in sottofondo. Purtroppo l'articolo di Ferraris sul web non si trovo e questo non aiuta non tanto la sua conservazione ma all'utilizzo in un dibattito sul web (meglio la memoria o il contributo alla discussione pubblica?). Cercando l'articolo ho trovato invece questo blog di un ricercatore di Pisa che a parte criticare un paio di nozioni errate dell'aritcolo di Ferraris (che con somma ironia corregge usando Wikipedia), ci lascia con questa interessante riflessione "Gli addetti ai lavori si sono occupati da decenni di questo problema, che non è recente e non riguarda solo i dati elettronici: tanto per fare un altro esempio, anche buona parte della nostra carta acida si disintegrerà, pare, nel giro di un secolo o giù di lì. In sostanza, più che ribadire per l'ennesima volta che il problema esiste, sarebbe interessante vedere, con indagini sul campo, che cosa stanno facendo utenti, aziende e istituzioni per limitare i danni"

Istintivamente mi verrebbe da dire che, soprattutto i privati, non stanno pensando granchè al problema. Ma sarebbe interessante individuare qualche pioniere in materia.



Silenzio elettorale e par condicio al servizio dei potenti. Per ora il web è escluso, ma ancora per quanto?

Sab, 27/03/2010 - 18:23 — luca

 

 Se l'informazione è fondamentale per garantire una reale democraticità delle elezioni, è altrattanto evidente che silenzio elettorale e par condicio sono diventati l'ennesimo strumento nelle mani dei potenti per imporre in modo ancora più perfetto la loro posizione di controllo dei media. Un'arma per chiudere e impedire spazi aperti che la seppur ridotta pluralità dei media mette a disposizione di alcuni (ma non di tutti, e questo è in ogni caso un problema), e che per i potenti è poi possibile bucare in ogni modo, sfruttando la possibilità di esercitare pressioni e la pochezza delle contromisure. Talk show o meno, ad ogni elezione è la stessa storia.
Si tratta di un quadro molto buio, e che non credo possa essere ribaltato se non sconfiggendo gli assetti di potere che invece su questo si fondano. A poco sembrano essere capaci occupazioni della rai o scioperi della fame.

Uno scenario da pessimismo cosmico, in cui l'elemento interessante (nè positivo, nè negativo, interessante) sarà la fine dello svezzamento del web (i segni ci sono tutti) quando, persi tutti i denti da latte, sarà considerato uno strumento maturo per la propaganda politica. Ecco, a quel punto qualcosa dovrà accadere.

Nello scenario uno, par condicio e silenzio elettorale semplicemente non avranno più senso. La pluralità delle fonti informative sul Web, la neutralità della rete, accanto ad una realistica impossibilità di controllare e sanzionare violazioni, semplicemente ci costringeranno ad abbandonare tutta questa costruzione sbilenca fatta di bilancini e controbilancini difficili da regolare.

Nello scenario due, quello da temere, quello che proietta con ancora piu' forza l'Iran e la Cina in Italia, la par condicio si aggiungerà alla pedopornografia, al gioco d'azzardo, alla paura sociale, come pretesto per un ulteriore forma di censura della rete. Per la par condicio, dopo i talk show, cercheranno di chiudere anche la rete.

Cominciamo a pensarci in tempo.

Perchè, l'altra sera a raiperuna notte non sarà la nuova era di Internet (suvvia non scherziamo), ma qualcuno sullo scenario due secondo me sta cominciando a lavorare.



Internet motore del programma Bonino. Polverini non pervenuta propone l'ennesimo portale del Turismo

Lun, 15/03/2010 - 18:32 — luca

Quando ho ricevuto la bozza finale del programma di Emma Bonino (presentato oggi e ora disponibile qui), ho pensato che fosse un buon momento per provare a mettere in piedi un confronto tra quanto da proposto dalla coalizione di centrosinistra e quanto invece si propone di realizzare la sua avversaria Renata Polverini. Insomma, l'idea era quella di spulciare le varie proposte legate alla Rete, per cercare di evidenziare naturali differenze di impostazione.

Dovete credermi, davvero, ci ho provato, ma il compito si è rivelato praticamente impossibile ed un po' imbarazzante.

