carceri


L'adolescenza in carcere

Lun, 24/08/2009 - 12:59 — luca

È passata oltre una settimana da quei passi concessi anche a me in un carcere minorile, a Roma. Caldo, alberi e nel mezzo del cortile una chiesa. Tutto rientra in una normalità difficile da accettare in un posto dove vengono concesse ad ogni ragazzo poche piastrelle smaltate, per portare a spasso la propria adolescenza.
Mentre riceve nel suo studio la nostra visita istituzionale la vice direttrice parla con lentezza, lunghe pause, nel tentativo di trovare empatia nelle tabelle, nei


Detenuti tossicodipendenti: 26
di cui uomini: 25
di cui donne: 1



Numeri. Sbadigli camuffati.
Camminando attentamente, cerco anch'io segni di rovina. Qualcosa che mi confermi che, nonostante le apparenze, il carcere è qualcosa da riformare, forse da abolire. Oggi so che per questa certezza avrei dovuto visitare altre strutture. Una di quelle denunciate dalla più grande visita ispettiva nelle carceri mai realizzata in Italia e organizzata dai radicali. Le cifre di un'umanità dolente sono state presentate oggi durante una conferenza stampa ( la trovate su radioradicale.it ) e denunciano l'impossibilità di applicare l'articolo 27 della costituzione ("... le pene devono tendere alla rieducazione del condannato ...") con delle strutture sovraffollate e con un personale tanto insufficiente da consentire talvolta solo a tre o quattro detenuti, tra centinaia o migliaia, di poter uscire dalla cella per qualche ora per impegnarsi in qualche attività. Per imparare un mestiere. Per studiare.
Ma un carcere minorile è un'altra cosa. La disumanità di altri penitenziari applicata qui causerebbe scandalo perfino in un sistema mediatico indifferente agli outsider della società. Non si possono permettere di trattarli come fanno con extracomunitari o i tossicodipendenti. Come fanno con gli sfigati.

I ragazzi stanno giocando a calcio. Le ragazze invece sono ancora in cella. Quando entriamo a me riservano solo un "ciao", da persone che non hanno una differenza d'età sufficiente ad avviare un dialogo istituzionale. Rita Bernardini, deputata radicale, è invece resa credibile dall'accento romano mentre tenta il più classico degli approcci, per rilassare un po' la situazione. Seguono risposte semplici, forse banali ma qualcuna parla, si sforza, ridacchia.
Una ragazza guarda il pavimento. Ha una faccia truce, gli occhi vitrei e si ha la netta impressione che il suo problema siano "il caldo e le stronze di cui le hanno imbottito la stanza".
Difficile proiettare la propria adolescenza sulle mura di una cella. Soprattutto se stai in un carcere che, dopo aver soddisfatto i tuoi bisogni primari, ti permette crudelmente di illuderti di essere normale. Di poterti ribellare senza che questo diventi una questione di sicurezza. Di poterti innamorare, magari anche solo con uno sguardo, perchè ragazzi e ragazze qui non si possono mai incontrare.
Chissà forse c'è bisogno di percepire proprio questa normalità affinchè chi sta fuori ritrovi nel recluso il noto evolversi di una vita. Affinchè capisca che la noia, le emozioni, le fasi della vita sono quelle che conosce.
Forse c'è bisogno di questa normalità per accorgersi che è di queste cose semplici, di vita, di vita e di persone che si occupa la politica. Che è per questa normalità che si fanno le grandi battaglie.
Per due braccia, due gambe, collo, stomaco.
Roba semplice.


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