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Potere a tecnici e agli scienziati e stato minimo. Il segreto della nascita e del futuro della Rete

Ven, 11/06/2010 - 22:40 — luca

 

Fin dall'inizio, Internet ha prosperato in un ambiente con una regolamentazione minima. Diversi soggetti in tutto lo spazio di Internet – provider o utenti di servizi di rete, applicazioni, contenuti, apparecchi o combinazioni di questi – hanno lavorato in modo cooperativo per rendere Internet quello che è, per affrontare le sfide man mano che sorgevano, e per incontrare i bisogni e le aspettative in evoluzione degli utenti. Internet è fiorito largamente come risultato di questi sforzi cooperativi, supportati piu' di recente da sigificativi livelli di investimenti e innovazione private.

Negli USA nasce in questi giorni il gruppo BITAG (Broadband Internet Technical Advisory Group), formato da compagnie di banda larga, aziende hi-tech e accademici. Lo scopo? Ridare in mano ai tecnici e agli ingegneri il futuro della rete. E delle sue policy. Come all'inizio.

Una iniziativa che nasce stimolata dai giganti Google e Verizon (uno dei maggiori player della banda larga negli USA) che a metà gennaio hanno sottoscritto un documento interessante sia nel metodo che nel merito.

Iniziamo dal metodo: due soggetti, con rilevanti disaccordi sul futuro della Rete, decidono di sottoscrivere una posizione condivisa che contiene soltanto i punti di contatto nonostante

 

 

we continue to disagree on some of these matters. We each stand by our individual positions in our separate filings, and nothing in this filing waives those positions.

Un passo importantissimo dovuto al fatto che che, nonostante le differenze

“our business rely on each other”.

Se solo anche gli attori che in Italia si confrontano sulla rete fossero sufficientemente egositi da capirlo, invece di farsi la guerra reciprocamente, e chiedere ai governi di intervenire a proprio favore e a scapito degli altri (vedi ad es. legge Bondi). Sogno un giorno in cui si riesca a far sottoscrivere una posizione comune non solo a provider di banda larga e di servizi software ma anche all'industria dei contenuti e alle associazioni consumatori, il passo sarebbe epocale.

Tornando al documento, i temi affrontati sono ugualmente importanti: innanzitutto i due colossi della Rete chiedono il minimo intervento possibile di governi e regolatori (FCC inclusa). Lo slogan, che riguarda pero' anche gli attori privati in posizioni dominati è,  “innovazione senza permesso”. Si parla anche di neutralità della rete che viene trattata in modo molto pragmatico, sostendendo che le diverse pratiche debbano essere analizzate caso per caso.

Prevedibilmente in merito allo sviluppo della rete di nuova generazione, sostengono la necessità incoraggiare investimenti privati. Insistono inoltre sulla necessità di agli utenti il potere di gestire tutti gli aspetti della loro esperienza su Internet. Né il governo, né i privati dovrebbero cercare di controllarla.

Ma si spingono anche fino al tema del copiright, relativamente al quale ritengono non si debba andare oltre alle norme vigenti (DCMA) frutto di faticose mediazioni, e si debba puntare semplicemente allo

“sviluppo di futuri sforzi coperativi volontari per scoraggiare la violazione del copyright”.

Insomma non proprio la posizione italiana.



Che farai Google, da grande? Facile essere aperti quando si domina il mercato

Mar, 04/05/2010 - 21:01 — luca

Proprio nei giorni in cui, con Agorà Digitale, abbiamo deciso di affidarci a Google Apps per la gestione di posta e molte altre funzionalità, mi arriva la mail della piattaforma per social network Ning che annuncia la chiusura dei suoi servizi gratuiti (in realtà la notizia era stata data qualche settimana fa). Un bel problema per quanti hanno costruito una loro community su quella piattaforma.

È certo l'occasione per riflettere su quanto le nuvole, anche quelle per calcolare, siano solo di passaggio.

Ma anche un promemoria del fatto che puoi essere aperto (e gratuito) quando te lo puoi permettere da un punto di vista economico. Se hai un modello di business in grado di supportarlo. Ma quando le cose vanno male è possibile essere costretti a cambiare rotta.

