pirateria


È la voglia di scegliere e non il file sharing illegale la causa della crisi dell'industria musicale?

Ven, 18/06/2010 - 12:58 — luca

Se non il file sharing illegale, qual'è la causa della crisi dell'industria musicale? Per cercare la non semplice risposta il blog "Music Business Research" da qualche mese sta analizzando diversi studi e dataset di governi e della letteratura scientifica. Con l'implicita avvertenza che come in tutti i fenomeni complessi non è possibile trovare una risposta semplicistica.

Interessante un post di fine marzo intitolato "The recession in the music industry – a cause analysis" (segnalato da Juan Carlos de Martin sulla lista di Nexa), in cui, come nel resoconto di una guerra, si snocciolano i dati dei cali delle vendite dell'industria musicale a partire dal 2000. Anno dell'esplosione del fenomeno Napster, contro il quale sembrano esserci quindi delle prove schiaccianti.

Ma il teorema non è perfetto e diversi indizi sembrano suggerire che il fenomeno del file sharing potrebbe essere correlato ma non legato in modo causale al declino delle vendite. Il primo sospetto che ci sia dell'altro viene dal Giappone, dove il declino comincia prima dell'emergere di Napster. Il secondo indizio viene della Francia, che nel 2001 raggiunge una vendita record di CD, e comincia la recessione nel 2002 quando il culmine del fenomeno Napster è già superato. Il terzo indizio viene dalla Gran Bretagna dove, dopo un calo tra 2000 e 2001, le vendite rimangono stabili negli anni seguenti, nonostante la crescita del fenomeno del file sharing. Dal 2003 al 2004 addirittura si può osservare un aumento del 4.4%, mentre il primo calo netto si ha solo nel 2007.

Che dire, quantomeno delle anomalie, considerato che in quei paesi le dinamiche del file sharing erano molto simili a quelle degli altri paesi.

Ma per arrivare ad una spiegazione alternativa, bisogna allargare l'intervallo di tempo analizzato. La storia è piena di indizi per comprendere i fenomeni, che spesso si ripresentano in forme diverse.

Dunque, cosa c'e' di cosi' interessante nella storia? Ad esempio il calo drastico di vendite dal 1978 al 1980. Al tempo i resoconti denunciarono la crisi globale e la copia privata di audiocassette come le maggiori cause, ma a posteriori gli economisti dissero altro: si era raggiunto un punto di saturazione.

Saturazione nella vendita di album, e contemporaneamente una esplosione della richiesta di singoli, che nel 1983 raggiungono il record storico di 800 milioni (nel 1979 prima dell'inizio della crisi erano solo 526 milioni).

Come risposero le major? Cambiarono strategia. Ridussero notevolmente il numero di artisti, e si dedicarono al principio superstar. Gli anno 80 furono dominati dalle popstar come Michael Jackson, Prince, Madonna, Elton John, George Michael, Lionel Ritchie, Bruce Springsteen, etc, e successivamente, grazie all'esplosione del CD che nel 1993 diventa il supporto più venduto, i singoli perdono la loro importanza e cominciano a rivestire l'unico ruolo di sonde di mercato.

Una strategia che continua ad avere successo fino alla fine degli anni 90 quando all'emergere dei formati digitali e della banda larga. Ed è di nuovo crisi: ancora una volta, crollo degli album e impennata dei singoli, ma questa volta in modo più marcato.

È chiaro, si sottolinea nell'articolo, che se ora si vendono tanti singoli quanti prima erano gli album, non è possibile ottenere gli stessi ricavi. Quindi il calo di vendite è dovuto principalmente alla conversione da un mercato di album ad un mercato di singoli.

Ritentare l'operazion superstar degli anni 80 pare difficilmente percorribile perchè il file sharing, con il suo "sampling effect" favorisce soprattutto gli artisti minori, danneggiando molto le star da "Top of the Pops". Eppure, conclude il pezzo "il compito delle etichette musicali è di trovare nuovamente un modello in cui una forma "a pacchetto" aumenti non solo le entrate e i profitti ma anche i benefici per i consumatori di musica".

Se volete leggere l'articolo originale, lo trovate qui.