Emma Bonino mette il web al primo posto, facendone il cardine addirittura delle prime 8 pagine del programma e proponendo un modello di trasparenza, di rapporto con i cittadini e di fornitura di servizi telematici che consentirebbe alla Regione di portarsi al livello delle esperienze amministrative più virtuose in Europa e nel mondo.

Nelle 48 pagine del programma di Renata Polverini le parole Internet e Web compaiono solo incidentalmente, e l'unica proposta concreta a cui viene dedicato un punto è un addirittura un nuovo portale del turismo. Come se non fosse bastato il fallimentare Italia.it costato decine milioni, e ormai studiato a livello internazionale come esempio di spreco di denaro pubblico per una presenza sul web, burocratica e fondamentalmente inutile.

Quello che impressiona è che da una parte l'intero programma di Emma Bonino è incentrato su innovazione digitale. Dal punto sull'"Efficienza e misurazione dei servizi al cittadino" (pag. 6), alla Trasparenza e gli Open Data (pag. 7), dai Diritti Digitali del Cittadino (pag. 8) alla Partecipazione (pag. 9), dall'Operazione Trasparenza (pag. 14), dal Software Libero e Open Source (pag. 15) dall'Inclusione Digitale e Banda Larga (pag. 28) all'Amministrazione Elettronica (pag. 29), dai Database pubblici dell'offerta di lavoro (pag 31) all'Operazione Trasparenza nella sanità e la Valutazione dei risultati (pag 39) e alla Nomina dei direttori e dei primari (pag 43) Internet ermerge con forza come il trait d'union della strategia di governo proposta dalla Bonino.

Niente di tutto ciò nel programma della Polverini per la quale, oltre al già citato portale di promozione del territorio (pag. 32), le uniche iniziative che sembrano interessare sul fronte web e digitale sono l'"agevolazione l’inserimento delle strutture accreditate private nella rete informatica regionale (RECUP)" (pag 13), le 5 parole di rito dedicate alla banda larga nel calderone "competitività" (pag. 27), una innovativa modalità di finanziamento da parte del pubblico dell'iniziativa filmica tramite Internet (pag 25) e la carta sanitaria elettronica, iniziativa interessante, che prevede di mettere online tutti i dati sanitari dei cittadini. Ma che evidenzia chiaramente l'approccio: cari cittadini, prima online mettiamo i dati vostri, per i nostri ci pensiamo dopo.

 



Questi mesi romani

Dom, 14/03/2010 - 22:00 — luca

Voi umani non potete capire. Questa campagna web radicale è davvero tutta un'altra storia. Un vortice di lavoro, dove qualsiasi tentativo di pianificazione è un'impresa eroica. Dove potersi ritagliare qualche spazio per il ragionamento è un lusso, ancora di più se si cerca di coinvolgere (per convincerli di una iniziativa o di una scelta) coloro che della campagna sono protagonisti. Per quanto riguarda il gruppo web, non solo abbiamo sperimentato modalità nuove di comunicaizone, di organizzazione, e certo di trasparenza, ma anche nuovi modi di collaborare, di mettere in rete competenze e il proprio tempo. Purtroppo navigando su boninopannella.it e emmapresidente.it di tutto questo iceberg potete vedere solo la punta, ma come mi ha detto Diego qualche tempo fa: "Questa campagna elettorale è meglio di un MBA".

In tutto questo il punto di svolta delle elezioni regionali si avvicina vertiginosamente. Due settimane e sapremo se nel nostro piccolo avremo contribuito a far aprire con Emma una nuova stagione di governo che possa mettere alla prova le politichè e l'analisi radicale, o se dovremo capire come convertire il lavoro fatto in un nuovo e diverso progetto.

Intensi ed appassionanti questi mesi romani.



Fuori dalla trincea digitale: disobbedienze civili e una commissione parlamentare speciale sul Web

Sab, 06/02/2010 - 18:34 — luca

L'uno-due dei giorni scorsi di Mario Staderini ( segretario di Radicali Italiani ) e Vittorio Zambardino ( giornalista e blogger di repubblica ) che hanno prefigurato la disobbedienza civile "digitale" come reazione ad una eventuale approvazione del decreto Romani credo non debba cadere nel vuoto, nonostante i timidi segnali di correzione provenienti da governo e maggioranza.