Nessuno è per sempre, neppure Google. Che farà Big G quando arriveranno le prime difficoltà (sempre che non siano già arrivate)?

Me lo sono chiesto anche qualche giorno fa leggendo la risposta di Luca De Biase a Zambardino.



La mappa della censura di Google (dopo il Data Liberation Front)

Mer, 21/04/2010 - 18:20 — luca

Google sarà pure un player della rete da tenere d'occhio per la sua pervasività e per il rischio che cannibalizzi alcuni settori del web, come la pubblicità online. Ma sicuramente ha una politica pubblica che investe molto sulle libertà in rete, e questo non si può che apprezzare.

Oggi viene inaugurata una mappa della censura (andatevela a vedere) che consentirà di monitorare le crescenti richieste da parte dei governi di censurare alcuni siti web. Dalla mappa emerge che l'Italia è sesta nelle richieste di censura ma prima nelle condanne penali.

Questo a poche ore di distanza dal lancio del Data Liberation Front un progetto che mira ad introdurre per tutti i prodotti Google la possibilità (accessibile a tutti) di esportare i propri dati in formati aperti, per rendere le sue applicazioni online interoperabili.

Non c'è che dire, due contributi davvero interessanti per chi ha a cuore i diritti civili di nuova generazione.



E se le scuse non bastassero? Ce la farà il mercato a proteggere la libera rete?

Lun, 19/04/2010 - 12:34 — luca

 

Se ce la fa a reggerne il peso, che sia il mercato a determinare lo sviluppo della rete libera. Questo è il mio più grande augurio. Ma se non ce la facesse?

Sono giorni in cui tutti i big della rete si scusano. Apple, ad esempio, lo fa per l'episodio della della censura del vignettista americano vincitore del Premio Pulizer ( rilanciata in Italia dai blog di Massimo Russo e Vittorio Zambardino ), che purtroppo sappiamo è solo la punta di un Iceberg di censure molto più diffuse, pervasive e nascoste.

E se la censura è nascosata, non può diventare un elemento di decisione degli utenti della rete.

Inoltre, viene da chiedersi, quanto inciderà l'incidente sulle vendite dell'Iphone? Sicuramente qualcuno si sarà indignato e non acquisterà più l'apparecchio, ma quanti sono? Abbastanza da far cambiare approccio a Steve, che già nei giorni scorsi ha rassicurato genitori e coniugi, escludendo la possibilità che i suoi apparecchi siano  invasi dal porno? Niente pornografia, niente satira graffiante, niente parole che potrebbero inquitetare i giovani pargoli. La lista si sta allungando. Ma quanto contano queste notizie se confrontate all'incessante susseguirsi di feedback positivi, recensioni e, certo non lo trascuro, alla qualità intrinseca della tecnologia che propone?

Non c'è solo la censura tra i problemi che i mercati sembrano riuscire ad elaborare con difficoltà. C'è il problema della privacy e del trattamento dei dati personali. Qui a scusarsi è stata in questi giorni Google. Per una politica aggressiva sul suo nuovo strumento social, Buzz, che esponeva ai contatti informazioni sulle abitudini degli utenti, che si sono prontamente lamentati. Anche in questo caso, l'approccio di Google ha determinato l'allontanamento di alcuni, ma quanti? Davvero è necessario che i giganti dell'informazione si possano muovere con questa agilità senza subire alcuna conseguenza?

Figuriamoci, sono l'ultimo che si batterebbe per introdurre scriteriatamente nuove norme che limitino, censurino, impongano alle aziende del settore del web alcunchè. Però forse non sarebbe sbagliato cominciare a discuterne. Capire quanto queste limiterebbero l'innovazione di aziende come Google o Facebook che sperimentano modelli di business innovativi e si fanno carico di rischi e di enormi spese: solo visualizzare il numero di server posseduto da Google è impressionante e fa capire che ci dobbiamo muovere con i piedi di piombo.

