pubblica amministrazione


Per un manifesto dell'Open Government più a misura di cittadino.

Lun, 15/11/2010 - 12:48 — luca

Oggi è l'ultimo giorno utile per emendare i 10 punti del Manifesto per l'Open Government elaborato da Ernesto Belisario, Flavia Marzano, Guido Scorza ed altri amici e di cui l'Associazione Agorà Digitale è tra i sostenitori (anche se la pagina degli endorser mi pare sia scomparsa dal sito).

Come ho più volte avuto modo di riflettere con alcuni degli ideatori del manifesto, l'Italia è un paese "diverso", in cui il "digital divide" culturale non affligge solo i cittadini ma in primo luogo le amministrazioni. Perchè purtroppo nelle stanze della pubblica amministrazione alla voglia di innovare prevale troppo spesso la volontà di costruire il proprio recinto anche tramite il controllo di informazioni e dati. I radicali ne sanno qualcosa dopo anni di lotta sulla proposta di Anagrafe Pubblica degli Eletti e Nominati, accolta quasi sempre pubblicamente con grande favore, e nei consigli locali con votazioni all'unanimità, ma poi rimasta perlopiu' inapplicata. Ne sa qualcosa la deputata radicale Rita Bernardini che ha dovuto mettere in atto uno sciopero della fame per ottenere i dati sulle spese della Camera.
È per questo che credo che un Manifesto per l'Open Government che voglia essere davvero tarato sulla situazione del nostro paese, non possa limitarsi a quella che gli stessi promotori definiscono una "dottrina" rivolta alle pubbliche amministrazioni, ma debba necessariamente andare oltre. La pubblica amministrazione deve prendere coscienza delle sue stesse mancanze e arretratezze, affidando ai cittadini, alle imprese, al mondo del non-profit, il compito di stimolare la realizzazione del "Governo Aperto" attraverso l'introduzione di diritti che possano essere direttamente esigibili, perche' no, anche ricorrendo a strumenti legali.

Con questa impostazione, ho messo in grassetto alcune proposte di modifica del manifesto:

  1. Governare con le persone. La partecipazione attiva è un diritto e un dovere di ogni cittadino. L'Open Government si propone di creare le condizioni organizzative, culturali e politiche affinchè questo venga esercitato con pari opportunità per tutti. Centrale in questo cambiamento è il ruolo dei cittadini che possono esserne il motore se forniti degli strumenti utili a far valere i loro diritti.
  2. Governare con la rete. La Pubblica Amministrazione deve far riferimento a un nuovo modello organizzativo che abbandoni la logica burocratica verticale di gestione dei servizi pubblici a favore di una logica orizzontale, in grado di coinvolgere e dare gli stessi diritti ai diversi attori pubblici, privati e del non profit, nel raggiungimento di un obiettivo comune. Tale obiettivo può essere perseguito attraverso un efficace uso della Rete.
  3. Creare un nuovo modello di trasparenza. L'Amministrazione deve agire in modo da garantire sempre la più completa trasparenza dell'attività di governo e la pubblicità di tutto ciò che è relativo al settore pubblico. Fornire ai cittadini tutte le informazioni sull'operato dell'Amministrazione e al contempo dare ai cittadini la possibilità di interrogare l'Amministrazione su qualsiasi ulteriore informaione è indispensabile per realizzare un controllo diffuso sulle attività di governo e sulla gestione della cosa pubblica.
  4. Trattare l'informazione come infrastruttura. I dati delle Pubbliche Amministrazioni devono essere accessibili a tutti sul Web in formato aperto, gratuitamente ove possibile, e - in ogni caso - con licenze idonee a consentire la più ampia e libera utilizzazione. La disponibilità di dati aperti è, di fatto, l'infrastruttura digitale sulla quale sviluppare l'economia immateriale. Le Pubbliche Amministrazioni, liberando i dati che gestiscono per conto di cittadini e imprese, possono favorire lo sviluppo di soluioni da parte di soggetti terzi e contribuire in modo strategico, allo sviluppo economico dei territori delle stesse amministrazioni.
  5. Liberare i dati pubblici per lo sviluppo economico del terzo millennio. Le Pubbliche Amministrazioni devono concentrarsi sulla produzione, classificazione e pubblicazione di dati e informazioni grezzi e disaggregati, lasciando, salvo eccezioni espressamente previste dalla legge, all'iniziativa privata lo sviluppo di applicazioni ed interfacce per la loro rielaborazione, consultazione e fruizione. Un orientamento della Pubblica Amministrazione verso l'Open Data offre nuove opportunità a chi investe nella Rete incentivando la crescita di nuovi distretti dell'economia immateriale che rappresenterebbero un nuovo modello di produzione da affiancare a quello tradizionale oggi in crisi e, troppo spesso, sostenuto dagli aiuti di stato.
  6. Informare, coinvolgere, partecipare per valorizzare l'intelligenza collettiva e i diritti individuali. La rete moltiplica il potenziale delle intelligenze coinvolte, aumenta l'efficacia dell'azione amministrativa e consente di dare nuova forza ai diritti di cittadinanza. Le dinamiche organizzative ed i procedimenti della Pubblica Amministrazione vanno ripensati per migliorare la qualità dei processi di informazione, facilitare il coinvolgimento di tutti i cittadini rafforzando gli strumenti di partecipazione democratica, diffondere la cultura dell'Open Government anche attraverso i social media e le tecnologie dell'informazione e della comunicazione.
  7. Educare Dare nuova forza alla partecipazione. La Pubblica Amministrazione promuove la partecipazione di tutti i cittadini alla gestione della cosa pubblica anche attraverso il ricorso alle tecnologie dell'informazione, eliminando ogni discriminazione culturale, sociale, economica, infrastrutturale o geografica, educando dando così nuova forza alla partecipazione come diritto e dovere civico di ogni cittadino.
  8. Promuovere l'accesso alla Rete. La tecnologia, ed in particolare internet e gli strumenti di accesso alla Rete, sono elementi abilitanti ai processi di partecipazione. Per questo motivo è dovere dello Stato anche delle Pubbliche Amministrazioni consentire a tutti i cittadini di accedervi e promuoverne la cultura d'uso.
  9. Costruire la fiducia e aumentare la credibilità della PA. La conoscenza e la partecipazione ai processi decisionali sono strumenti di costruzione della fiducia in un rapporto tra pari he coinvolge Amministrazione e Cittadini rendendo inutili gli attuali livelli di mediazione. L'appartenenza agli stessi ecosistemi (digitali e non), la pratica delle stesse dinamiche sociali e servizi efficaci costruiti intorno al cittadino e alle sue esigenze, con la possibilità per quest'ultimo di valutarne la qualità, aiutano ad accrescere la fiducia, la credibilità dell'Amministrazione e la condivisione degli obiettivi.
  10. Promuovere l'innovazione permanente nella pubblica amministrazione. La costruzione di servizi deve essere sempre realizzata in modalità condivisa e sviluppata, pensando l'utente al centro del sistema e mantenendo aperta la possibilità di far evolvere i sistemi. Una innovazione permanente per garantire una revisione continua, nelle forme di utilizo, negli adeguamenti tecnici, funzionali ed organizzativi sempre in linea con l'evoluzione dei paradigmi della rete.


Radicali Italiani e Agorà Digitale avviano Class action sull’uso della PEC nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, delle Regioni Basilicata e Campania, del Comune di Roma

Gio, 05/08/2010 - 12:37 — luca

http://www.vostrisoldi.it/img/posta_pec.jpg

Insomma una seria prima campagna in Italia per i diritti digitali dei cittadini. Questo blog è chiaramente in vacanza (fino al 24 Agosto), ma non potevo non pubblicare questa importante iniziativa che Radicali Italiani e Agorà Digitali hanno intrapreso, avviando la procedura per una Class Action nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze, della Regione Campania, della Regione Basilicata e del Comune di Roma per violazione delle norme in materia di Posta Elettronica Certificata (PEC).

