informazione


Steve Jobs contro Barack Obama. Ci vogliamo schierare?

Ven, 21/05/2010 - 12:07 — luca

Non fatevi confondere dalla forma. Uno è un politico visionario, l'altro un grande innovatore, normale che parlino linguaggi diversi. Ma, con le dovute differenze di prospettiva, in queste settimane Steve Jobs e Barack Obama hanno affrontato lo stesso problema. Quello del gestione dell'informazione nella nuova era tecnologica. Con una prospettiva molto interessante, perchè, citando ancora Luca De Biase (non me ne voglia se continuo a rubarne le formule), le loro "opinioni si collocano dopo, non prima dell'innovazione tecnologica".

È chiaro che alla difficoltà di gestire l'informazione si sta riferendo Jobs, nel recente mailing pubblicato su gawker parlando di

 "gente dell'era tradizionale del PC che sente che il mondo gli sta sfuggendo"

perchè vorrebbero essere liberati da programmi che rubano dati privati, o dall'invasione del porno. Non attacca certo iPad o l'informazione come intrattenimento. Ma si riferisce a quello spaesamento nel gestire il nuovo mondo tecnologico che per molti costituisce una grande difficoltà, spesso senza soluzione. Certo Jobs ha una prospettiva orientata agli utenti della sua piattaforma e non della società intera.

A cui invece si riferiva Barack Obama, nel discorso che molti hanno criticato nei giorni scorsi, e che nel mio piccolo ho cercato di difendere, beccandomi pure l'accusa di Obamiano inaffidabile (non tu Metil). Perchè il problema esiste e secondo me è sbagliato fare quadrato attorno al mondo delle nuove tecnologie, senza distinguere chi fa strumentalizzazione da chi cerca di porre un problema reale. Un problema comune se è vero che nell'errore credo sia caduta anche la stimatissima Anna Masera, nel suo commento dedicato alla vicenda.

Il problema esiste, chiunque abbia a che fare con le tecnologie lo conosce, ma le soluzioni possibili sono diverse: per Jobs è la censura e il filtro preventivo, per Obama l'educazione.

Ci vogliamo schierare in questo scontro?

E visto che Jobs retoricamente si rivolge sempre ai genitori, lo chiedo soprattutto a quanti, Metilparaben certo, ma anche Quintarelli, hanno annunciano l'acquisto di dispositivi di nuova generazione alla rispettiva prole.



Quell'alternativa al populismo che passa dallo smettere di grattarti il viso

Lun, 10/05/2010 - 11:30 — luca

L'obiettivo era chiaro, il messaggio ripetuto più volte e la passione insomma c'era. Un applauso e ritorni al tuo posto. Sei soddisfatto. E fortunatamente non ti chiedi cosa davvero resti del tuo discorso a quanti ti hanno ascoltato. Perchè spesso la risposta è poco, molto poco. E molto probabilmente non quello che tu ti immagini.

Sono un po' scettico sui dati e su come siano stati raccolti, ma un'idagine di circa 50 anni fa di Albert Mehrabian, che immagino sia citata durante ogni incontro sulla comunicazione in pubblico, pare indicare che le parole che scegli, l'organizzazione del discorso, e tutta la componente verbale conti solo per il 7%, mentre il 38% della comunicazione sarebbe delegata al paraverbale (ad esempio suoni, rumori, respiri, tono e timbro della voce) e il 55% al non verbale (come postura, movimenti del corpo, delle braccia e delle mani). Altri studi hanno suggerito percentuali molto diverse e comunque si tratta di indagini difficili da generalizzare ad ogni contesto, ma danno un'indicazione chiara su alcuni elementi solitamente completamente trascurati da chi cerca di entrare in relazione con gli altri. Il corpo è ricco di messaggi.

La politica si occupa moltissimo di informazione, ma si concentra, se va male, solo all'accesso ai canali di informazione, se va bene, anche alla produzione dei contenuti. Ma ben poco si spende per capire cosa venga percepito e come venga rielaborata l'informazione da quanti ascoltano il messaggio. Spesso perchè non ci sono i mezzi, o non si sanno utilizzare. Talvolta si danno troppe cose per scontate, e alla qualità si preferisce puntare alla rassicurante potenza di fuoco.

Questo fine settimana ho fatto un bel workshop di public speaking. Non mi ha cambiato la vita. Ero convinto prima della centralità dell'esperienza e della naturale forza dell'essere autentici e continuo ad esserne convinto.

Però sono contento di nuove parzialissime consapevolezze acquisite, e in particolare di aver provato in quel contesto a parlare di diritti civili in Rete. Perchè mi ha permesso di parlare ad un pubblico molto diverso da quello che si ritrova agli eventi sulla rete e forse un campione più realistico della società. Ma anche per i suggerimenti e le critiche ricevute. In quel contesto nessuna tentazione di buttarla in politica, per una erroneo presupposto che l'altro semplicemente ha un'opinione diversa da quella che tu hai così chiaramente espresso. Lì c'è davvero la possibilità di vedere come altri masticano diversamente i concetti, su cosa inciampano, dove rimangono insoddisfatti e cosa li urta. E quali parti del tuo discorso non si possano assolutamente tralasciare per distrazione.

Il fine di tutto ciò? Non è certo quello di sviluppare tecniche vuote e fine a se stesse. Ma la via alternativa alla comprensione dei meccanismi della comunicazione mi pare sia solo quella di alzare la voce ed eliminare i contenuti. E credo sia una strada già abbastanza trafficata da cercare di evitarla per non rimanere imbottigliati.



Prima di tutto mi ero dimenticato questo ... l'intervento al Comitato Nazionale

Lun, 12/10/2009 - 20:11 — luca

Sono riuscito a partecipare solo ai primi due giorni del Comitato Nazionale che ha deciso la presenza alle elezioni regionali delle liste Bonino-Pannella, oltre alla valutazione di una possibile uscita del gruppo del PD con cui i rapporti si sono ulteriormente aggravati dopo l'approvazione dello Scudo Fiscale a causa delle assenze dell'opposizione (qui la mozione approvata).
Io, praticamente con lo zaino gia' in spalla, sono intervenuto sabato mattina


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Quella volta che son capitato ad Annozero, a difendere la rete

segretario dell'associazione radicale Agorà Digitale

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