Cinque punti per difendere il file sharing non commerciale dalla propaganda

Mer, 14/04/2010 - 20:39 — luca

È importante non stancarsi di rispondere pubblicamente ai dati che da circa un mese la Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI)  ribadisce ogni volta ci sia l'occasione (ma c'è da immaginarselo, anche nelle stanze dove si prendono le decisioni), e cioè che

la pirateria digitale a livello europeo porta perdite pari a:

  • 10 miliardi di euro
  • 185.000 posti di lavoro

mentre solo in Italia il danno è di

  • 1,4 milioni di euro
  • 22.400 posti di lavoro.

Il rischio è che a forza di sentirseli ripetere molti dei nostri politici e governanti li diano per assodati. Sono proprio queste le campagne che servano a difendere decisioni come quella del Decreto Bondi sull'Equo Compenso contro cui si sono già mosse le associazioni dei consumatori e l'Istututo per le Politiche dell'Innovazione.  È possibile e necessario argomentare, cosa che è possibile fare sulla base di cinque considerazioni:

1) I dati non sono tratti da studi di agenzie indipendenti

Anche in quest'ultima occasione l'agenzia che ha effettuato lo studio non è indipendente. Come aveva da subito fatto notare Stefano Quintarelli, la Tera Consultants è specializzata a fornire materiale a supporto delle azioni delle lobby. In particolare, dal loro sito internet:

Per supportare le azioni di lobbying da parte dei suoi clienti, TERA Consulenti conduce studi di carattere generale o specifico, o di più ampia diffusione limitata, pubblici o privati. Dalla descrizione del settore di base tecnico-economico, per valutare l'impatto economico delle modifiche della normativa o regolamentare, TERA Consultants offre ai propri clienti il materiale  a sostegno delle argomentazioni di lobbying.

In ogni caso manca una letteratura che confermi questi studi.

2) I modelli utilizzati per calcolare i mancati introiti sono inaffidabili.

A conferma di questo affermazione è uscita in questi giorni l'analisi del Government Accountability Office (GAO), la sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti che l'anno scorso era stata incaricata di analizzare e quantificare l'impatto della pirateria online sull'industria dei contenuti.

Come riportano Punto Informatico e altre fonti, tale "studio, pur ribadendo la necessità di combattere il fenomeno della pirateria digitale, arriva addirittura a dire che mancano prove certe del presunto legame tra la crisi economica attraversata (in particolare per il settore dei film e della televisione) e la pirateria. "

Vengono inoltre criticate molte delle valutazioni quantitative presenti nei dati della FIMI.

3) Non viene calcolato il dato economico positivo della pirateria

Nella complessa formula che porta al bilancio finale si dovrà inserire anche un fattore positivo. Anche su questo ci viene in aiuto l'analisi del GAO che si dilunga sugli influssi positivi che la pirateria comporterebbe al complesso della struttura economica del paese (ovviamente si riferisce agli USA).

Sempre citando lo studio "I vantaggi economici interessano un po’ tutti, dalla stessa industria dello spettacolo che guadagna attraverso il merchandising, alle aziende che producono router, servizi per Internet o lettori MP3"

Inoltre "i contenuti illegali costituiscono in alcuni casi semplici esempi che vengono utilizzati dai consumatori per scegliere un prodotto", come l'ascolto di un brano per poi rivolgersi al CD originale, e contribuirebbe in questo modo a incentivare gli acquisti."

Infine "bisogna tenere conto anche della logica del mercato nero, per cui la pirateria compenserebbe mancanze e inefficienze dell'economia legale".

Niente di tutto questo ovviamente c'è nell'analisi di Tera.

4) Non si tiene conto dell'evoluzione del punto di equilibrio tra diritto d'autore e altri diritti fondamentali, come la libertà di parola o il diritto alla conoscenza

Il diritto d'autore non è un diritto inviolabile. È un diritto che viene riconosciuto limitandone altri e facendo in modo che il bilancio complessivo sia il migliore possibile per la società. Tale punto di equilibrio non può che variare al modificarsi delle condizioni economiche, tecnologiche e sociali.