Per chi non lo sapesse il diritto di utilizzare la PEC è garantito dal “Codice dell'Amministrazione Digitale” che prevede infatti l’obbligo per le pubbliche amministrazioni di rendere pubblico nella pagina principale dei propri siti un indirizzo di Posta Elettronica Certificata cui tutti i cittadini possono rivolgersi.
Nonostante il termine per mettersi in regola scadesse il 30 giugno 2009, questi enti  non hanno adempiuto ai loro obblighi  e non hanno pubblicato l'indirizzo PEC sui rispettivi siti; per questo, hanno ricevuto la notifica di diffida preliminare all'avvio di una Class Action (ai sensi del D. Lgs. n. 198/2009) da parte di Radicali Italiani e dell’associazione Agora Digitale, difesi dall’avvocato Ernesto Belisario. Se entro 90 giorni non si metteranno in regola, scatterà l'azione giudiziaria vera e propria alla quale tutti i cittadini interessati potranno aderire.
Si tratta della prima campagna in Italia per rendere effettivi i diritti digitali previsti dalle leggi.
L'obiettivo è quello di semplificare i rapporti tra cittadini e amministrazioni, renderne più efficienti i servizi, migliorare la qualità delle vita degli utenti e consentire ingenti risparmi rispetto alla posta tradizionale.

I diritti digitali dei cittadini non possono rimanere solo sulla carta: abbiamo iniziato con queste Amministrazioni, ma proseguiremo con le altre migliaia che ancora oggi sono fuorilegge.
Forse Tremonti non lo sa, ma c’è una tassa aggiuntiva che il suo Ministero impone agli italiani: è la “tassa” delle raccomandate che paga chiunque voglia rivolgersi ai suoi uffici.

 

E questo avviene a pochi giorni dall'avvio della campagna di Civil Hacking di Agorà Digitale (www.agoradigitale.org/civilhacking) che proprio con posta elettronica certificata e firma digitale che mette nelle mani dei cittadini la possibilità di imporre trasparenza e partecipazione alle amministrazioni pubbliche.



La finanziaria liberalizzi l'economia della conoscenza. A partire dal software.

Mar, 29/06/2010 - 16:32 — luca

Con una semplificazione grossolana, possiamo dire che ci sono due motivi principali per cui e' più difficile aprire un'industria automobilistica che un panificio. Il primo e' che l'industria automobilistica necessita di un'economia di scala maggiore di quella di un panificio per poter essere sostenibile. Più impiegati, più produzione, più infrastrutture, e quindi maggiori capitali da investire. Il secondo motivo è che l'industria automobilistica necessita di un know-how complesso e di difficile acquisizione. Se per produrre pane si puo' pensare ad un periodo di apprendimento, per una industria automobilistica e' praticamente impossibile cominciare da zero.

La Rete e l'avvento dell'era digitale hanno consentito all'economia della conoscenza di diventare uno dei fattori trainanti dei paesi sviluppati, innanzitutto grazie all'abbattimento di molti fattori di scala. Nel digitale, le spese di distribuzione e di immagazzinamento si riducono. L'automazione è alta. È possibile rivolgersi alla totalità degli utenti Internet senza dover fare enormi investimenti per la distribuzione, e senza la necessità di richiedere burocratiche licenze. Si mette in rete il proprio server ed è fatta. Un'idea innovativa ha la possibilità di tentare in poco tempo la via del mercato. La rete è quindi un bene comune, un commons per usare l'espressione del visionario Lawrence Lessig, che consente innovazione ed impresa con dei vincoli d'entrata minori e senza il bisogno di autorizzazioni.

E il know-how? Il ruolo di primo piano assunto dall'economia della conoscenza, ha consentito a paesi come gli Stati Uniti che avevano un grosso bagaglio di conoscenza tecnica e scientifica di conquistare un vantaggio competitivo enorme nello sviluppo economico di questi decenni. Allo stesso tempo, sono diversi gli economisti che sostengono che è stata proprio una tutela eccessiva di questo know-how una delle concause della crisi economica e finanziaria di questi anni, nel momento in cui l'indisponibilità della conoscenza e i grossi costi per la sua acquisizione per nuovi soggetti hanno reso sempre più difficile fare innovazione.