Non so quanti giorni avremo, probabilmente pochi, prima che si presenti la prossima "emergenza web", ma  ritengo intollerabile che chi si batte per l'innovazione nel nostro paese sia costretto ad impegnarsi in battaglie di retroguardia, invece di poter promuovere lo sviluppo di Internet e delle tecnologie digitali.

Interi mesi spesi in incontri e trattative per limitare i danni di disegni di legge e decreti che, nella migliore delle ipotesi, costituiscono in buona fede una ipoteca allo sviluppo di Internet e delle libertà digitali, mentre nella peggiore sono fatti con l'intento di soffocare sul nascere mercati emergenti pronti per fare concorrenza alle piattaforme già esistenti e difese da grossi gruppi di potere politico ed economico.

La sequenza, in pochissime settimane, dei decreti legge Maroni, per la censura del web, Bondi per l'aumento di tasse su supporti digitali per finanziare ancora un sistema del copyright iniquo, e infine il famigerato Romani, sulla regolamentazione dei media audiovisivi, sono un chiaro segnale che qualsiasi battaglia combattuta "in trincea" è destinata ad essere persa per l'incessante attività di lobbying dei rappresentanti dello status quo che è divenuta efficientissima nella produrre regolamentazione, spesso direttamente tramite decreti governativi.

Di fronte ad una opposizione impotente e a deputati della attuale maggioranza contrari a molte di queste norme ma impossibilitati ad esprimersi per vincoli di partito, è necessario che le forze civili rendano possibile un cortocircuito di questo sistema. Un cortocircuito che non può che nascere mettendo a contatto i fili conduttori dell'attività legislativa, con quelli di chi ha la capacità di guardare in prospettiva, al futuro e all'innovazione.

Il primo passo che propongo è quello di chiedere a gran voce, con convinzione, una commissione parlamentare speciale sul web, in cui personalità internazionali, parlamentari, esponenti del mondo economico e della società civile possano incontrarsi per fare proposte di governo, di riforma dell'esistente, definendo delle linee guida e mettendo sul piatto in modo trasparente interessi e prospettive contrapposte di fronte all'opinione pubblica.

Con il gruppo parlamentere radicale, ed in particolare grazie all'iniziativa di Marco Beltrandi abbiamo già presentato una proposta di commissione parlamentare con questo spirito. Abbiamo raccolto migliaia di firme a suo sotegno anche grazie all'aiuto di molti di voi. E sapete che vi dico? Siamo disposti a ripartire da zero. Perchè serve una piattaforma ampia, di idee, di persone, di associazioni che si buttino in questa battaglia. Io, come cittadino e l'associazione di cui sono segretario, Agorà Digitale, siamo pronti. È pronto il gruppo parlamentare radicale. Ma si tratta solo un punto di partenza, che si deve allargare e quindi rafforzare senza paura di cappelli o strumentalizzazioni.

Il secondo passo è quello invece quello di rendere possibile che tale commissione diventi una fonte di buona (cioè visionaria ma concreta) politica sul web e ciò, secondo me, sarà possibile solo se in molti, saremo disposti, fin da ora, come suggerito da Staderini e Zambardino, anche a prefigurare le armi della nonviolenza, e in particolare della disobbedienza civile per lottare contro le norme liberticide in materia di web e digitale già vigenti.


Per far capire che la nostra richiesta è civile, ragionevole, nonviolenta, ma che allo stesso tempo la nostra determinazione è forte.