Stiamo attenti quindi. E prepariamoci a delle strane alleanze. Perchè se immagino chi potrebbero essere i compagni di strada di questa riflessione, mi vengono in mente proprio i grandi produttori di contenuti (editori, case discografiche, produttori cinematografici, etc.) che fino ad ora, da pirati, ci siamo per lo piu' impegnati a prendere a cannonate digitali.

Perchè se li convincessimo ad abbandonare la via della restaurazione per tutelare la loro fetta di mercato (e qui la legalizzazione del file sharing non commerciale potrebbe aiutare, vero Maroni?) magari si potrebbero accorgere che proprio un mercato e una società libera e democratica sarebbe l'assicurazione migliore per ottenere i giusti compensi per i loro contenuti. Il caso di Amazon, costretta a rinegoziare al rialzo i compensi per gli editori dopo l'entrata di nuovi player del mercato è lì a dimostrarlo.



Ma chi legge ancora le informative sulla privacy? Un commento a caldo sulla sentenza che condanna Google

Lun, 12/04/2010 - 19:13 — luca

La sentenza è di 111 pagine (la torvate qui). Quindi calma, dubito che i commentatori se la siano già divorata. In ogni caso erano stati in molti ad annunciare che la sentenza sul caso Google vs Vividown (relativo al video di un ragazzo disabile picchiato da alcuni suoi compagni di classe e caricato sulla piattaforma video di Google) sarebbe stata più complessa da sviscerare di quanto si potesse pensare, e così è stato.

Niente obbligo di controllo preventivo. Da quanto si apprende dai primi commentatori della sentenza, i dirigenti dell'azienda di Mountain View sono stati condannati a sei mesi perchè "l'informativa sulla privacy era del tutto carente o comunque talmente nascosta nelle condizioni generali del contratto da risultare assolutamente inefficace per i fini previsti dalla legge".

Ciò nonostante credo che le difficoltà di chi difende una Rete libera e aperta rimarranno, come rimarranno gli attacchi volti a  dare agli intermediari responsabilità sui contenuti (e quindi un compito di filtraggio e censura). Tra l'altro c'e' anche chi ipotizza addirittura che si tratti di un prestesto. Vedremo.

Oggi vorrei invece cogliere l'occasione di porre l'importante questione della tutela della privacy, dei dati personali degli utenti e più in generale delle regole che normano i rapporti tra noi e le piattaforme. Perchè se la sentenza solleva un punto in generale importante, è in realtà l'impianto di tutela basato sulle informative sulla privacy (e poi delle licenze d'uso) ad essere secondo me in gran parte obsoleto.

Quanti di noi davvero le leggono? Davvero crediamo che un sistema (quello della informative) nato in altri tempi, sia ancora valido in un contesto in cui in media ci si iscrive ad un nuovo servizio/piattaforma una volta ogni 15 giorni? Davvero pensiamo possano essere un sistema utile per reagire ai diffusissimi "soprusi" delle "piattaforme" (la piu' comune che mi viene in mente e' quella della cancellazione dei profili su facebook per misteriosi motivi), se poi per interpretarle ci vuole un avvocato?

Anche per la tutela dei diritti degli utenti (ed in particolare della privacy) bisogna inventarsi qualcosa di nuovo. Qualcosa che tenga conto, ad esempio, di quella "economia della privacy" a cui l'Espresso ha dedicato un approfondimento la scorsa settimana (andatevi a vedere il video qui).

La direzione giusta, per assurdo,  potrebbe essere quanto Google ha introdotto per Buzz, con delle semplici domande e dei bottoni molto grossi. Tutto molto comprensibile. Tanto che anch'io, che non credo di aver mai letto una informativa dall'inizio alla fine, le ho lette, ho capito e alla fine ho deciso. Senza la pretesa di esaurire la problematica, ovviamente. In ogni caso ci ritorno.

