
La proposta di
nuove tasse da parte della SIAE sta diventando una
riflesso automatico inaccettabile. Dopo quella sulle connessioni ADSL di appena qualche giorno fa, ora spunta l'imposta su cellulari e PC. Conosciamo la rodata retorica della SIAE che, riciclando
dati messi in discussione ormai da numerosi studi, sostiene una perdita di circa 300 milioni di euro dovuta alla pirateria e che nel tempo ha già usato per giustificare l'introduzione delle tasse sui supporti vergini analogici, supporti digitali, videoregistratori, masterizzatori e perfino microchip, o chiavette USB. Sempre a carico dei cittadini.
Ma le tasse servono a pagare un servizio, e nel caso della SIAE abbiamo difficoltà a capire di quale servizio si tratti. Parliamo di una società che i suoi stessi associati contestano. Il cui costo di iscrizione e di rinnovo annuale è così alto che
il 60% degli autori musicali è in perdita; che neppure i big riconoscono, tanto che una settimana fa
130 tra i più noti autori e 30 dei maggiori editori si sono scagliati contro di essa con una lettera aperta a cui i dirigenti dell'associazione non hanno ritenuto di dover rispondere. Una società il suo vertice è costituito al 50% da membri che non appartengono alla sua base associativa, con una massiccia ingerenza da parte dello Stato, senza alcun piano strategico e per il cui solo funzionamento vengono impiegati quasi 200 milioni di euro all'anno.
Dati che dimostrano sempre più che SIAE da ente di tutela si è tramutando in uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo del settore e che
cerca di sfruttare un monopolio sempre più illegittimo e che noi radicali sosteniamo debba essere abolito. L'alternativa non è il far-west, ma un mercato tra libere associazioni per l'intermediazione dei diritti d'autore che da tempo abbiamo delineato con una proposta di legge depositata alla Camera dal deputato radicale Marco Beltrandi e che il Governo dovrebbe fare propria.