Se non il file sharing illegale, qual'è la causa della crisi dell'industria musicale? Per cercare la non semplice risposta il blog "Music Business Research" da qualche mese sta analizzando diversi studi e dataset di governi e della letteratura scientifica. Con l'implicita avvertenza che come in tutti i fenomeni complessi non è possibile trovare una risposta semplicistica.
Interessante un post di fine marzo intitolato "The recession in the music industry – a cause analysis" (segnalato da Juan Carlos de Martin sulla lista di Nexa), in cui, come nel resoconto di una guerra, si snocciolano i dati dei cali delle vendite dell'industria musicale a partire dal 2000. Anno dell'esplosione del fenomeno Napster, contro il quale sembrano esserci quindi delle prove schiaccianti.
Ma il teorema non è perfetto e diversi indizi sembrano suggerire che il fenomeno del file sharing potrebbe essere correlato ma non legato in modo causale al declino delle vendite. Il primo sospetto che ci sia dell'altro viene dal Giappone, dove il declino comincia prima dell'emergere di Napster. Il secondo indizio viene della Francia, che nel 2001 raggiunge una vendita record di CD, e comincia la recessione nel 2002 quando il culmine del fenomeno Napster è già superato. Il terzo indizio viene dalla Gran Bretagna dove, dopo un calo tra 2000 e 2001, le vendite rimangono stabili negli anni seguenti, nonostante la crescita del fenomeno del file sharing. Dal 2003 al 2004 addirittura si può osservare un aumento del 4.4%, mentre il primo calo netto si ha solo nel 2007.
Che dire, quantomeno delle anomalie, considerato che in quei paesi le dinamiche del file sharing erano molto simili a quelle degli altri paesi.
Ma per arrivare ad una spiegazione alternativa, bisogna allargare l'intervallo di tempo analizzato. La storia è piena di indizi per comprendere i fenomeni, che spesso si ripresentano in forme diverse.
Dunque, cosa c'e' di cosi' interessante nella storia? Ad esempio il calo drastico di vendite dal 1978 al 1980. Al tempo i resoconti denunciarono la crisi globale e la copia privata di audiocassette come le maggiori cause, ma a posteriori gli economisti dissero altro: si era raggiunto un punto di saturazione.
Saturazione nella vendita di album, e contemporaneamente una esplosione della richiesta di singoli, che nel 1983 raggiungono il record storico di 800 milioni (nel 1979 prima dell'inizio della crisi erano solo 526 milioni).
Come risposero le major? Cambiarono strategia. Ridussero notevolmente il numero di artisti, e si dedicarono al principio superstar. Gli anno 80 furono dominati dalle popstar come Michael Jackson, Prince, Madonna, Elton John, George Michael, Lionel Ritchie, Bruce Springsteen, etc, e successivamente, grazie all'esplosione del CD che nel 1993 diventa il supporto più venduto, i singoli perdono la loro importanza e cominciano a rivestire l'unico ruolo di sonde di mercato.
Una strategia che continua ad avere successo fino alla fine degli anni 90 quando all'emergere dei formati digitali e della banda larga. Ed è di nuovo crisi: ancora una volta, crollo degli album e impennata dei singoli, ma questa volta in modo più marcato.

È chiaro, si sottolinea nell'articolo, che se ora si vendono tanti singoli quanti prima erano gli album, non è possibile ottenere gli stessi ricavi. Quindi il calo di vendite è dovuto principalmente alla conversione da un mercato di album ad un mercato di singoli.
Ritentare l'operazion superstar degli anni 80 pare difficilmente percorribile perchè il file sharing, con il suo "sampling effect" favorisce soprattutto gli artisti minori, danneggiando molto le star da "Top of the Pops". Eppure, conclude il pezzo "il compito delle etichette musicali è di trovare nuovamente un modello in cui una forma "a pacchetto" aumenti non solo le entrate e i profitti ma anche i benefici per i consumatori di musica".
Se volete leggere l'articolo originale, lo trovate qui.