UPDATE (19.38): Stanno proseguendo nella lettura e in particolare ZetaVu si accorge che in effetti la sentenza qualche punto buio ce l'ha, in particolare nel punto in cui si legge “Perciò in attesa di una buona legge che definisca la responsabilità penale per il mondo dei siti web…"



Travaglio censurato su Youtube? Dimostrazione che i diritti dei cittadini sono nelle mani dei grandi gruppi editoriali

Lun, 01/03/2010 - 19:39 — luca

Diciamocelo, nel caso della "involontaria" censura del Video di Marco Travaglio, anche se Mediaset dovesse scusarsi (cosa che, a quanto mi risulta, ancora non è successo), beh, in uno stato di diritto non basterebbe. Urge intervento politico per limitare il potere di censura degli editori sui contenuti pubblicati online.

In soldoni, per chi non avesse seguito la vicenda, Google ha confermato che la settimana scorsa un video di Marco Travaglio sul caso Bertolaso è stato censurato da Youtube per una erronea segnalazione di violazione del copyright. Si tratta di un abuso, causato della completa discrezionalità di Mediaset che ha la possibilità di censurare, con effetto immediato, qualsiasi contenuto che a suo giudizio violi il suo diritto di editore.

 

Ovviamente non c'è alcuna prova che si tratti di una censura mirata al contenuto, pur critico nei confronti dei poteri forti, e non dell'errore di un tecnico. Ma questo non limita minimamente la gravità dell'evento che dimostra come l'utente/cittadino sia in balia dei capricci (e degli errori) dei grossi gruppi editoriali italiani e quindi, potenzialmente, della loro censura.

Questa volta il caso sta scoppiando perché ad essere colpito è Marco Travaglio, personalità nota e in grado di reagire immediatamente per vie legali. Ma quanti sono gli utenti inermi di fronte a questa arroganza? Quanti altri errori ci sono stati e ci saranno di cui non si saprà mai nulla? Chi controlla che questo enorme potere di filtraggio non sia utilizzato impropriamente? Quali sono i meccanismi per punirne (le scuse in uno stato di diritto non bastano) gli abusi con la stessa rapidità di intervento fornita agli editori?

E' necessario quanto prima che si avvii una discussione, anche a livello parlamentare, sul cosiddetto meccanismo del *takedown*, sotto accusa in numerosi paesi, in primis gli Stati Uniti, per casi di vera e propria di censura.

Ancora di più considerando che la schiera dei privati a cui viene concesso di improvvisarsi forza di polizia si potrebbe allargare dopo la sentenza sul caso Google contro Vividown, che sarà pubblica solo tra qualche mese, e a causa dell'accordo internazione contro la contraffazione ACTA.

 



Google e Yahoo rimuovano i contenuti online di Mediaset dai loro indici

Ven, 20/11/2009 - 01:09 — luca

In un mercato in cui è chiaro a tutti che, a dispetto della retorica messa in campo dall'industria dei contenuti, il contributo di maggior valore deriva dalla connettività, e non dal contenuto, lascia sbigottiti l'appello lanciato al Governo da Confalonieri affinchè difenda aziende come Mediaset da Google, Youtube, Yahoo e altri fantomatici approfittatori. Anzi, più di un appello sembra una minaccia, considerando che, proprio ieri, Mediaset ha ribadito quanto sia centrale nella sua strategia la causa che essa stessa ha intentato contro Youtube e in cui rivendica un danno di 500 milioni di euro per violazione del diritto d'autore.
Confalonieri cerca di difendere un sistema bloccato, in cui i cittadini sono semplicemente audience, e la scelta dei contenuti da trasmettere è fatta da coloro che, come lo stesso Confalonieri, hanno in mano la TV generalista. 
A questo punto ci appelliamo a Google e Yahoo chiedendo loro di rimuovere per almeno un mese i contenuti online del gruppo Mediaset dai loro indici. Un'azione drastica, ma potrebbe essere davvero l'unico modo per aiutare a far comprendere a coloro che difendono modelli ormai superati quanto la Rete ha cambiato l'economia, anche quella dei contenuti, e quanta parte dei ricavi degli stessi produttori derivino dalla comunità di utenti che modifica e condivide.

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Quella volta ad Annozero, a difendere la rete

segretario dell'associazione radicale Agorà Digitale

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