Dal costo di acquisizione delle licenze per intraprendere un business fondato sulla distribuzione di prodotti culturali, agli sbarramenti dei brevetti, alla difficoltà di rendere accessibili gli studi svolti dai centri di ricerca nel mondo, siamo quotidianamente immersi in un dibattito epocale alla ricerca di un bilanciamento tra libera condivisione e controllo.

Fortunatamente comincia a far parte del senso comune il fatto che la diffusione e un ampio accesso ai beni culturali come la musica o la letteratura dia notevoli benefici alla società e alla stessa economia. Allo stesso tempo le piattaforme per rendere liberamente fruibili i risultati della ricerca sono sempre di più e sempre più autorevoli. Ma raramente si considera che l'innovazione digitale si fonda su una infrastruttura imprescindibile, il software, la cui complessità tende a creare posizioni di monopolio se unita alla chiusura, cioè all'impossibilità di visionarne il codice, di apportare modifiche e poi di riutilizzare lo stesso software per altri scopi o iniziative.

Ma esistono codici, quelli appartenenti alla categoria del software libero, che consentono di effettuare tutte queste attività, diventando così allo stesso tempo una infrastruttura libera e un libero know-how.

Per capire quando sia fondamentale il software libero per l'ecosistema tecnologico, basti pensare che la stessa Internet ha preso forma ed è tenuta in piedi proprio dal software libero. Dai sistemi per far funzionare i siti web, a quelli per indirizzare la posta, dal linguaggio per elaborare il testo in modo efficiente all'infrastruttura che fa funzionare i server, il software libero è stato il seme ed ora è il cuore di Internet.

E non è un caso. Le più grandi innovazioni spesso provengono da nuove imprese meno afflitte dal "dilemma dell'innovatore" che quindi tendono ad sfruttare il software libero perchè si tratta know-how e infrastruttura disponibile a basso costo e liberamente adattabile.

E costituisce una opportunità anche per i grandi. Ad esempio da Linux nasce Android, il sistema operativo per cellulari, tablet e altri sistemi embedded che ha permesso di sviluppare un proprio sistema anche ad aziende che certo non avevano il know-how di Apple o di Microsoft nel comparto sistemi operativi.

Tutto questo dimostra che l'esistenza di un vivo ecosistema di software libero, liberalizza il mercato dell'IT, rendendo difficili posizioni di monopolio. Questa da sola è una ragione più che sufficiente affinchè istituzioni e pubbliche amministrazioni ne incentivino l'utilizzo.

Ed è per questo motivo che i radicali con la collaborazione di Agorà Digitale e di alcuni soci dell'Associazione Software Libero, hanno presentato nei giorni scorsi un emendamento alla finanziaria affinchè la pubblica amministrazione investa preferenzialmente in software libero. Infatti, nonostante gli enormi tagli degli ultimi anni che hanno portato il nostro paese nelle ultime posizioni per investimenti in Information Technology (IT), la spesa pubblica in questo comparto è di quasi 3 miliardi di euro sui 18 miliardi del valore complessivo del mercato. Una fetta considerevole che proprio in questo momento di crisi, è necessario investire nello sviluppo di questo commons, il software libero, di cui tutta l'economia del paese potrebbe beneficiare.

Questo è il momento di investire in software libero, perchè la proliferazione di sistemi software chiusi, rischia continuamente di trasformare il panorama digitale che conosciamo in qualcosa di più simile ad una TV.

Questo è il momento di investire in software libero perchè man mano che la società e la macchina amministrativa si digitalizzano, poter accedere a come si comportano i sistemi informatici sarà fondamentale come storicamente lo è stato il diritto di poter assistere allo spoglio elettorale in un seggio, di partecipare alle sedute del consiglio comunale o di accedere agli atti interni delle istituzioni.