 



Cara Renata, non prendertela con dei piccoli blogger radicali. O, il giorno che la Polverini entrò nel web e capì che non era cosa semplice

Mer, 27/01/2010 - 20:38 — luca

Renata Polverini oggi ha inaugurato il sito per la sua campagna e ha dedicato un intero post per attaccare me e Alessandro Capriccioli ("due radicali") perchè, dai nostri blog, abbiamo osato ironizzare per il fatto che sul suo sito, il giorno prima dell'inaugurazione, c'erano già dei commenti entusiastici (del tenore di "Ti seguirò con attenzione. Il Lazio ha bisogno di persone serie: non si può andare avanti con questi perditempo.", "Sono sicura che sarai eletta, Renata. In bocca al lupo." o "Sapevo che saresti chiara su questo punto. Grazie") , che a questo punto possiamo dire, dopo la sua conferma, erano delle "prove" inserite dal suo staff. Converrete con me che si tratta di prove tecniche buffe. Io nelle prove tecniche tendo a scrivere "prova" o strane scritte come "gagdfga". Ma tant'è.

Una cosa che mi viene spontaneo pensare è inoltre che io le prove tecniche, soprattutto se così facilmente confondibili con commenti veri,  le eliminerei, se non altro per rispetto verso i visitatori, per non creare confusione, mentre quelle sul sito della Polverini, ad ora (sera del 27 gennaio), rimangono online. Quindi un utente web che non avesse letto questo nostro scambio di opinioni, non potrebbe distinguere tra un commento vero ed uno costruito dallo staff.

Ma la cosa che mi interessa davvero è un'altra.

La Polverini ha intitolato la tua risposta "Piccola parentesi poco seria", mentre io credo che, proprio in piccole disattenzioni   spontanee ed involontarie come queste, nei momenti in cui un personaggio pubblico non è concentrato su immagine e marketing, fa vedere la parte più vera di sè, e, in questo caso, il vero modo di vivere uno strumento, Internet, che qualche giorno fa Pannella (sì quel vecchiaccio logorroico) ha chiamato, rivolgendosi a me ad una riunione a Firenze, un nuovo modo di esistere:

  1. La Polverini, o meglio i redattori del suo sito internet, dicono che "i signori Luca Nicotra e Alessandro Capriccioli, sono entrati nel sito di Renata ancora in costruzione (e già questo è eticamente discutibile)". Ecco. Che loro non abbiano chiara la differenza tra una casa in costruzione (nella quale è illecito entrare) e un sito in costruzione che al contrario è una pagina accessibile in rete come tutte le altre, mi sembra abbastanza grave. Tanto per rendere chiaro il concetto: i contenuti del sito della Polverini apparivano già indicizzati su Google ieri sera, ad una mia ricerca (cioè chiunque cercando Renata Polverini li poteva già trovare). La rete funziona così. Se non si mettono i recinti e i lucchetti (che in rete si chiamano ad esempio password), non esiste privacy, non esiste irruzione. È tutto trasparente, e bisogna rendersene conto. Perchè la prossima volta gli errori potrebbero essere più gravi.
  2. Per la Polverini la questione da noi sollevata è chiusa dal fatto che ai commenti "di prova" se ne sono aggiunti altri spontanei. Perchè per lei i commenti sono un sondaggio (su cui pochi voti "di prova" non possono contare) e non un dialogo, una relazione trasparente con i propri supporter e i propri antagonisti. Un'altro canale, neanche troppo importante, per una campagna elettorale.
  3. Infine, la Polverini parla di "piccolo imbroglio mediatico costruito ad arte". Evidentemente sono troppo abituati agli imbrogli mediatici che si costruiscono altrove, soprattutto in TV ( questa intercettazione di Vespa rimane uno dei capolavori del virale radicale ), ai salotti e ai TG dove si costruisce il consenso mediatico, e da cui i radicali sono perennemente esclusi. Troppo abituati a questo per accorgersi che la rete è altro. È una informazione disintermediata che si costruisce in molti modi, ma sicuramente non ad arte.

Detto questo, Renata, buona campagna. E se magari hai voglia, fai un salto da noi il primo febbraio. Forse non sarà la rivoluzione, ma, te lo assicuro, tenteremo di fare qualcosa di vero, trasparente e partecipato.

 

 



Buffe prove grafiche sul sito della Polverini: già online gli entusiasti commenti di sostenitori... il giorno prima del lancio

Mer, 27/01/2010 - 10:47 — luca

Internet non è un giocattolo. Non è uno canale per il marketing. È un nuovo strumento che permette di rivoluzionare il rapporto della politica con la società, e, qualche esperimento in questo senso, lo potrete vedere il primo febbraio su www.listaboninopannella.it . Ma forse non tutti la pensano allo stesso modo.