Quindi dovremmo interessarci anche a qual'è il costo del diritto d'autore per la società nell'era digitale. Insomma, qual'è il costo in termini di censura e di controllo? Qual'è il costo in termini di mancata innovazione?  Quanto pesa nel bilancio del governo il garantire il rispetto l'attuale sistema del copyright?

Infine c'è un effetto ridistributivo nel sistema del file sharing, perchè, sempre dal rapporto GAO "bisogna fare la considerazione che alcuni comprano beni contraffatti perché non possono permettersi quelli originali (costituisco quindi una spesa altrimenti non possibile da effettuare)".

5) I dati non indicano una situazione critica, soprattutto se messi in relazione alla crisi globale

Anche l'industria dell'intrattenimento deve tener conto della crisi economica mondiale, ma soprattutto della crisi del suo modello di business. L'editoria, che evidentemente si può aggrappare molto meno al diritto d'autore per restare a galla, è da tempo sconvolta di una profondo cambiamento e attraversata da una parallela riflessione.

Allo stesso tempo l'industria dell'intrattendimento parla, cito anche qui Quintarelli, "di perdita di ricavi sarebbe quindi 10Bn su 870Bn (860+10) pari all'1,1% e la perdita di occupazione di circa l'1,3%. Se penso al -21,4% di perdita di esportazione dall'Italia certificat dall'ISTAT  (e non mi pare che i consumi interni siano aumentati) o al -8,9% dei dipendenti di Telecom Italia (per non parlare del resto del settore ICT sia in buona salute...), mi viene da dire che farei cambio volentieri. L'evidenza sarebbe dunque che le esportazioni italiane perdono 20 volte di più della crisi dell'industria creativa." Ancora più duro era stato il leader del Partito Pirata inglese: "La perdita dichiarata di 1.200 sterline [1330 €] per ogni abitazione nel Regno Unito è chiaramente ridicola. Io certamente non conosco nessuno che abbia 1.200 sterline in più nel proprio portafogli grazie alla pirateria".

Basterebbero queste cinque considerazioni a mettere in crisi le diffuse analisi sulla pirateria. Teniamocele a mente per la prossima occasione.



I dati smascherano la propaganda delle major. Il file sharing illegale non distrugge la musica, anzi. Legalizziamolo subito.

Mar, 24/11/2009 - 16:12 — luca

radicali piratebay

La propaganda dei grandi attori del mercato dell'audiovisivo cerca ogni giorno di convincerci di una realtà che i dati continuano a smentire. Anche lo studio pubblicato oggi dalla fondazione IULM, mostra un mercato della musica sostanzialmente stabile nonostante la crisi economica, con un dato di crescita nella vendita dei CD e un grande incremento nel settore digitale. Dove sono oggi i proclami di quelli che si strappano i capelli per il danno inferto dal file sharing illegale all'industria della musica? Scommettiamo che non avranno il coraggio di commentare dei dati che mostrano come il problema non è quello dei cosiddetti pirati, bensì quello di convincere le grandi major a seguire le regole del mercato, ad esempio abbassando il costo dei CD, o adattandosi alle nuove tecnologie e alle conseguenti aspettative dei cittadini-consumatori.
Dietro la difesa di una regolamentazione del diritto d'autore bloccata quantomeno al secolo scorso, c'è la richiesta di poter agire fuori dal mercato e fuori dal tempo. Per colpa di chi difende lo status quo stiamo combattendo una guerra contro una intera generazione. Una guerra inutile e dannosa, per la cui vittoria, ci chiedono di sacrificare il diritto alla tutela dei dati personali in rete, e il diritto al giusto processo, con la possibilità di scollegare interi nuclei familiari da internet.
Come radicali e come associazione Agorà Digitale, chiediamo da tempo di seguire un'altra strada, quella della legalizzazione del file sharing, che rappresenta un'enorme possibilità di sviluppo economico e culturale nel paese. Per questo è stato depositato alla Camera un disegno di legge presentato da Marco Beltrandi e sottoscritto dall'intera delegazione radicale che descrive un percorso realistico di regolamentazione. Ci appelliamo, al presidente e ai membri della commissione cultura, dove il ddl è bloccato ormai da troppo tempo, e a tutte le forze politiche, affinchè il testo venga calendarizzato al più presto.

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