Questo è il momento di investire perchè si tratta dell'ecosistema ideale su cui far prosperare una economia degli Open Data, cioè delle informazioni della pubblica amministrazione (dall'attività e i redditi degli eletti fino alle informazioni sulla qualità delle scuole) finalmente rese disponibili creando trasparenza e opportunità di fare impresa su quei dati.

Ma siccome sappiamo quanto è difficile essere lungimiranti e quanto sia necessario poter avere da subito dei risultati, il software libero consente per alcuni software maturi enormi risparmi immediati. Purtroppo la possibilità di una visione d'insieme sui risparmi possibili è limitata dalla difficoltà di avere dati aggiornati, con una situazione che probabilmente si aggraverà  per il ridimensionamento dell'Osservatorio Open Source del DigitPA (ex CNIPA) che ormai consta di un solo impiegato, e che quantomeno in questi anni si era preso l'onere di raccogliere le informazioni disponibili.

Esistono però casi in cui non sono necessarie considerazioni complesse, come l'aggiornamento del personale o la realizzazione di una strategia di medio o lungo termine. Un esempio? Le sole amministrazioni locali spendono ogni anno circa 30 milioni di euro per pagare le licenze di Microsoft Office. Se avete mai provato ad utilizzare Open Office, sapete che si tratta di un prodotto pressocchè identico nelle funzionalità e nell'utilizzo ma del tutto gratuito e libero. Perchè non effettuare la transizione immediatamente? Sciatteria? Con il nostro emendamento cerchiamo anche di evitare queste situazioni.

Ma le esperienze di questi ultimi anni ci consentono di essere ancora più ottimisti. Sono numerosi i casi in Italia e in Europa in cui il passaggio al software libero e all'open source ha consentito enormi risparmi. Dai 7 milioni di euro risparmiati dalla polizia francese, al milione di euro l'anno della provincia di Bolzano. Dai 200 mila euro in un triennio risparmiati a Firenze, all'abbattimento del 45% delle spese da parte dello stato di Rio Grande do Sul in Brasie, dai 26 milioni stimati dal Ministero delle Finanze finlandese, non si contano più le istituzioni, le provincie, i comuni e che mostrano bilanci in attivo grazie ad una adozione sistematica e preferenziale di software libero.



Il Governo faccia propria la proposta radicale per il software libero nella pubblica amministrazione

Mar, 17/11/2009 - 02:46 — luca

Dobbiamo impedire di consegnare ad un unico monopolista il futuro dei sistemi informatici della pubblica amministrazione, e pertanto ci appelliamo al Ministro Brunetta affinché faccia propria la proposta di legge depositata al Senato dai parlamentari radicali Marco Perduca e Donatella Poretti, in materia di pluralismo informatico e sulla adozione e diffusione del software libero nella pubblica amministrazione, frutto della collaborazione con l'Associazione Software Libero. È grave che il ministro si riferisca alla sola gratuità del prodotto nel giustificare l'accordo con Microsoft presentato nell'ambito del piano e-Gov 2012. Infatti, da sempre l'azienda di Redmond tenta di legare a sé in modo indissolubile il futuro funzionamento di amministrazioni pubbliche, scuole e università fornendo gratuitamente il proprio software.
È importante ribadire che la scelta del software non è una scelta amministrativa che si puo' basare sui soli criteri di economicità, ma è eminentemente politica, in quanto capace di modificare la dinamica dello sviluppo del nostro Paese.
È per questo che ad esempio l'amministrazione americana, pur avendo la possibilità di stringere accordi simili a quello offerto al governo italiano, sta facendo in molti casi la scelta opposta, tanto da trasferire il sito della Casa Bianca ad una piattaforma tecnologica aperta.
Se davvero il ministro non vuole ipotecare il futuro della scuola e della pubblica amministrazione, e investire nel pluralismo informatico lo dimostri adottando da subito la proposta radicale.


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Quella volta ad Annozero, a difendere la rete

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