Niente di personale, ma è davvero buffo che su un sito non accessibile, e che sarà presentato oggi, già ieri potessero apparire, a chi provava ad accedervi all'indirizzo http://www.renatapolverini.it/index.php (ora non più raggiungibile), entusiasti messaggi di sostenitori anonimi (compariva solo il nome) e inseriti a pochi minuti di distanza l'uno dall'altro, già alcuni giorni fa: "Sapevo che saresti chiara su questo punto. Grazie", "Sono sicura che sarai eletta, Renata. In bocca al lupo." e "Ti seguirò con attenzione. Il Lazio ha bisogno di persone serie: non si può andare avanti con questi perditempo." Anche Metilparaben ha messo online gli screenshot presi dopo che ieri mi sono accorto di questo strano fenomeno.
Niente di grave, s'intende, la campagna elettorale si fa frenetica e tutto deve essere pronto per tempo. Magari preconfezionando messaggi di adesione!
Se questo però fosse il metodo con cui la candidata alla Presidenza della Regione Lazio del centrodestra intende utilizzare internet, mostrando cioè un consenso costruito a tavolino per ingannare la percezione dei cittadini, qualora la Polverini fosse effettivamente eletta sul fronte delle libertà digitali avremmo di che preoccuparci.

 



Cosa succede il 1° febbraio a Emmatar?

Ven, 22/01/2010 - 17:41 — luca

Tutti invitati per l'evento di lancio della campagna web della lista bonino pannella ... roba mostruosa. Da super eroi. :-)



Le industrie dell'audiovisivo ti spiano illegalmente. Ma quel che è peggio, forse le forze dell'ordine le aiutano.

Mar, 19/01/2010 - 12:07 — luca
Che tutti gli utenti della rete italiana siano costantemente sorvegliati e monitorati dalle industri dell'audiovisivo (non da magistrati quindi, ma da privati) non è più una novità. Si tratta di un fenomeno intollerabile che le cronache degli ultimi giorni suggeriscono avere una diffusione maggiore di quella che ci si poteva immaginare e su cui è certamente urgente che la magistratura indaghi, avendo già condannato pratiche analoghe in occasione del famoso caso Peppermint. Ma c'è un'altro punto ancora più inquietante che a molti sembra essere sfuggito. La Federazione antipirateria televisiva (Fapav), l'ente che ha effettuato il monitoraggio per conto delle industrie dell'audiovisivo, collabora costantemente con referenti istituzionali e che con le Forze dell'Ordine operative sull'intero territorio, per creare un costante flusso di scambi informativi. Siamo sicuri che proprio da tale collaborazione la Fapav non possa ricavare parte delle sue informazioni sugli utenti e che le forze dell'ordine e le istituzioni siano in qualche modo informate delle attività di monitoraggio illecito compiuto dalla Fapav? Si tratterebbe di un fatto molto grave, relativamente al quale con l’associazione radicale Agorà Digitale e i deputati radicali abbiamo depositato una interrogazione parlamentare, affinchè su questo il Governo faccia chiarezza al più presto.


Mobilitazioni e vacanze

Mar, 22/12/2009 - 19:55 — luca
Mentre si moltiplicano le versioni della petizione per un grande dibattito parlamentare sull'impatto di Internet sulla società, sull'economia e sull'informazione che abbiamo lanciata in Creative Commons ( oltre all'originale di Agorà Digitale, hanno già un certo successo quella di Metilparaben e quella di Pippo Civati , urge contribuire all'importante manifestazione Libera Rete in Libero Stato che si terrà domani in Piazza del Popolo dalle ore 17.
Qui il gruppo facebook: http://www.facebook.com/pages/Libera-Rete-in-Libero-Stato/237964836258 a cui rimando per ulteriori informazioni.

