
Grazie al mio pezzo di sicilianità, quello che mi dona anche il magnifico "Nicotra" del nome, la settimana scorsa mi trovavo a passeggiare sul lungomare di Riposto, cittadina catanese, in cui coesistono il degrado dell'incuria e dei rifiuti con cantieri di riqualificazione urbana, timido segnale di ripresa e meno timido tentativo di accaparrarsi fondi europei. Il turista straniero, con intuizione profonda riassume con un "so beautiful but also so dirty, what a shame".
Negli stessi giorni mi è capitato di organizzare un bell'incontro con alcuni catanesi. Alcune ore di discussione per immaginare iniziative politiche sul fronte dell'informazione, dell'accesso alle nuove tecnologie, della creatività. Un incontro che mi piace pensare open e quindi: c'erano due accademici, Guido Nicolosi, ricercatore di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi e Giuseppe Scollo, professore del dipartimento di Matematica ed Informatica. Lucio Tomarchio, giornalista di girodivite.it e cyberpunk in pensione, Andrea Cannella, CEO all'Open Source Village, Salvatore Mica, fondatore di e-ludo interactive e Rocco Miccichè, ingegnere informatico.
Con loro mi trovavo a ragionare di com'è possibile relazionarsi con gli abitanti, coinvolgerli in un progetto civico, in una realtà come la Sicilia, che per certi versi, diceva qualcuno, ha gli stessi problemi e la stessa stanchezza dell'Italia "ma elevate al quadrato". Dove anche il contesto universitario è di difficile approccio, tanto che Guido racconta di suoi studenti a Scienze Politiche, che si giustificano all'esame dicendo "ma io, professore, non ne capisco di politica".
È stato un incontro tra persone molto diverse ma fecondo di idee, e arricchito dalle parentesi storiche. Catania, città di hacker. Ne sono usciti pezzi di rivoluzioni possibili, ma poi, al solito, metterle in pratica è tutta un'altra storia.
Durante l'incontro, ma anche nei pre e nei post, ricorreva il tema della politica in Sicilia. Guido mi diceva che ci sono due modi di farla: "Rischiando molto, o accettando grandi, ma grandi compromessi". Ed è talmente a se' il concetto di politica in Sicilia, che mio padre, persona attenta, spesso impegnata nel sociale, e che mai entra nelle mie attività politiche, prima di uscire di casa mi ha detto con aria preoccupata, saputo della riunione a Catania: "Mi raccomando, non fare cavolate".
Di nuovo Riposto. Lungomare. Passeggiavo osservando i rifiuti sulla spiaggia pensando alla rivoluzione di convincere anche un solo passante che può fare qualcosa per migliorare questi dannati metri quadrati in cui ci troviamo io e lui. Pensavo a tutto il tempo speso a progettare piattaforme di crowdsourcing quando poi lo scoglio maggiore è affrontare la fatica di quella singola azione per il bene comune. Per quanto piccola sia l'azione, segnalare una buca nella strada, o un incendio, o il malfunzionamento di un servizio pubblico. Perchè dovrei? Perchè proprio io?
Non parteciperanno mai a convegni, strombazzeranno con il clacson dell'automobile di fronte all'ennesima manifestazione. Ma che fanno quando imbattendosi in qualcuno che imprevedibilmente sta facendo qualcosa per uno spazio comune. In qualcuno che sistema le piante. Camminavo tra i rifiuti e immaginavo l'effetto del mio piegarmi a raccogliere qualcosa e buttarlo. E poi di nuovo. E poi di nuovo. Alcuni mi avrebbero preso per scemo. I ragazzi sbeffeggiato. Altri si sarebbero un po' spaventati. Alcuni curiosi e pazzi mi avrebbero preso sul serio. Chissa'. In ogni caso non l'ho fatto.
Dopo sei giorni, Roma, Villa Pamphili. Giornata magnifica. Tornando a casa vedo l'involucro di una merenda per terra e la raccolgo, istintivamente. Un po' stupito un po' imbarazzato, continuo a camminare e trovo una carta di caramella. La raccolgo. Il terzo oggetto è una spazzola abbandonata. Penso che è troppo, mi fa un po' schifo, non so perche', e la supero. Ma poi torno indietro e raccolgo anche quella. A quel punto addentrandomi nel bosco, mi ritrovo spaventato all'idea di trovarmi di fronte ad una discarica "E ora che faccio?". Ma non succede. Continuo a camminare e a raccogliere sacchetti di plastica e confezioni di fazzoletti, scatole di sigarette e cicche. Ogni tanto mi giro di scatto a disagio all'idea di essere osservato. Ad un certo punto raccolgo anche una scatola di una siringa. PIC. Quanta società sto raccogliendo, altro che rifiuti.
Sbuco finalmente all'aperto, vedo un cestino e butto tutto. Tiro un sospiro di sollievo. Faccio ancora qualche passo e trovo altre cartaccie. Le racolgo e le butto subito. Esco dal parco, e forse sto un po' scappando.
Cicche e sporcizia dovunque. Anche Roma non scherza a degrado. Evidentemente la mia empatia con l'asfalto è minore di quella con il prato, ma sono anche chiaramente provato e non ho le forze, per ora, per continuare.
Non ho un finale per ora. Immagino i centinaia di sociologi che hanno descritto e discusso ciò di cui parlo. Ma non mi interessa. Devo prima sperimentare.