Dimenticavo: il blog chiude per la pausa natalizia. Ci rileggiamo ad anno nuovo. :-)


Oggi pomeriggio sono a Roma a "Creatività, Cooperazione, Condivisione" a parlare di libertà digitali e politica

Dom, 20/12/2009 - 13:48 — luca
L'evento e' organizzato da Frontiere Digitali. La descrizione dal sito di Altra Domenica, all'interno della quale si svolgera' l'evento:

Il tema centrale delle attività che si svolgeranno il 20 dicembre sarà infatti dedicato a tutto quel mondo che riguarda il software libero, le TV di strada, l'informazione sul web con l'allestimento di una piazza interamente dedicata al tema che vedrà la presenza di molte organizzazioni che da anni lavorano nel settore


Il mio intervento ieri ad Anno Zero. In onda la lotta per la libertà della Rete

Ven, 18/12/2009 - 18:27 — luca
Bruno Vespa: «[Tartaglia] è vicino agli ambienti dei social network»

Renato Schifani: «Facebook è più pericoloso dei gruppi extraparlamentari degli anni '70»

sono arrivati a paragonare internet ai gruppi terroristici.

Ieri, da segretario dell’Associazione radicale Agorà Digitale, sono intervenuto ad Annozero per cercare di rappresentare un mondo, quello della Rete, che sempre più rappresenta un’opportunità per l’Italia di ambire ad essere una società aperta. Una società dove il singolo può essere attore e non spettatore. Promotore di iniziativa politica e non schiavo del sistema dei partiti.



Luca Nicotra

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Il governo sta rischiosamente discutendo norme per introdurre sistemi di censura di siti Internet, blog e social network come Facebook. Inoltre, ha messo in calendario il rinnovo dell'obbligo di schedatura dei dati personali e delle attività delle persone che si collegano ad Internet da luoghi pubblici (il cosiddetto Decreto Pisanu).

A tutto questo ci stiamo opponendo con tutte le nostre risorse. Perchè siamo convinti che questa sia la nuova battaglia per i diritti civili, la libertà di espressione e la libera circolazione e scambio delle informazioni.

Di fronte al continuo ricorso a decreti legge, il parlamentare radicale Marco Beltrandi ha proposto una mozione bipartisan per un grande dibattito pubblico in Parlamento su internet e una società aperta. Sostienilo firmando la petizione:

http://www.agoradigitale.org/petizione


Grave Annuncio DDL web. Matteoli annuncia norme per colpire chi "supera i limiti di guardia".

Gio, 17/12/2009 - 14:44 — luca
Sono gravissime le notizie di una intesa su un disegno di legge che individua norme per introdurre restrizioni alla libera espressione del web. Ancora più gravi le dichiarazioni del ministro Matteoli che conferma norme per 'sanzionare chi supera determinati limiti'. Ma chi lo decide chi supera certi limiti, se non la giustizia mediante giusto processo? E a cosa servono nuove norme se, come abbiamo ribadito in questi giorni, gli strumenti di legge per perseguire i reati commessi in rete esistono già e sono le stesse che funzionano fuori dalla rete? Avevamo chiesto con forza al governo di non proseguire nei suoi intenti di proporre in modo urgente iniziative per la limitazione dell'espressione sul web. Norme liberticide e che possono avere un'impatto enorme sullo sviluppo della rete. Dopo questo annuncio siamo pronti da subito ad una grande battaglia politica, innanzitutto all'interno del Parlamento, che vogliamo spingere a riprendere il suo ruolo di sede della discussione pubblica nel paese, calendarizzando un grande dibattito su cos'è oggi Internet, e sulle possibilità che offre per lo sviluppo di una società aperta. Ma siamo già pronti a mobilitarci fuori dal parlamento, dando supporto a quella società civile che già in queste ore è in agitazione, e, se sarà necessario ricorrendo alla nonviolenza.

BERLUSCONI: DDL CORTEI E WEB, I PUNTI SU CUI SI CERCA INTESA (ANSA) - ROMA, 17 DIC - Ci sono alcuni 'aggiustamenti' da fare sul ddl che introduce una stretta su manifestazioni e internet. Oggi il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha letto una relazione in Consiglio dei ministri; c'e' stata una discussione ed e' stato deciso di rinviare l'approvazione del provvedimento al prossimo Consiglio dei ministri. I punti da chiarire, secondo quanto sia apprende, sono in particolare due. Il primo riguarda la possibilita' dell'autorita' giudiziaria di ordinare l'oscuramento dei contenuti di siti in cui venga ravvisata istigazione a delinquere o apologia di reato. Si punta a trovare una formula che non sia 'punitiva' in modo indiscriminato, ma colpisca solo gli autori del reato. L'altro aspetto controverso riguarda l'introduzione del reato di impedimento o turbativa di manifestazioni. Ci sarebbero, sempre secondo quanto appreso, alcuni ministri (tra cui quello della Difesa, Ignazio La Russa) assertori del pugno di ferro contro chi disturba cortei o sit in, ad esempio con fischi e slogan, anche senza ricorrere ad atti violenti. Altri, invece, vorrebbero delimitare meglio la norma, per colpire con durezza solo i casi in cui il dissenso viene espresso con violenza. Nella riunione e' tuttavia emersa la convinzione che una soluzione sara' trovata nei prossimi giorni. (ANSA).


BERLUSCONI: MATTEOLI, IN CDM TUTTI D'ACCORDO SU MISURE PROPOSTE DA MARONI 'BISOGNA CONSENTIRE LIBERTA' DI ESPRESSIONE MA SANZIONARE CHI SUPERA LIMITI DI GUARDIA'

(Adnkronos) - Matteoli ha poi sottolineato ancora come, "l'organizzazione di una grande manifestazione deve essere consentita a tutti, ma deve essere anche consentito che questo si possa svolgere senza che sia disturbata gravemenente". Per il ministro, "non possiamo mettere sullo stesso piano chi fischia con chi disturba gravemente una manifestazione".
Quindi, ha aggiunto, "mettere insieme tutto questo" va fatto "con buon senso, rispettando quello che e' il sacrosanto diritto di manifestare ma nello stesso non consentire che poi si sfoci in gravi incidenti come e' capitato piu' volte".
Quanto alle misure per il web, Matteoli ha detto, "si e' parlato anche di Internet, e' un aspetto molto delicato, sara' inserito nel provvedimento anche questo aspetto". Il ministro ha aggiunto, "non vogliamo cancellare la liberta' di espressione, ma sanzionare chi supera i limiti di guardia, chi commette attraverso Internet dei reati".


Dietrofront di Maroni un passo importante. Ora venga cancellato il Decreto Pisanu

Mer, 16/12/2009 - 22:02 — luca
Le dichiarazioni di di Maroni, che prima ha smentito di voler attribuire nuovi strumenti di censura al ministero degli Interni e poi ha affermato di aver abbandonato l'idea di utilizzare la decretazione d'urgenza per introdurre, già con il Consiglio dei Ministri di domani, l'apologia di reato su Internet, sono due prime importanti vittoria di chi in questi giorni si è mobilitato nella società civile e nei diversi schieramenti politici. Ma non bisogna abbassare la guardia. Ribadiamo che la rete non è un luogo altro, e le leggi già in vigore stanno consentendo alla magistratura di intervenire tempestivamente. Siamo contrari all'introduzione di nuovi strumenti di censura anche per mezzo di disegni di legge, ed in ogni caso si tratta di una materia delicata, che può avere implicazioni enormi sullo sviluppo della rete e non può essere preso senza una profonda riflessione. Noi radicali da subito ci siamo mobilitati per restituire al Parlamento quel ruolo di motore del dibattito del paese che gli appartiene con una interrogazione parlamentare presentata dal deputato radicale eletto nelle liste del PD Marco Beltrandi. Ci appelliamo nuovamente ai parlamentari delle diverse forze politiche affinchè su Internet, sulle insidie che nasconde e sulle incredibili opportunità che offre per lo sviluppo di una società aperta si apra un grande dibattito parlamentare, aperto anche agli esponenti della società civile. Un dibattito che affronti anche le norme già in vigore, come quel decreto Pisanu che prevede la schedature dell'identità e delle attività di tutti coloro che si collegano ad Internet da luoghi pubblici e al cui rinnovo ci stiamo opponendo con forza in questi giorni.

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Quella volta che son capitato ad Annozero, a difendere la rete

segretario dell'associazione radicale Agorà Digitale

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